Il Panfilo racconta – 30 ottobre 2023

La vita di Giacomo Rovellio -
Episodio 9: Elena a Venezia

Il 30 luglio 1588 Elena si presentò al tribunale della Serenissima. È probabile che i verbali che abbiamo a nostra disposizione siano delle copie d’uso che il Sant’Uffizio girò ai Savi all’eresia. In effetti, le formule di identificazione dell’imputata, di indicazione della data e del luogo e le formalità del giuramento sono riassunte con eccetera eccetera e mancano le sottoscrizioni autografe dell’interrogata e del notaio estensore. Sappiamo dalla conclusione della seduta che Elena fu rimessa “ad locum suum”: potrebbe trattarsi di un luogo designato come carcere. O un convento, o un ospizio, ma anche una casa privata, dove magari risiedeva con obbligo di dimora.

Davanti alla ragazza sedevano l’inquisitore Guaraldo e il patriarca Trevisan. Il nunzio Matteucci non c’era, e aveva delegato il giurista di Pergola (Pesaro e Urbino) Anteo Claudio. Infine l’assistente secolare, il patrizio Giustiniano Giustinian, mandato dal Senato. Dunque un ferrarese, due veneziani, un umbro e una feltrina. Il notaio rogava le domande in latino e trascriveva in volgare. È però inverosimile che, per quanto figlia di un uomo molto colto, Elena fosse in grado di capire il latino e non avrebbe alcun senso pensare che i giudici la interrogassero in quella lingua. Presumibilmente, come racconterà secoli dopo Casanova nelle sue memorie, i presenti dialogarono ciascuno nel proprio dialetto e, quando avranno avuto qualche intoppo, si saranno sforzati in toscano o con qualche circonlocuzione.

L’avventuriero settecentesco racconterà che in visita a Benedetto XIV, che era bolognese, aveva parlato veneziano col pontefice, che rispondeva in emiliano. In qualche modo si capivano. Così anche il Sant’Uffizio in quella giornata: il notaio, di cui non conosciamo il nome, forse non era veneziano, perché non mostra, nelle trascrizioni, oscillazioni tra il toscano e forme veneziane o dialettaleggianti delle parole (scrive sempre Ioan o Giovan Battista, mai Zuane o Zane, come i notai di curia). Ma oltre a tradurre dal feltrino al toscano, i giudici quel giorno dovettero anche tradurre nel linguaggio della chiesa le espressioni, le preoccupazioni, le angosce di Elena.

Quella giornata di fine luglio Elena addossò tutta la colpa a Giovanni Battista: era stato lui a traviarla, a insegnarle l’uso della magia nera, a corromperla nell’anima e nel corpo. Il tribunale, che forse era anche abbastanza stanco di quella vicenda, non indagò oltre. Elena rimase a Venezia per i mesi a seguire: lo si può immaginare perché quando si possiedono dei mandati, si legge che comparve sempre il giorno stesso, segno che non si era allontanata.

Eddy Benato
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