Panfilosophia – 19 febbraio 2024

Lavoro a pezzi il giorno mi fa feroci gli occhi - A Luigi di Ruscio, poeta operaio

La data 23 febbraio ricorda il passaggio di un’anima ribelle, un poeta la cui voce ha squarciato il silenzio delle ingiustizie. Luigi di Ruscio, nato a Fermo nel 1930 e scomparso a Oslo, un cantore delle battaglie quotidiane, un maestro nella lotta contro le ingiustizie del mondo. 

La poesia di Luigi di Ruscio è un grido di resistenza, un inno alla dignità umana che emerge dalla sua esperienza di vita intricata. Nato a Fermo nel 1930, di Ruscio ha trascorso la sua esistenza a fronteggiare le sfide del mondo, dalla sua migrazione a Oslo nel 1957, dove ha lavorato come operaio in una fabbrica metallurgica per oltre quarant’anni. La sua poesia nasce dall’urgenza di raccontare le storie nascoste, di dare voce agli oppressi e di denunciare le ingiustizie sociali.

Non possiamo abituarci a morire,
a quel vuoto profondo tra i polmoni che ci aspira,
non possiamo, non possiamo.

Ecco che i versi, tratti da Non possiamo abituarci a morire del 1953, ci consentono di tuffarci nella profondità della sua rabbia, una rabbia che si fonde con la consapevolezza della fragilità umana. Attraverso la sua poesia, Luigi di Ruscio si fa portavoce di coloro che spesso vengono dimenticati, dando voce alle loro lotte e alle loro speranze.

Un ticchettio costante, usurante come una catena di montaggio del reale. La sua poesia operaia è un monumento alla forza e alla dignità dei lavoratori. Le sue parole fungono da cronaca delle fatiche quotidiane, dei sogni soffocati e delle lotte che spesso restano nell’ombra. Attraverso versi taglienti e immagini potenti, di Ruscio dà voce a chi ha contribuito al progresso senza ricevere sempre il giusto riconoscimento.

Lavoro a pezzi il giorno mi fa feroci gli occhi.

Questo frammento da Poesie Operaie del 2007 cattura la durezza e la fatica del lavoro, mentre il suo linguaggio acceso comunica la rabbia palpabile che permea la sua poesia operaia.

Il peregrinare lirico dell’operaio di Fermo si è svolto ai margini del panorama poetico italiano, un luogo di osservazione privilegiato da cui scrutare le disuguaglianze sociali e le sfide umane. La sua voce ha spesso sfidato le convenzioni poetiche, ma è proprio in questa posizione periferica che ha trovato la forza di narrare le storie della classe operaia e degli emarginati, rimanendo un’indomabile forza della letteratura italiana.

Siamo colpevoli perché pensiamo,
colpevoli perché lavoriamo,
colpevoli perché dormiamo.
E questo giardino cresce.

Colpevolezza intrinseca dell’esistenza umana e inarrestabile crescita delle sfide che dobbiamo affrontare. La sua poesia è intrisa di una rabbia che si è evoluta nel corso degli anni, trasformandosi in una forma di compassione attiva, in un impegno verso la giustizia sociale. Le parole di Ruscio sono una chiamata all’azione, un richiamo a riconoscere le disuguaglianze e a lottare contro di esse con ogni mezzo possibile.

Il 15 aprile 2011, il poeta si è spento, ma la sua eredità vive attraverso le sue opere immortali. Luigi di Ruscio continua a ispirare coloro che cercano di capire le sfide della società e a lottare contro le ingiustizie in ogni loro forma. La sua memoria è un invito a perseguire la giustizia e a dare voce a coloro che spesso rimangono inascoltati. In un mondo che continua a lottare con le questioni di giustizia sociale, le parole di Luigi di Ruscio risuonano come un monito e una guida per le generazioni future. La sua eredità, intrisa di rabbia e speranza, vive attraverso le sue opere immortali, un faro luminoso nella notte delle ingiustizie.

Scrivo perché il mondo esiste,
per non perderlo di vista,
per non dimenticare che siamo fatti di polvere di stelle e di sogni.

Scrivere per trattenere il mondo, per catturare la polvere di stelle e sogni che compongono l’essenza umana. Il suo processo creativo è una danza tra la rabbia e la speranza, una fusione di realtà e sogno che affonda le radici nella sua intensa osservazione della vita.

Dovevo scrivere.
Scrivere perché c’è un vuoto,
uno spazio sconosciuto dentro di me.

Queste parole toccano la profondità dell’impulso creativo di Ruscio. La scrittura diventa allora una necessità, un modo per colmare il vuoto interiore e dare forma all’ignoto che risiede dentro di lui. È un richiamo alla sua intima connessione con la parola come veicolo di esplorazione e autoespressione.

Ho imparato a essere felice nel mio corpo sconfitto.

I versi del poeta di Fermo ci ricordano ancora una volta che bisogna scavare, cercare e riesumare la capacità di trovare la felicità nonostante le avversità. Il suo corpo, simbolo di lotta e resistenza, diventa un luogo di gioia inaspettata. Questa dualità tra la sofferenza e la felicità è un tema ricorrente nelle sue opere, rivela la sua complessa comprensione dell’esperienza umana. Lui stesso definiva il poeta come clandestino tra le parole. Un individuo fuori dal linguaggio convenzionale, un pugile che insacca e risponde sfidando le convenzioni linguistiche per approdare ad un proprio linguaggio, linguaggio che diviene strumento di resistenza e di rivelazione della verità.

Siamo soli, naufraghi su un’isola di silenzio e distanza.

Oltre il confine dell’orizzonte, anche se il naufrago è ancora disorientato, la poesia diviene certezza, luce e fanalino di una metà tanto vagheggiata:

Liberi da parole inutili,
siamo giunti al silenzio del mondo.

Liberi dalle parole superflue siamo soli ma davanti alla verità essenziale.
Lo si può sentire ancora urlare nella notte e ogni suo verso rappresenta un tassello d’un mosaico, suo lascito, scolpito col sangue e la rabbia. Chi cerca ancora di comprendere la complessità della vita umana, chi cerca ancora di affrontare le ingiustizie con parole di verità e speranza trova uno spazio. Lo spazio che di Ruscio ha preparato per noi.

Alberto Spinelli
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