Attualità – 25 marzo 2024
L’avvenire è un buco nero in fondo al tram - La questione giovanile
La bellezza dei vent’anni è poter ridere in faccia a chi pretende di spiegarti l’avvenire poi il lavoro poi l’amore…sì ma qui che l’amore si fa in tre, che lavoro non ce n’è, l’avvenire è un buco nero in fondo al tram. Sì ma allora, ma che gioventù che è? Ma che primavera è?
Con queste parole di Io e te, una delle sue più belle canzoni, Enzo Jannacci racconta la questione giovanile del suo tempo, la difficoltà di trovare lavoro e quindi costruire una vita insieme. Nel 2024 le cose non sono certo migliorate. Anche oggi, mentre la primavera mette fuori i primi fiori nonostante la gelata, ci si chiede che primavera e che gioventù siano mai queste. Proviamo a rispondere, a descriverlo senza, come dice la canzone, pretendere di spiegare l’avvenire, il lavoro e l’amore…
Quindi iniziamo riproponendo la riflessione introduttiva di un nostro articolo di dicembre, Pensieri freddi sul finire del Ventitré, dal titolo Il giovanilismo è per vecchi. In seguito, cerchiamo di aggiornare alcuni dati e di approfondirli, per un quadro finale di primavere che non fioriscono.
Il giovanilismo è per vecchi
Siamo un paese di vecchi. E per vecchi. L’età mediana aumenta e per i giovani c’è sempre meno spazio. Una notizia di fine estate diceva che gli under 35 andranno in pensione a 74 anni con meno di 1600 euro lordi. Quindi i giovani in Italia o non lavorano o, se lavorano, lavoreranno per tutta la vita. Perché restare? Per chi restare?
La maggior parte dell’elettorato è anziano, e questo si vede chiaramente nelle scelte: ben che vada conservazione, altrimenti reazione. Incapacità di comprendere le direzioni fondamentali del nostro tempo, disinteresse per il futuro. Quest’ultimo, poi, moltiplica esponenzialmente il disinteresse per l’ambiente. Perché preoccuparcene? I nostri ragazzi avranno tempo per sistemare le cose. D’altra parte, lavoreranno fino a 74 anni.
Così anche il Veneto è una regione per vecchi, solo che non lo diciamo. Perché qui non possiamo lamentarci, altrimenti si passa per terroni, ed anche perché i vecchi fanno ancora a finta di essere giovani. Sia perché possono permetterselo, sia perché non hanno ancora avuto il coraggio di fare outing e confessare di essere diventati adulti, se non di più.
Il 2023 conferma alcuni trend del 2022 se non addirittura li aggrava. 1 giovane under 30 su 3 lavora in nero, in un quadro generale per cui gli stipendi in Italia sono gli unici in Europa a essere diminuiti negli ultimi 30 anni (fonti Istat ADAPT, Unipolis). Mi raccomando però: i giovani non hanno voglia di fare nulla, non è mica il mondo del lavoro a non offrire loro le opportunità che meritano.
L’unica cosa che rimane da fare ai giovani è continuare a formarsi, confidando nella previsione per cui nel 2030 svolgeranno un lavoro che oggi non esiste. Secondo l’Institute for the Future, infatti, nel giro di 7 anni l’85% degli attuali studenti svolgerà una professione che non c’è ancora. Entro il 2030, AI, VR e AR saranno fondamentali per molte professioni. Ma è possibile continuare a formarsi in un paese che ti toglie l’opportunità di mettere in pratica ciò che hai imparato? No. Hanno ragione i giovani che scrivono “noi, a questo Stato, non dobbiamo niente”. E partono.
Belluno è caso emblematico: la provincia del Nord da cui fuggono più under 30. Più di 16mila sono all’estero. I dati generali indicano che l’Italia ha perso quasi 239mila giovani negli ultimi 10 anni. Se consideriamo che questi dati arrivano dall’Aire, ma che non tutte le persone che si trasferiscono all’estero si iscrivono ad esso, il numero, secondo gli esperti, va almeno raddoppiato. Dati certi: a fronte di 5,8 milioni di cittadini italiani di tutte le età iscritti all’Aire, la provincia italiana da cui gli under 30 scappano di più è Enna, Belluno è ottava tra Caltanissetta e Avellino. In quattro anni (2019-2023) si è riscontrato un aumento di bellunesi del 9,9%. Al 1° gennaio 2023 erano 57.988, invero il 29,2 % dei bellunesi è iscritto all’Aire, cioè uno su 3. Aspettiamo il dato al 1° gennaio 2024. È una provincia da cui si scappa ed una provincia per vecchi, non serve la gerontocrazia feltrina a confermarlo.
