Guido Morselli, In Memoriam
Ogni volta che penso a Morselli immagino un uomo di sessantun anni seduto, con i gomiti appoggiati sulla scrivania, una mano come a sorreggere la testa, l’altra indaffarata nella scrittura. Quella che scrive ferma, leggermente macchiata dall’inchiostro della penna stilografica, una sigaretta di Nazionali senza filtro accesa, interposta tra l’indice e il medio. La mente occupata a riordinare le idee, le sofferenze, i piani… Le incazzature condensate in quel raccoglitore di epistole avente una sola immagine in copertina: un fiasco disegnato a matita. Guido Morselli ci lasciava il trenta luglio di cinquant’anni fa, tra l’indifferenza generale di quegli editori che l’avevano snobbato in vita, salvo poi e solo a suicidio avvenuto, collocarlo nell’olimpo del Novecento letterario. Badate bene, gentili lettori, il nome di Morselli resta tutt’oggi abbastanza sconosciuto: non viene studiato a scuola, viene poco letto e difficilmente i suoi libri vengono ripubblicati – la prova? Cercate in una qualsiasi libreria i testi di Morselli: troverete, Dissipatio H.G., al massimo.
Tuttavia, chi scrive, crede sia importante rendere nota la sua storia e la vicenda editoriale per dare lustro all’impegno come scrittore, saggista, giornalista e fotografo che lo ha reso interprete, nonché lucido critico, della sua epoca. Crediamo, pure, che vi siano enormi parallelismi tra la sua epoca e la nostra e che, un testo letterario, una poesia od una storia non esaurisca mai, nel tempo, il messaggio che ci vuole comunicare. Guido Morselli nacque a Varese nel 1912, enfant prodige di estrazione borghese, cominciò subito ad appassionarsi di letteratura, abbozzando già ad otto anni, un primo tentativo di romanzo. Orfano di madre durante le scuole medie, bocciato in matematica all’esame di maturità classica, si iscrisse su costrizione paterna all’università negli anni Trenta (1930-1934), e lì cominciò a scrivere articoli per una rivista fascista (I vecchi e i giovani; Stazione di Firenze; Le tre battaglie del Piave). Successivamente cominciò a viaggiare, visitò l’Inghilterra, la Norvegia, la Svezia e, infine, la Germania. Richiamato agli obblighi militari, tornò in Italia, prima all’Accademia Militare di Modena, poi in Sardegna a Cala Gonone, nel nuorese, terminando durante la guerra, in Calabria. Qui, disertò, andando a vivere con un’anziana del luogo ed impartendole in cambio dell’ospitalità lezioni di italiano ed inglese. In questi dieci anni di esperienza militare, Guido compose diverse opere, abbozzandone altre: Fondamenti della moralità e Proust o del sentimento (pubblicato da Garzanti a spese del padre). Nel 1945 Guido rientrò a Varese e riorganizzò la propria vita: sfuggì agli impieghi trovategli dal padre, scelse l’ozio dello scrittore composto da letture di classici e contemporanei, di silenzi e progetti ben meditati: un buon ritiro, quasi filosofico, con vista sul Monte Rosa.
Guido sopravvisse, giorno dopo giorno, grazie alle rendite di proprietà terriere in Emilia-Romagna. Nel frattempo, continuò a raffinare la sua scrittura, i modi, i temi, i meccanismi narrativi, senza mai averne riscontro positivo. Nel corso della sua fallimentare vita da scrittore le corrispondenze con gli editori ed altri autori furono numerose: da Italo Calvino a Vittorio Sereni, da Spadolini a Pannunzio, da Arnoldo Mondadori a Luciano Foà. Proprio quest’ultimo – che diventerà uno dei più importanti editori italiani, fondando Adelphi con Roberto Bazlen – lavorava da Einaudi e si trovò fra le mani il manoscritto Fede e critica, ma il testo venne sbadatamente perduto (alcune fonti dicono nei magazzini Einaudi, altre citano la scrivania di un collaboratore esterno come causa del misfatto) tra le scuse imbarazzate della casa editrice torinese da un lato, e la richiesta di risarcimento danni da parte di Morselli, dall’altro.
Vi significo la mia protesta pel modo onde vien trattato chi Vi offre il prodotto della propria intelligenza, contro quelle norme di urbanità che vigono nei più comuni rapporti commerciali…
Morselli chiese 25 mila lire per la carta e il proprio lavoro di revisore oltre che la beffa morale per l’anno di inutili attese. Fu così, che tra il trenta e il trentun luglio del 1973, a 61 anni e dopo aver scritto testi meravigliosi (del calibro di Roma senza Papa; Il comunista; Dissipatio H.G.) Guido Morselli decise di togliersi la vita. Ma la vita è beffarda, grottesca ed inattesa come i romanzi morselliani e, allora, nel 1974 Foà decise di pubblicare Roma senza Papa e il caso di Morselli passò al clamore nazionale, suscitando grande ammirazione tra l’intellighenzia chic che lo aveva snobbato e mal sopportato in vita.
Guido Morselli, Dissipatio H.G.
