Tentabundi – 2 ottobre 2023
Che cosa significa Tentabundi?
È difficile inaugurare una rubrica di scritti tentabundici. Per questo lo farò nel modo più semplice, spiegando cioè che cosa vuol dire tentabundi, perché ci chiamiamo così e che cosa ci va di fare.
Abbiamo rubato questa definizione al buon Vico, non ce ne voglia lui e la Provvedenza. Nella De nostri temporis studiorum ratione il filosofo napoletano parla di tentabundi physici, ovvero degli antichi fisici esitanti, che andavano a tentoni, di sasso in sasso con un logoro equipaggiamento fatto solo di domande. Nel discorso più generale sul rapporto tra topica e critica, questi fisici possono essere considerati anche degli storici. Ecco allora, anzitutto, cosa siamo: esitanti curiosi, per la natura e per la storia, pieni di domande. Non abbiamo una teoria del tutto, ci bastano la nostra curiosità e la nostra attenzione a quello che ci circonda. Alzare o abbassare lo sguardo per aguzzare la vista, o acuire l’udito e appuntire l’olfatto. Esitare, riflettere, domandare. Magari ci aspettano dei maldestri tentativi, domande sbagliate e qualche fallimento. Anzi, non abbiamo dubbi che finirà così. Ma perché non tentare?
Noi tentabundi rivendichiamo il diritto all’attenzione. Crediamo che l’attenzione sia un gesto, se non rivoluzionario, (gli esitanti per definizione faticano ad essere rivoluzionari), quanto meno controcorrente. Beninteso, non per il gusto o la moda di andare controcorrente: non ci sono salmoni nei nostri fiumi, forse perché sono tutti sal-monamente usciti per le strade. L’attenzione è ciò che il mondo ordinario, digitale e iperconnesso continuamente ci toglie, nel brusio continuo dello sciame di chiacchere, distrazioni, controllo e intrattenimento che non trattiene. Ad esempio, è quanto mai curioso che la nostra epoca sia il tempo della civiltà tecnologicamente più progredita, quindi della razionalità ed intelligenza più avanzate e compiute, ma al tempo stesso sia l’epoca in cui, stando agli studi sulla nostra capacità attentiva, chi ci vive non riesce a tollerare nemmeno una decina di minuti d’attenzione e concentrazione. L’uomo di oggi è l’uomo distratto. Come dire: abbiamo impiegato il massimo della nostra razionalità per poterci distrarre. In fuga dalla distrazione generalizzata, i tentabundi esitano e interrogano, senza smania di trovare il punto che circonda la terra. No, perché l’attenzione è paziente, ma non perché si aspetti qualcosa, bensì perché è in grado di porsi continuamente al di là di ogni aspettativa.
Anche esitare è un gesto che stona nella frenesia distratta dell’oggi. “Uomo essere che esita”, scriveva Blumenberg ne La pensosità: l’uomo è quell’animale che si permette la tendenza opposta rispetto ai meccanismi istintuali della natura. Oggi invece, la società in cui viviamo esige la rapidità meccanica della decisione; più una scelta, quale che essa sia, è veloce più è giusta. L’intelligenza, dai test d’ingresso universitari alla velocità dei dispositivi elettronici e finanche alle decisioni dei manager o dei politici, si misura sulla rapidità con cui è presa. Quasi un quiz televisivo. Chi esita, invece, è uno stolto, uno stupido, un ritardato. Ma senza l’esitazione, quell’attività intellettuale del dubbio e della perplessità, non ci sarebbe l’attenzione, invero quell’esperienza che ci permette di abitare il mondo e prendercene cura. Nella società dell’inesperienza coatta, l’attenzione è anarchica, senza e oltre il comando, perché porta con sé il dono di poter vivere un’esperienza.
Il gesto dei tentabundi è la messa in discussione dell’ovvio. Obvius, come ciò che ci viene incontro, ciò che pensiamo come via scontata, che non ci accorgiamo nemmeno di percorrere. Si tratta invece di accorgersi di ciò che ci viene incontro, e interrogarlo. Anche se a ben vedere, noi non poniamo domande, è il mondo che ci incalza con le sue domande. Accade che la cosa più semplice ci interroga, ci fa problema. L’esigenza di sentirsi interrogati dal mondo, indipendentemente dalle risposte che diamo o ci darà chi ne sa più di noi.
Le nostre domande potranno essere domande circoscritte, oppure racconti, oppure altre cose ancora. Partiranno sempre da un’esperienza particolare, singolare, di attenzione per il mondo che ci viene incontro, perplime e interpella. Proprio perché qualcosa ci giunge incontro e interroga, non ci daremo nomi, ma apporremo solo minuscole iniziali. Vogliamo togliere quella presenza scomoda che dice “io, io, io”. Infatti, mille volte, seguendo il ragionamento, quale ch’esso sia, ci vien fatto di dire e pensare “dove sto andando a parare, perché me lo chiedo?”. Questa domanda, riteniamo, è la prova che qualcosa pensa in noi, che una domanda accade in noi, come un incontro. Non io penso, non tu pensi o noi pensiamo.
Ma si pensa, come piove.
gg