Sopra si diceva della formazione continua dei giovani, forse l’unica loro speranza… o condanna. Ma quanto costa studiare? Dai dati del maggio ’23 emerge come in Italia, se la famiglia non può pagare gli studi, l’aiuto che si può ricevere è ben poco. L’Italia è infatti tra i Paesi con la più bassa percentuale di studenti che ricevono una borsa di studio o un prestito garantito dallo Stato per studiare. Mentre in Gran Bretagna quasi la totalità degli studenti riceve un prestito garantito dallo Stato, l’Italia, come la Francia, non arriva al 40%. Quindi, ancora: perché restare? Per chi restare?
Qui da noi, al Nord? La verità è che alla narrazione del Super Veneto di Zaia, della super Provincia dolomitica di Cortina, fa da contraltare la realtà che si continua a non dire e a non voler vedere: che i giovani da qui scappano. Perché è una terra di e per vecchi, e che della festa del prosecco, del triathlon con la porchetta e del radicchio ai giovani, per fortuna, non interessa nulla.
Eppure, anzi proprio per questi motivi, siamo un Paese ed una terra terribilmente giovanilista. In che senso? Nel senso che il giovanilismo è per definizione per vecchi. Per chi giovane non lo è più, per chi i giovani non li vede, non li conosce, non li capisce. E quindi ne fa un mito, solo che per sé stesso. Nei fatti li ignora, e si riempie la bocca di giovani, giovani, giovani. Un giovanilismo ipocrita che ai giovani dà solamente la nausea.
La fuga dei cervelli
I giovani a questo Paese non devono nulla. Il fenomeno della fuga dei cervelli è il più eloquente. Visto da vicino, ci si accorge che i numeri reali di chi parte sono il triplo di quelli stimati. Non lo dice Il Panfilo, ma lo dimostra uno studio recente della Fondazione Nord Est con l’associazione Talented Italians in the UK. Tale studio si basa sull’osservazione di fenomeni statistici. Per la Fondazione, l’ondata migratoria dei “cervelli in fuga” rileva una dimensione che la rendono assolutamente paragonabile a quelle del passato. Così come una volta si scappava in Sudamerica o in America o in Svizzera e nel resto d’Europa, così oggi i giovani scappano dall’Italia. Il fenomeno va inserito, in questo senso, a pieno titolo nella storia demografica d’Italia. I giovani italiani sono emigranti. Da una parte, perciò, si focalizza l’attenzione su fenomeni quali calo della natalità e afflusso di migranti. Dall’altra però non si tiene conto di un fenomeno non inferiore e che, come sottolinea lo studio, influisce “in modo determinante sul potenziale di crescita italiano”. Secondo l’Istat, nel decennio 2011 e il 2021 sono 377mila gli italiani tra i 20 e i 34 anni a emigrare verso i principali paesi europei. Questo numero secondo la Fondazione va triplicato. Una cifra dunque che, moltiplicata per tre, sale a quasi 1,3 milioni. Perché l’Istat sottostima la fuga? Secondo lo studio, la causa della sottostima consta nel divario tra il numero dei giovani emigrati che si iscrivono all’Anagrafe italiani residenti all’estero (Aire), e che poi risultano conteggiati nei dati Istat, e quelli risultanti invece dagli uffici statistici dei paesi europei di arrivo, che sono più vicini a quelli effettivi. Pertanto, vi è una disequazione tra Aire e quelli degli uffici dei Paesi d’arrivo. Perché tale diversità di conteggio? Perché i nostri emigranti nutrono un differente interesse nel segnalare la propria presenza. Ad esempio, l’iscrizione all’Aire comporta la perdita dell’assistenza sanitaria italiana. O ancora, dichiarare il proprio trasferimento all’amministrazione locale è imprescindibile per ottenere alcuni benefici come un contratto di affitto o la fornitura dell’energia per la casa. Dunque, in un decennio oltre un milione di giovani italiani è emigrato all’estero, e le condizioni occupazionali e salariali qui non cessano di involversi. Perché dunque restare? Questo numero è destinato a crescere, e questa fuga all’estero sarà uno dei capitoli più importanti ed imprescindibili della nostra Storia contemporanea, con la S maiuscola.
