Recensioni - 19 febbraio 2024
La materia del mondo - Una storia della civiltà in sei elementi
Di Ed Conway
Marsilio
Anno 2023
Da alcuni anni abbiamo la profonda convinzione di vivere in un mondo dematerializzato, dominato dall’economia dei servizi, pervaso da una finanza sempre più invasiva, guidato dagli “0” e gli “1” dell’informatica, e, ultimamente, in balia di un’intelligenza artificiale sempre più pervasiva.
Eppure, basta leggere il libro di Ed Conway “La materia del mondo – Una storia della civiltà in sei elementi” (Marsilio 2023) per renderci conto che ha ragione la cantante Madonna.
‘Cause we’re living in a material world
And I am a material girl
You know that we are living in a material world
And I am a material girl
Living in a material world
And I am a material girl
You know that we are living in a material world
And I am a material girl
I nostri ospedali, le strade, le scuole, le case, ma anche Internet e le astronavi non sono fatti di idee, ma sono cose materiali. E le cose materiali sono fatte di materie prime. Quindi amici, anche l’informatica è molto, molto materiale, e vale la pena rendersene conto, come sanno bene sia le grandi tecnologie che Xi Jinping, che sulle materie prime necessarie allo sviluppo del mondo fonda gran parte del suo potere e della sua influenza.
Ed Conway, redattore economico di SkyNews, ha scritto un libro illuminante sull’argomento, che dimostra quanto la tecnologia sia ancora (e lo sarà ancora per moltissimo tempo, forse per sempre) basata sulle materie prime.
Ha scritto un libro visto con gli occhi di un reporter, che racconta la storia e l’impatto sulla civiltà, passata e presente, di sei materie, alcune, in apparenza, banali: sabbia, sale, ferro, rame, petrolio e litio, che hanno costruito il nostro mondo e trasformeranno il nostro futuro.
Il libro è una miniera (e di miniere e del loro impatto sull’ecosistema e sui rapporti fra nazioni nel libro se ne parla molto) di informazioni e di racconti, ma è anche una profonda riflessione dei rapporti fra stati e fra nazioni.
Donald Trump e Mao Zedong hanno in comune un’idea: la convinzione che “Se non hai acciaio non hai un paese”, ed il libro di Conway, accanto ad una illustrazione tecnica ma accessibile della produzione e della trasformazione delle materie prime, dà anche una visione molto politica.
Il mondo occidentale ama pensare e in effetti si proietta come indipendente dal Sud del mondo, non solo in termini materiali ma anche ideologici. A prima vista, il fatto che la maggior parte dei marchi più grandi siano tutti situati negli Stati Uniti e che la nazione produca più petrolio di quanto ne utilizzi, dà l’impressione che sia almeno materialmente indipendente dai paesi più poveri e meno sviluppati. Ma cosa spiega il fatto che questa nazione, apparentemente indipendente dal punto di vista energetico, veda comunque i suoi presidenti, da Roosevelt a Biden, “fare il giro del mondo discutendo di petrolio”? La spiegazione è che il petrolio prodotto in patria non è adatto alla lavorazione nelle raffinerie nazionali e il petrolio necessario per mantenere in funzione le raffinerie e soddisfare la domanda energetica locale deve provenire da Arabia Saudita, Iraq, Canada, Messico, Colombia e Venezuela.
Questa situazione di dipendenza per materie prime cruciali da partner commerciali situati in paesi conflittuali non è un fenomeno esclusivo degli Stati Uniti. Gli shock sull’offerta di beni essenziali riescono a indebolire le sanzioni e le restrizioni alle importazioni e forse anche ad attenuare i disaccordi ideologici tra qualsiasi paese e i suoi partner commerciali.
Conway ricorda quel periodo imbarazzante nel 1915, in piena Prima Guerra mondiale, quando, a seguito della carenza di sabbia necessaria per l’industria del vetro, la Gran Bretagna dovette importare lenti tedesche per produrre binocoli destinati al personale dell’esercito che combatteva contro i tedeschi, E la Germania a sua volta ha fornito la sabbia in cambio della gomma necessaria per produrre pneumatici, tubi e cinghie di ventilazione nei motori.
E se pensate che il petrolio sia un’eccezione e che la transizione verso un mondo alimentato dall’elettricità rimuoverà l’unico ostacolo sostanziale all’indipendenza energetica dell’occidente, Conway vi convincerà che le cose non sono così semplici.
