Il Panfilo racconta – 30 ottobre 2023
La vita di Giacomo Rovellio - Episodio 8: Se lo sapesse Nostro Signore…
La visita di Bonaventura Maresio, inquisitore di Belluno, destò certo scalpore e preoccupazioni a Feltre. Da un lato il vescovo, dall’altro il podestà Cappello dovevano esserne intimoriti di possibili ripercussioni. Il 10 giugno, in effetti, Cappello scrisse ai Savi all’eresia, i magistrati veneziani che controllavano l’Inquisizione, dicendo di aver prestato ogni aiuto e soccorso al francescano. La risposta non fu concordata con Rovellio e il vescovo finì per accusare l’autorità secolare del trambusto occorso. L’arcivescovo Girolamo Matteucci, nunzio del papa e suo rappresentante diplomatico a Venezia, nonché giudice di diritto del tribunale della fede, replicò circa un mese dopo, sottoscrivendosi come primo mittente, ma insieme a lui replicavano il patriarca di Venezia, Giovanni Trevisan e il giudice presidente, il domenicano Stefano Guaraldo da Cento.
I toni erano graffianti, sarcastici, ma anche minacciosi: “ritrahendosi dalla lettura di esse [le lettere] che [lei] non è a pieno informata, s’è giudicato necessario di dar a vostra Signoria reverendissima quell’informatione che fin’hora mostra non avere”. Vale a dire: l’ordinario diocesano o è un disinformato e quindi occupa indegnamente quel posto o finge di non capire e non sapere. È un documento molto prezioso e molto interessante per chi, come noi lettori contemporanei, sa poco di quelle istituzioni: una vera lezione di storia del diritto criminale, come si chiamava allora, veneziano e canonico. Avere rimesso una causa in cui si è abusato dei segni sacramentali, si è visto un comportamento superstizioso e molte cose empie e nefande è, dice il triumvirato dei giudici, cosa che “se lo sapesse Nostro Signore” cioè papa Sisto V, allora regnante, il vicario di Cristo non potrebbe che “alterarsene e sdegnarse molto contro la persona sua”. È una stoccata e un monito perentorio, neanche troppo velato. Si offre però una via d’uscita: la causa va rimessa a Venezia, così si eviteranno scandali, il vescovo continuerà a governare la diocesi e la faccenda si concluderà lontano dagli occhi indiscreti di un rettore maneggione. Rovellio capitolò e, con lui, anche la corte pretoria.
Nella verità, non si poteva dire che vincesse nessuno: resta un mistero perché Giovanni Battista Facen decidesse l’ardita mossa di fare convocare Elena a Venezia, dopo che il rettore aveva imbastito un processo a lui favorevolissimo. Fu una sconfitta su tutta la linea per la giustizia vescovile e per l’autorità periferica del governo veneziano. Umiliati davanti ai tribunali papali, i poteri locali passarono la mano. Per Elena le cose sarebbero finalmente cambiate: l’Inquisizione, col suo volto di mite giudice della coscienza, avrebbe mostrato ancora una volta il suo lato conciliante, politico, mediatore.
La leggenda nera del Sant’Uffizio è ormai, per certi versi, irrimediabilmente tramontata: questo non vuol dire, però, che la corte della fede non riuscisse a insinuarsi nei meandri delle coscienze e nella volontà personale con la forza della persuasione e della diplomazia spirituale: e così fu anche in questo caso.