Lavoro
Per descrivere la situazione lavorativa, partiamo dal dato fondamentale, quello che riguarda i NEET.
Secondo i dati Eurostat 2022, il nostro Paese Italia è primo in Europa per numero assoluto di NEET (Not in Education, Employment or Training): disoccupati che non sono impiegati in alcun tipo di percorso di istruzione o formazione, invero 1,6 milioni di giovani. Si tratta del 17,7% dei ragazzi e del 20,5% delle ragazze. In Europa, le medie per genere del medesimo dato sono affatto inferiore: 10,5% dei maschi e13,1% delle femmine.
A ciò si aggiunga un dato interessante. Nel decennio 2012-2022, l’occupazione per i giovani tra i 15 e i 34 anni è diminuita del 7,6%. Invece, la fascia generazionale 50-64 registra un aumento del 40,8%.
Dati più recenti sulla disoccupazione rilevano una lieve ripresa del livello occupazionale: secondo l’ISTAT la disoccupazione giovanile è del 22,3%. Se questa lieve, lievissima ripresa occupazionale è pure stata celebrata da stampa e parte della politica, non regge l’impietoso confronto con gli stati membri dell’UE, dove il valore medio si assesta sul 14,3%. Nell’ultimo triennio, sotto i 25 anni, il tasso di disoccupazione è sempre superiore alla media europea così come il tempo per il conseguimento dell’indipendenza economica. Per la pensione, poi? Altro dramma, su cui torneremo tra poco.
Prima concentriamoci sul 2024 ed il sistema delle assunzioni. Dal primo gennaio 2024 le regole per le assunzioni sono cambiate. Ritorna l’incentivo per gli under 30 per l’assunzione a tempo indeterminato ma al tempo stesso si determina, di conseguenza, la riduzione del beneficio dato ai datori di lavoro per l’incentivo under 36. Secondo il Sole 24 ore, questo incentivo era molto più performante, anche perché, ma non solo, riguardava molte più persone. Ma non è qui la questione. Ciò che è stato cambiato è la durata di fruizione dell’agevolazione, che ora si ferma per tutti a 36 mesi. In questo senso non c’è più l’ampliamento a 48 mesi per le aziende del Mezzogiorno. Alla questione giovanile dunque, in questo caso, si aggiunge la questione meridionale.
Se a guadagnare di meno in Italia sono sicuramente i giovani, a guadagnare ancora meno sono in particolare le giovani donne. Cosa raccontano i dati rispetto alle retribuzioni medie? Tra i 20 e i 24 anni la media è di 11.456 euro lordi per i maschi, mentre solo 8.063 euro lordi per le femmine. Nella fascia generazionale 25-29, i valori salgono poco e arrivano ad una soglia appena superiore ai 15 mila euro.
Con redditi così bassi e con lavori sempre meno stabili è conseguentemente difficile anche fare impresa, perché è sempre più difficile accedere al credito. Secondo il Sole24ore (gennaio 2024) le imprese giovanili, in cui cioè vi sia una percentuale del 50% di giovani nel capitale sociale o tra gli amministratori, sono mezzo milione, l’11,7% del totale delle imprese. Il dato più eclatante riguarda le imprese che hanno chiuso. In dieci anni, nel nostro Paese il 20% di queste attività hanno chiuso. Dove? Neanche a dirlo, torna la questione meridionale: le imprese giovanili che sono state costrette a chiudere sono soprattutto nel Centro-Sud.
Pensione
Come si diceva, un altro dramma riguarda le pensioni, o meglio le prospettive pensionistiche. E se lo è ormai già per gli adulti di oggi, figuriamoci per i giovani. La sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale dovrebbe essere tra i primi temi sul banco di ogni governo, che invece risponde alla questione della conciliabilità delle uscite pensionistiche con la tenuta del bilancio pubblico con soli slogan e rimpalli di responsabilità. Sempre come riporta il Sole, in Italia la spesa pensionistica complessivamente intesa (inclusiva cioè delle prestazioni sociali solo indirettamente legate alla vicenda retributiva o contributiva dei lavoratori) supera di ben 4 punti percentuali il valore medio europeo (13,6%). Come noi, solo la Grecia.