Argentina, Australia, Cile e Cina, che detengono grandi riserve di rame e litio, elementi essenziali per le batterie elettriche, stanno emergendo come “elettrostati” che fanno da contraltare ai “petrolstati” come Arabia Saudita e Russia. La transizione da un’economia alimentata dai combustibili fossili richiederà negoziati e scambi tra le nazioni che dispongono delle materie prime necessarie e quelle che hanno il know-how per sviluppare le infrastrutture per la transizione energetica.
Un numero sempre crescente di noi vive e lavora in ambienti che non hanno alcun rapporto diretto con l’agricoltura, l’edilizia o la produzione, ma la nostra vita di ogni giorno dipende in modo indissolubile dalle infrastrutture create da questi settori.
Se da un lato andiamo verso una concezione del mondo sempre più ideologicamente “smaterializzato” o ci immaginiamo di vivere in un mondo “etereo” e delle idee, il nostro “senso di sé”, individuale e collettivo, viene sostenuto da stili di vita sempre più materiali ed energivori.
Se vivete in un’economia sviluppata – negli Stati Uniti, in Giappone, nel Regno Unito o in gran parte dei Paesi europei – nell’arco della vostra esistenza avrete a disposizione a testa circa quindici tonnellate di acciaio, che per lo più non vedete perché nascosto all’interno del calcestruzzo o della plastica. La quota pro capite varia leggermente da un Paese all’altro a seconda, per esempio, del livello di urbanizzazione (le zone residenziali a più alta densità abitativa tendono ad avere più acciaio per metro quadrato) o della dipendenza dall’energia idroelettrica rispetto a quella termoelettrica (c’è parecchio acciaio nelle dighe di calcestruzzo armato). Comunque sia, in quasi tutti i Paesi ricchi il dato si avvicina alle quindici tonnellate a persona: l’acciaio si trova nelle automobili, nelle case, negli ospedali e nelle scuole; nelle graffette che tenete in ufficio e negli armamenti dell’esercito.
Per farci un’idea del nostro “mondo materiale” ecco alcune citazioni tratte dal libro:
Oggi il polietilene è indubbiamente la plastica più utilizzata al mondo. Ogni sei secondi – ogni sei secondi! – in Europa ne fabbrichiamo una quantità sufficiente ad avvolgere l’intera Torre Eiffel.
Il primo congegno del 1947 era grande più o meno quanto la mano di un neonato, ma l’elemento davvero essenziale, il transistor vero e proprio, arrivava a circa un centimetro. Pensate ai progressi compiuti nei successivi settantacinque anni. Quando comparve il primo microprocessore per i moderni computer, l’Intel 4004, nel 1971, in quello stesso spazio di un centimetro erano stipati poco più di duemila transistor, ognuno delle dimensioni all’incirca di un globulo rosso. Arrivate al 2020 e scoprirete che i processori per smartphone ospitano circa dodici miliardi di transistor in un’area di poco inferiore a un centimetro quadrato.
Al momento, dentro un coronavirus ce ne starebbero quattro: ognuno ha quasi le stesse dimensioni delle proteine spike, quelle protuberanze a forma di clava che sporgono dal virus.Ogni anno nel migliaio di altiforni sparsi per il mondo vengono versate quantità esorbitanti di carbone: più di un miliardo di tonnellate, una cifra di gran lunga superiore al peso complessivo degli esseri umani sul pianeta.
Considerando anche quello arrugginito, quello destinato al riciclo e gli scarti, nel mondo ci sono attualmente trentadue miliardi di tonnellate d’acciaio. Una bella quantità. Se lo usassimo per forgiare le putrelle usate nelle strutture portanti degli edifici potremmo avvolgerci il pianeta trentatré volte o costruire sette linee ferroviarie ad alta velocità tra la Terra e il Sole. E se dovessimo distribuirlo a ogni abitante del pianeta, a ciascuno ne toccherebbero quattro tonnellate.
Se dovessi riassumere il “Take home message” di questo libro, oltremodo ricco di informazioni proverei a dire questo: mentre combattiamo contro il cambiamento climatico, le crisi energetiche e la minaccia di un nuovo conflitto globale, Conway ci mostra perché le sostanze che descrive sono più importanti che mai e come la battaglia nascosta per controllarle plasmerà il nostro futuro geopolitico. Questa è la storia della civiltà – le nostre ambizioni e gloria, innovazioni e appetiti – vista da una nuova prospettiva, sbriciolando letteralmente le nostre convinzioni, come ogni giorno vengono sbriciolate milioni di tonnellate di rocce, provenienti dalle viscere della terra, per darci le materie prime che sono alla base del nostro modo di vivere quotidiano.