Si suppone che, abolito il tempo, l’uomo come tale perda la sua consistenza. È un supposto che sa di ‘philosophaillerie’, però non lo respingo a priori, non è una banalità. Ma intanto, per quale ragione il tempo è abolito e s’inaugura un anno-zero destinato a restare sempre zero? È un’impressione che io ho avuto, a volte, dopo il 2 giugno, ma il fenomeno resta da spiegare. Se il tempo è forma del senso interno, finché c’è un ‘senso interno’, ossia un individuo cosciente, ci dovrebbe essere anche il tempo. Una spiegazione poetico-teologica la tenta Dostoevskij nei Demoni. La mette in bocca a un suo personaggio, certo Kirillov, se ricordo bene; che dice «Quando l’umanità sarà arrivata alla felicità vera, non esisterà più il tempo. Il tempo infatti sarà superfluo». I cari estinti, sono arrivati alla felicità vera? Voglio augurarmelo. Se lo meriterebbero, poveretti.
Il titolo del testo ci rende subito l’idea del tema centrale che pervaderà la lettura: la Dissipatio Humani Generis, la scomparsa totale, definitiva, eclatante ed improvvisa del genere umano. Ma, andiamo con ordine. Il protagonista vive a Crisopoli (Zurigo?), città tra le montagne che non riesce in alcun modo a soffrire. Centro eletto della sua detestazione più assoluta del mondo: macchinazione, automazione, turismo di massa, agenti di Borsa, dinamiche post-industriali.
Così, il protagonista figlio di un mondo non più a misura d’uomo, decide di farla finita con quella realtà troppo innaturale nella sua struttura, troppo falsa. Dopo qualche giorno di immobile inerzia, di tentennamenti prolungati, nella notte tra l’1 e il 2 giugno, opta per il gesto disperato: il suicidio.
Non ho risposto, mi sono messo per il sentiero che costeggia i nostri prati e poi si insinua fra le ombre degli abeti. Una spirale all’ingiù (mi dicevo, camminando). Finora (mi dicevo) hai disceso nella tua vita pareti in pendio, adesso risulta che le pareti in ultimo si fanno verticali. La tua vita termina a imbuto – una riflessione più accademica che banale, in quel momento. Ma ero cavo e asciutto come una pomice, e mi compiacevo all’immagine dell’imbuto dove precipitava per me la parabola esistenziale. Non avevo rimpianti, tutto essendo esaurito, non incertezze tutto essendo previsto, e il mio habitus di semplificatore sopperiva al coraggio. In concreto, non dovevo affatto discendere, si trattava di arrampicarmi; l’inizio della galleria è a quota 1600 e il sentiero vi monta quasi a picco. […] A mezzanotte e cinquanta minuti ero all’orlo del pozzo, una grande apertura ovale, in fondo a cui stagnava dell’acqua.
Tuttavia, il protagonista in extremis ci ripensa e, dopo aver battuto la testa contro uno spuntone della parete di roccia, torna indietro. Ecco il capovolgimento: colui che voleva suicidarsi è l’unico uomo rimasto sulla terra. In un primo momento prova a razionalizzare questa idea, cerca gli altri esseri umani nei luoghi solitamente affollati poi, pian piano, si adegua a questa realtà. Passa dalla più totale esultanza misantropica alla depressione dovuta alla solitudine, in uno schema quasi bipolare di sublimazione tra l’autore e il protagonista.
La paura può tornare. Ricorro a un reagente che dovrebbe intaccarla. Il pericolo essenziale – l’uomo – non c’è più. Il resto, ciò che vive, è inoffensivo: è la natura, in me e intorno a me. Date le circostanze, un qualsiasi individuo al posto mio avrebbe buone probabilità di morire di vecchiaia. Le malattie sono socio-indotte o direttamente o indirettamente: la tensione che veniva dall’esistenza associata, ecc. Adesso non c’è più che un fulmine che possa raggiungermi, un terremoto, un meteorite. Cose remote.
Nelle pagine di Morselli si respira una freddezza quasi irreale, una lucidità gelida con cui esplora il tema del suicidio e affronta il proprio dolore. Il suo stile rispecchia la misura oraziana, ma a volte diventa livido, giocando con l’ironia e la leggerezza per depistare il lettore e celare la vera essenza dell’autore. La pulsione di morte, che alberga nel cuore del protagonista, lo spinge a sondare l’ignoto, a infrangere i confini della realtà convenzionale. Attraverso una ricerca interna, il protagonista è destinato a esplorare un universo parallelo, dove le regole che conosce vengono sovvertite. In questo intricato labirinto di emozioni e impulsi, la paralisi diventa la compagna di viaggio. Questa immobilizzazione potrebbe essere liberatoria, offrendo l’opportunità di riflettere e di giungere a una possibile salvezza, oppure potrebbe rivelarsi un inferno emotivo, intrappolando l’uomo nella sua stessa psiche.
Me ne sto a guardare, dalla panchina di un viale, la vita che in questa strana eternità si prepara sotto i miei occhi. L’aria è lucida, di un’umidità compatta. Rivoli d’acqua piovana (saranno guasti gli scoli nella parte alta della città) confluiscono nel viale, e hanno steso sull’asfalto, giorno dopo giorno, uno strato leggero di terriccio. Poco più di un velo, eppure qualche cosa verdeggia e cresce, e non la solita erbetta municipale; sono piantine selvatiche. Il Mercato dei Mercati si cambierà in campagna. Con i ranuncoli, la cicoria in fiore. In tasca tengo, per lui, un pacchetto di Gauloises.