Certo, denatalità ed invecchiamento della popolazione incidono pesantemente sulla spesa previdenziale, e se tali fenomeni si fanno sempre più importanti in Europa figuriamoci in Italia.
Secondo dati OCSE in Italia, nel 2070, l’uscita pensionistica sarà a 71 anni rispetto ai 62 indicati per il 2020.
In questo senso, la Cgil ha parlato di un vero e proprio contesto drammatico rispetto a pensioni e nuove generazioni: più povere al lavoro, e con pensioni ancora e sempre più povere. In particolare, Lara Ghiglione, la segretaria confederale della Cgil riporta i dati Istat sui salari degli ultimi due anni. Da una parte c’è una crescita del 3,1% rispetto all’anno precedente nel 2023, mentre nel 2022 era stata del 1,1%. Dall’altra però, spiega la Ghiglione, «solo nel 2024 ci sono 10 milioni di lavoratrici e lavoratori a cui deve essere rinnovato il contratto. Se i salari crescono così modestamente in media, c’è il reale rischio che i giovani siano i più penalizzati. I dati dimostrano che gli under 35 incontrano maggiori difficoltà nel trovare impiego e quando ci riescono, spesso si tratta di contratti atipici o a tempo determinato, caratterizzati da salari inferiori».
Un salario più povero ritarda il pensionamento. Perché? Per Ezio Cigna, responsabile delle Politiche previdenziali della Cgil nazionale, per le scelte dei governi passati ma anche del governo Meloni. «Il nostro sistema previdenziale contributivo, soprattutto per i giovani o coloro che hanno iniziato a versare contributi dopo il 01.01.1996, prevede l’accesso al pensionamento anticipato solo se si raggiunge un importo minimo di pensione. Questo obiettivo è diventato praticamente irrealizzabile. La legge Monti-Fornero del 2012 ha introdotto cambiamenti rispetto alla riforma Dini (che prevedeva la pensione di vecchiaia per coloro che avevano almeno 5 anni di contributi, 57 anni di età e un importo pensionistico pari a 1,2 volte l’assegno sociale), consentendo l’uscita anticipata a 64 anni con 20 anni di contributi e un importo pensionistico pari a 2,8 volte l’assegno sociale o con un’anzianità contributiva massima (42 anni e 10 mesi, ridotta di un anno per le donne). Attualmente, l’età minima per la pensione di vecchiaia è di 67 anni con un importo pensionistico pari a 1,5 volte l’assegno sociale, oppure di 71 anni indipendentemente dall’età (tutti i requisiti legati all’aspettativa di vita). Il governo ha deciso di elevare ulteriormente il requisito per la pensione anticipata, portandolo a 3 volte l’importo dell’assegno sociale, mantenendo l’età di 64 anni e almeno 20 anni di contributi. Inoltre, a partire dal 1° gennaio 2024, si applicheranno le finestre per l’uscita, si imporrà il tetto massimo per il pagamento e i 20 anni di contributi saranno correlati all’aspettativa di vita. Un duro colpo per i giovani, che si trovano ad affrontare una situazione di povertà durante la loro vita lavorativa e che diventerà ancora più critica in pensione».
L’unica soluzione, l’unica via di uscita possibile è una soltanto. A fronte dell’emergenza giovanile, bisogna combattere la precarietà ed aumentare i salari. Una strada, sempre per Cigna, «esattamente opposta a quella intrapresa nell’ultima legge di bilancio e con il decreto lavoro, che ha comportato l’ampliamento dell’uso dei voucher e la proroga dei contratti a termine».
La casa
Trovare un lavoro è dura, tenerselo ancora di più. E se non si lavora, né si lavora stabilmente, dove vivere? Come pagare l’affitto od un mutuo? L’unica è rimanere nella casa dei genitori. Per forza, altro che bamboccioni. Ma non finisce qui. In Occidente, in Italia in modo particolare, è scoppiata la bolla dell’abitabilità. La questione abitativa è un fenomeno drammatico ed in espansione, di cui ci siamo occupati più volte. L’ultima volta nostro malgrado, considerata la scelta dell’amministrazione feltrina di non varare un fondo per l’emergenza casa.
