La storia di Giacomo Rovellio

Ep. 7 Riaprono le indagini

 

Il 24 maggio del 1588 Giovanni Battista Facen presentò personalmente una sua denuncia scritta, non datata ma da presumersi scritta o il giorno stesso o in quelli appena precedenti, nei confronti di Elena Cumano all’inquisitore domenicano di Venezia, padre Stefano Guaraldo da Cento: la storia che ricostruiva, per presentarla ai giudici della fede, era essenzialmente diversa. A essere presa di mira era, in particolare, la madre Giulia che si era convinta di dover fare sposare Elena con lui. Non potendo ricorrere ai mezzi leciti, erano passate alla magia e così avevano fabbricato quell’incantesimo, per convincerlo, coi portenti diabolici, a impalmare la ragazza. Una denuncia disonesta: taceva della seduzione della ragazza, del matrimonio surrettizio e, soprattutto, del fatto che Giovanni Battista sarebbe stato presto padre di una bambina.

Nel frattempo, a Feltre, le cose erano andate di male in peggio. Il 19 maggio il rettore Cappello aveva riaperto le indagini, trasferendole presso il proprio tribunale: con probabile soddisfazione di Rovellio. Lo assisteva il suo vicario giudiziario, Bonifacio Bonifaci, giurista di una certa fama all’epoca, e considerato esperto di diritto criminale. Perché la giustizia secolare era intervenuta? Probabilmente, l’interessamento non era del tutto gratuito ma erano state le pressioni della nobiltà feltrina, che già aveva avuto scontri già nel 1542 con la parte popolare – di cui erano rappresentanti i Cumano – per alcune revisioni degli estimi, come il cronista Cambruzzi riportò. Una bega familiare, tra giovani, era diventata una disputa tra ceti.

Fu così che il 19 maggio Elena comparve per la prima volta davanti all’autorità. La ragazza fu evasiva, negò di avere a che fare con una certa Lucia, e negò di conoscerla: in casa sua la servitù cambiava spesso e quindi non ne conosceva neppure il nome e avrebbe potuto non ricordarsi di lei. Lucia, nel frattempo, si diede alla macchia, spiegando di dover andare a trovare dei parenti malati a Belluno: non farà più ritorno in città e il marito, Giovanni Girolamo, che serviva in casa Oron, dovette poi avere il suo bel da fare a giustificare l’assenza della consorte. Cappello fece incarcerare la fattucchiera Lucrezia ed Elena: non sappiamo le date precise del loro imprigionamento, quello di Elena avvenne comunque prima del 25 maggio, quando presentò richiesta, dietro pagamento della sostanziosa cauzione di 500 ducati, di essere liberata.

L’avvocato Cumano, che doveva essere una testa fine in quanto a diritto, aveva però escogitato una strategia per mettere spalle al muro sia Cappello che i Facen. Il 24 maggio, quando probabilmente era già detenuta, Elena aveva chiesto di comparire innanzi al rettore: ascoltata da lui, aveva sporto la propria denuncia contro Giovanni Battista, accusandola di averla sedotta e spinta a compiere un matrimonio in spregio ai riti della chiesa e alle leggi dello stato. Con questa controdeduzione, Giovanni Cumano riusciva a fare aprire un processo parallelo contro Giovanni Battista. Nel frattempo, il Sant’Uffizio veneziano, per fare luce sulla vicenda, scriveva a Rovellio, nello stesso giorno. Il vescovo, più tardi, risponderà di avere ricevuto la lettera con qualche ritardo, ma forse questa affermazione è implausibile, come vedremo. Dal suo convento di Castello, padre Guaraldo scriveva anche al collega Bonaventura Maresio, francescano conventuale e inquisitore a Belluno, perché facesse un’ispezione a Venezia.

Due giorni dopo Cappello aveva inviato un mandato di comparizione, perché Facen tornasse immediatamente a Feltre, in modo da rispondere delle accuse che gli erano mosse. Elena non lo poteva ancora sapere, ma le cose sarebbero in realtà migliorate. Innanzitutto, cosa non scontata, il parto fu positivo: il 4 giugno divenne madre di una bambina, cui fu imposto il nome di Vittoria, in ricordo del defunto nonno paterno Vittore, forse anche in segno di riconciliazione con i Facen. L’indomani il battesimo fu presto celebrato in duomo dal canonico parroco di san Marco, Lorenzo Rizzardi: segno che la bambina doveva godere di buona salute e le circostanze della nascita erano state positive, furono padrini Elisabetta moglie di Pietro Tamboso e Cristoforo Marescalchi detto Spada. Curiosa l’annotazione fatta dal registratore: madonna Elena non viene qualificata, perché il suo matrimonio è contestato nella sua validità, cosicché al posto dell’identificazione come consorte di Giovanni Battista è lasciato uno spazio bianco.

L’8 giugno Maresio venne in visita a Feltre e produsse probabilmente una relazione sugli avvenimenti di Feltre: l’Inquisizione veneziana non ne sarebbe rimasta molto contenta. Rovellio, dal canto suo, era preoccupato che il nunzio potesse farsi una cattiva opinione di lui. Dopotutto c’era pendente la causa con i canonici del capitolo per la nomina del canonico penitenziere e il tentativo di fare entrare il fratello Liviano nella collegiata cattedrale feltrina. Non sarebbe stata una buona pubblicità, per lui. Ricordando le grandi difficoltà cui, come vescovo, era sottoposto, cioè il dover farsi in quattro per accontentare i signori temporali del Sacro Romano Impero, dove la diocesi insisteva, e di essere sottoposto alla vigilanza del patriarca di Aquileia, non a quello di Venezia, Rovellio faceva capire di aver ben poco gradito l’ispezione di Maresio. La risposta, che si sarebbe fatta attendere, si sarebbe rivelata forse la più dura lavata di capo ricevuta dal vescovo nella sua carriera.

Eddy Benato
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