La storia di Giacomo Rovellio
Ep. 5 Sedotta e abbandonata
È vero che la chiesa cattolica ha sempre difeso il libero arbitrio dell’uomo dalle minacce e dalle pressioni della società, almeno a parole. Per questo motivo, la chiesa ammetteva i matrimoni segreti: la coscienza del cristiano è sempre, se animata dalle buone intenzioni, una parte dell’anima immortale che deve disporre liberamente delle proprie azioni e, se non reca offesa a Dio e agli altri, non può essere imbrigliata da lacci e vincoli. Perciò, anche il matrimonio segreto è una pratica che, con le dovute cautele, la chiesa approva e riconosce: il sacramento dell’unione è cosa divina, che risponde alla libera volontà del credente e solo in quel caso ha la benedizione celeste. Se due sposi, insomma, intendono unirsi senza recare pregiudizio alla morale, anche quando le famiglie siano contrarie, la chiesa si impegna, in via teorica, a sostenerli, anche con una celebrazione nascosta ad occhi indiscreti. Poi, nella realtà, il sacerdote potrebbe cercare di convincere gli sposi a non celebrare il matrimonio, non addolorare i genitori, non far scoppiare scandali. Ma, in linea di principio, questo diritto esiste ed è riconosciuto. In via generale, in un eventuale conflitto tra padri e figli sulla scelta dei consorti, la chiesa afferma di schierarsi con la libertà dei giovani e degli innamorati.
Elena Cumano, in quel concitato carnevale del 1587, doveva averci riflettuto parecchio, e infine si era lasciata convincere da Giovanni Battista Facen. Certo, una promessa di matrimonio senza il consenso dei genitori voleva dire mettersi nei guai, ma dopotutto le cose sarebbero anche potute essere risolte in un secondo momento. Così, aveva finito per impegnarsi a riformulare i suoi voti nuziali più avanti nel tempo. Non possiamo sapere esattamente quali fossero i pensieri di Facen ma, ragionando sul comportamento che tenne e sulla sua doppiezza, se si presta fede al detto di Andreotti per cui a pensare male si fa peccato ma spesso si indovina, sorge spontaneo chiedersi se più che al cuore di Elena, mirasse ben più in basso.
Il colpo andò a segno: persuasa la ragazza che le cose, comunque fossero andate, si sarebbero aggiustate, Facen intendeva raccogliere i frutti del suo capolavoro di manipolazione. Una notte d’agosto del 1587, approfittando del bel tempo e della bella stagione, era salito in camera di Elena, che gli aveva gettato una scala di corda. Da qui, gli appuntamenti amorosi erano diventati sempre più frequenti, con la probabile complicità della balia Lucia. In un divertente passaggio del Servitore di due padroni Carlo Goldoni fa dire a Pantalone, quando lascia la figlia sola col fidanzato, che può dedicarsi a tenerezze, «bagolezzi e cocolezzi» ma vieta ogni tipo di «sporchezzi». Anche l’avvocato Cumano avrebbe fatto suo questo monito, perché gli «sporchezzi» andarono oltre la tenerezza degli amanti. Tanto che, un bel giorno d’autunno, Elena si scoprì incinta. Il concepimento doveva essere avvenuto all’incirca nel mese di settembre, perché effettivamente avrebbe partorito a giugno una bambina in buona salute. Nella sua ingenuità, la giovane Cumano accolse la notizia in modo positivo. Pensava che la cosa l’avrebbe aiutata: Giovanni Battista avrebbe finalmente rivelato il loro matrimonio alle famiglie?
Ma era più presto detto che fatto: il fidanzato aveva provato a convincerla ad abortire e aveva chiesto consiglio al medico della comunità, Vittore Rizzardo, che non ne aveva voluto sapere. L’anno seguente, il 1588, il papa Sisto V avrebbe emanato una bolla, Effrenatam, in cui condannava l’aborto come fosse una pratica omicida. In realtà il percorso era tutt’altro che lineare e l’interruzione di gravidanza non era da tutti considerata allo stesso modo: d’altra parte Tommaso d’Aquino che non risparmiava durissime critiche a chi vi ricorreva, distingueva bene il momento del concepimento da quello dell’infusione dalla vita e riservava parole dure a chi, per ignoranza e grossolanità, definiva vivi i feti e omicidio la loro soppressione. Rovellio, comunque, si sarebbe allineato al parere dei rigoristi, perché nel 1590 avrebbe celebrato un processo contro Anna Todesco da Pergine Valsugana e, soprattutto, contro Orazio Leporino, che l’aveva spinta o costretta ad abortire un bambino. Alcuni pontefici, successivamente, avrebbero poi mutato il parere di Sisto V abolendo la bolla: sarebbe lungo descrivere la vera e propria altalena di giudizi formulati dai papi, ora più indulgenti, ora più rigoristi. Sta di fatto che, seppure virtualmente vietata o comunque mal tollerata, la pratica dell’aborto non incontrò poi così tante resistenze da parte dei tribunali della chiesa e, soprattutto, l’Inquisizione se ne chiamò sempre fuori. La decisione definitiva di considerare il feto vivo fin dal suo concepimento, perché animato, cioè dotato dell’anima sovrannaturale, arrivò solo con papa Pio IX, in pieno Ottocento intransigente e ultramontano. Nell’età della Controriforma, poche voci isolate, ma destinate a una grande fortuna, come il medico olandese Thomas Fyens, sostenevano idee di tal fatta, venendo sommerse da critiche e resistenze. Anche la bolla di Sisto V fu accolta in modi non sempre positivi, tanto che fu uno dei primi atti a venir annullati dai successori.
Sta di fatto che a Feltre, per quello che riguardava Giovanni Battista ed Elena, l’aborto non lo voleva praticare nessuno. E si trattava pur sempre di un’impresa rischiosa e pericolosa: secondo Giovanni Battista occorreva sentire qualche specialista. Per esempio, se ne poteva trovare uno a Venezia. Partito per la laguna, il giovane Facen fece perdere le sue tracce. Elena si rendeva conto di essere stata sedotta e abbandonata.