Non solo nelle grandi città, dunque, ma anche nella nostra piccola città la questione degli affitti è un tema inaggirabile. Da una parte ci sono salati immobili, dall’altra il costo della vita e degli affitti è in spaventoso e verticale aumento. A ciò, per i giovani che studiano, si aggiunga che il numero di posti letto in residenze universitarie sono sempre più scarsi. Lo dicono i dati. Le residenze universitarie in Italia sono di gran lunga sotto la media europea. Un’emergenza così grave che perfino questo governo, forse col mal di pancia, ha dovuto prorogare il bonus per l’affitto, il contributo statale rivolto ai giovani che si realizza sotto forma di sconto sull’Irpef. In cosa consiste e come si chiede? Anzitutto è necessario avere un’età compresa tra i 20 e i 31 anni. Quanto al reddito complessivo, questo deve essere inferiore ai 15.493,71 euro. Vi è poi un’altra condizione. Bisogna avere un contratto di locazione per un’intera casa o per una stanza in cui spostare la residenza: l’abitazione in locazione deve coincidere con la residenza principale dell’inquilino.
Gli affitti sono sempre più alti e inavvicinabili, soprattutto nelle grandi città, le uniche dove purtroppo c’è un po’ di lavoro in più. Un circolo vizioso. E per comprare casa, invece? Nel 2013 è stato istituito il Fondo di Garanzia per l’Acquisto della Prima Casa. All’inizio, era stata addirittura prevista una garanzia pubblica del 50%. Grazie a questa, avevano priorità le giovani coppie coniugate da almeno due anni, i nuclei familiari monogenitoriali con figli minori conviventi, i conduttori di alloggi di proprietà degli istituti autonomi per le case popolari ed i giovani di età inferiore ai 36 anni.
Nel maggio 2021 è stato varato il Decreto Sostegni bis. Questo prevedeva la possibilità di richiedere l’innalzamento della garanzia all’80% per chi avesse un ISEE non superiore a 40 mila euro annui. Purtroppo, con l’ultima legge di bilancio, dal 2024, molte delle garanzie previste nel Sostegni bis non saranno rinnovate.
La politica dei bonus: trasporti, psicologo, cultura
Uno dei modi in cui la politica italiana ha da sempre affrontato questioni strutturali, è quello dei bonus. Tanto più dei bonus una tantum. Un metodo, in sostanza, per non affrontare davvero problemi macroscopici. Eppure, su certi versanti, le cose vanno talmente male che siamo costretti a dire “meno male che ci sono i bonus”. Ma vediamo quali sono quelli più importanti sul tavolo per i giovani oggi, e quali sono stati cancellati
Il Bonus Trasporti è uno dei più importanti. Si tratta di contributi riservati in passato ai giovanissimi. Al momento oggetto di discussione. È infatti al vaglio del Ministero dell’Economia, del Parlamento e del Governo l’ipotesi di un contributo finanziario aggiuntivo per alleviare i costi associati agli spostamenti quotidiani che integrerebbe il Bonus Trasporti, (Decreto Legge n. 5 del 14 gennaio 2023). Esso è pensato per le persone fisiche aventi una soglia ISEE inferiore a 20mila euro e che sostiene l’acquisto di abbonamenti ai mezzi pubblici. La misura esistente ha però un difetto, invero quello di coprire indistintamente l’accesso al trasporto pubblico locale, regionale e interregionale. Come risolvere tale problema? O con l’aumento del tetto ISEE a 25mila euro per il Bonus Trasporti, o riservando una quota aggiuntiva esclusivamente ai giovani pendolari che si trasferiscono quotidianamente per motivi di studio o lavoro.
La questione del trasporto pubblico, poi, riguarda da vicinissimo la nostra Provincia. Stante i continui disservizi di Dolomitibus, evidenziati recentemente sulla stampa dai dirigenti scolastici, ed il costo in aumento degli abbonamenti, ci si chiede che fine farà l’Unico studenti il prossimo anno. Recentemente, Sinistra Italiana Belluno ha chiosato polemicamente, ma dati alla mano, contro le spese per l’inutile pista da bob di Cortina comparate a quelle per il trasporto pubblico locale. Si legge: “1,5 milioni è il costo annuale di gestione della nuova pista da bob. 1,1 milioni è il costo annuale di Investi Scuola, eppure ogni anno ci sentiamo dire Non ci sono soldi”. Numeri autoevidenti per capire, anche qui, chi viene prima. Non gli studenti.
Un altro bonus importante è il Bonus psicologo. Perché è stato pensato? Dallo studio dell’Osservatorio WELL-FARE del Consiglio Nazionale Giovani sono emerse molte sfide nel panorama del Sistema Salute italiano, in particolare rispetto all’età scolare. Nel primo Rapporto l’Osservatorio evidenzia la necessità di un intervento sistemico di risposta, che coinvolga in un unico nodo il mondo dell’istruzione e quello della sanità. Anzitutto la salute mentale. Nel 2022 il ricorso al Bonus Psicologo ammonta circa ad un totale di 400 mila domande, di cui 238mila da under 35. Di queste, soltanto 41mila sono state evase. Sempre nel 2022, al fondo erano stati indirizzati 25 milioni di euro. L’anno successivo, invece, sono stati previsti solamente 5 milioni. Da quest’anno la cifra torna a salire, ma di poco, e si attesta sugli 8 milioni di euro. Ancora, numeri autoevidenti.
Infine, il Bonus Cultura. Questo risale al 2016 e consta di 500 euro per i neomaggiorenni. Grazie ad esso, era possibile acquistare libri, biglietti per musei e spettacoli teatrali. Nel bilancio del governo Draghi erano previsti 230 milioni di euro. Una volta esauriti, questi non saranno rifinanziati, come ha confermato il mese scorso il Ministero della Cultura. Quali le nuove iniziative del Governo Meloni dal 2024, superato il Bonus Cultura? Il governo ha pensato alla “Carta Cultura Giovani”. Di cosa si tratta e chi è destinata? È una somma rivolta ai diciottenni di famiglie con ISEE non superiore a 35 mila euro. A questa si aggiungono due carte. Per gli studenti “meritevoli”, invero quelli che hanno ottenuto 100 o 100 e lode alla maturità, la Carta del Merito, che arriverà loro entro l’anno in cui compiono 19 anni, ed è un riconoscimento senza limiti di reddito. E la Carta dei Libri, con l’intenzione di promuovere l’accesso alla lettura e alla cultura. A chi è dedicata? Alle famiglie con ISEE sotto i 15 mila euro. Qualcosa, sì. Ma non abbastanza. E intanto il Bonus Cultura non c’è più.
La scuola
Addentrarsi nel capitolo scuola è arduo, né si può essere qui esaustivi. I dati più importanti che possiamo citare riguardano il numero crescente di casi di disturbi specifici dell’apprendimento e di studenti con bisogni educativi speciali. Si presume che nei prossimi anni la richiesta di insegnanti di sostegno nelle scuole italiane arrivi quasi a raddoppiare il numero corrente. Quanto alla dispersione scolastica, nel 2022 l’11,5% di giovani tra 18 e 24 anni hanno lasciato la scuola prima del tempo. In attesa dei dati certi sul 2023, il dato del ’22 informa di un Paese che viaggia a 2 punti in più della media europea (9,6%), e quinto in Ue per abbandono scolastico precoce. Anche qui, la questione giovanile si sovrappone a quella geografica. In Sicilia e in Campania oltre 15% lascia la scuola prima del dovuto. Un dato spaventoso. Dunque, siamo un paese che va sempre meno a scuola e che a scuola registra sempre più situazioni problematiche. Non basta questo, per essere un campanello d’allarme cui rispondere con un grande piano di assunzioni di personale docente qualificato? Invece l’insegnamento rimane sempre più sottopagato, sottostimato socialmente, nonché precarizzato. È notizia di oggi che a Roma dei genitori hanno picchiato un dirigente scolastico. Una generazione di genitori che probabilmente ha fallito, a cui bisogna rispondere con una scuola seria, che educa ed istruisce, come del resto la vogliono i giovani. Non una scuola dei genitori, ma una scuola dei ragazzi e per i ragazzi, che sappia educare.
La partecipazione politica
Una questione a parte merita l’impegno politico. In Italia i giovani sono pochi, ed anche per questo contano poco, perché sono sottorappresentati e politicamente paga di più parlare agli adulti e agli anziani. A questo si aggiunge, come abbiamo analizzato qui qualche settimana fa, che ai giovani lavoratori e studenti fuorisede è pressoché negato il diritto di voto. È stato fatto qualcosa, in relazione alle imminenti europee, ma non basta. La strada per il voto fuorisede, ovvero perché tutti i cittadini italiani possano davvero esercitare il proprio diritto di voto, è ancora lunga. Altro che “i giovani non si interessano alla politica”. Non è vero. Vi sono battaglie, prima fra tutte quella del clima, che proprio perché riguarda il futuro (più prossimo che mai) sono sostenute attivamente dai giovani. Ma sono pochi, e la loro voce non riesce a passare davvero, nonostante parli della battaglia più importante non della nostra nazione, ma della nostra specie. Forse, se avessero un trattore, verrebbero ascoltati. I giovani, e anche i meno giovani tra questi, non riescono tuttavia a radicalizzare davvero i conflitti politici, a porli sull’agenda pubblica con cogenza inaggirabile. Perché? Da una parte, come si è detto, perché sono pochi. Ma anche per un altro motivo. Negli anni 60-70, la questione giovanile e le contestazioni seguenti, erano rese possibili dal fatto che quella generazione veniva dal boom, che sostanzialmente stava bene, e la contestazione se la poteva permettere. Oggi, i giovani precari, tanto più precari quanto più specializzati, formati e presi in giro, non possono permettersi di protestare, contestare, radicalizzare il conflitto. Pena perdere tutto. Questa una grande differenza con il passato, che ad ora paralizza una fascia generazionale, ma che è destinata prima o poi ad esplodere.
Infine, un altro elemento che informa l’esclusione giovanile dalla politica è emerso di recente in maniera sicuramente lucida da un Convegno organizzato dal PD provinciale sul paternalismo. Una questione tecnica, ma non per questo di minor conto. Con il via libera al terzo mandato, e con il mandato sostanzialmente infinito per i sindaci dei comuni più piccoli, di fatto è stato istituzionalizzato il “mestiere di sindaco”. Questo comporta una conseguenza importante per i giovani. Poiché si verranno a costituire dei veri e propri potentati amministrativi, sarà sempre più difficile nei piccoli comuni entrare in politica, farsi largo e scalzare i vecchi dinosauri. Insomma, dalle grandi città ai piccoli contesti, ai giovani la politica ha chiuso le orecchie e le porte.
Lo sguardo al futuro
Ma come guardano i giovani al futuro? Con angoscia. Il futuro è insicuro e le prospettive di vita sono viste in progressivo ed invitabile peggioramento. Questo è una prospettiva radicalmente nuova rispetto alle generazioni precedenti. Oggi, i giovani in Italia sono necessariamente disincantati dalla politica, sono estremamente più ansiosi e più vulnerabili dalle dipendenze (alcool, droghe, farmaci, device digitali). L’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza ha condotto uno studio proprio su questa rappresentazione del futuro da parte dei giovani, con un progetto creato dall’iniziativa della Fondazione Unipolis, con Demos & Pi. Lo studio mette a tema l’andamento nel tempo delle fonti di insicurezza dei cittadini europei e nell’ultima edizione si è dedicato specificatamente alle insicurezze legate all’adolescenza. Tra gli adolescenti intervistati, solo il 14% dei cittadini europei ritiene che il loro futuro sarà migliore rispetto a quello dei genitori: il 51% pensa che lo status socioeconomico sia destinato a peggiorare. Chi vince la maglia nera di pessimismo? Noi. Qui, quasi i due terzi, il 65%, ritiene che i giovani staranno peggio dei genitori. Solo il 6% pensa l’opposto. Dunque, siamo il più insoddisfatto tra i Paesi, anzitutto in tema di prospettive occupazionali. Infatti, dal rapporto si evince che nel nostro Paese il numero di persone che segnala il tema economico come prima emergenza è il 39%. Questo informa anche dei valori, dei modelli di riferimento e della cultura generale di un Paese. Ovvero, il benessere economico è un valore importantissimo per le vite degli adolescenti. Questo significa ricerca del successo, della ricchezza, del prestigio personale sono obiettivi e valori fondamentali per le vite degli adolescenti, e da questi è possibile ricavarne, come sottolinea lo studio, la conseguente inflazione di disturbi di ansia, frustrazione, depressione.
In questo senso, cito a conclusione le parole di Umberto Galimberti, ospite di Corrado Augias qualche settimana fa: «il futuro non è una promessa per i giovani ma una minaccia. I giovani stanno male. Il tasso di suicidi tra gli adolescenti è altissimo. A questo si aggiungono 3 milioni di giovani anoressiche. 2 milioni di autolesionisti. Nella vita andiamo avanti non perché qualcuno ci spinge ma perché qualcosa ci attrae. E se il futuro non attrae ed è vuoto, perché stare al mondo?»
L’avvenire è un buco nero in fondo al tram.
