La storia di Giacomo Rovellio
Ep. 4 Di matrimoni e carnevali
Elena Cumano non doveva avere che sedici anni ai tempi. Il padre era un avvocato, si era addottorato vent’anni prima in diritto a Padova, vent’anni prima di quell’anno convulso e sofferto. La madre, di cui conosciamo solo il nome di Giulia, l’aveva affidata a una balia, Lucia di Cesiomaggiore. Dunque, doveva essere nata nel 1572 o giù di lì. Allora, il vescovo era ancora Filippo Maria Campeggi, un uomo amato dalla popolazione e dall’élite feltrina: fu forse proprio quell’uomo a cresimarla e, tutto sommato, a rappresentare l’autorità religiosa di riferimento finché Elena era stata ragazzina.
Doveva essere stato nel corso del carnevale che Elena aveva incontrato un ragazzo giovane, di una famiglia nobile feltrina, Giovanni Battista Facen. Senza esagerare nei toni, bisogna sempre contare cosa volesse dire essere donne nell’Europa del Cinquecento: una sorveglianza rigida sui costumi, sull’abbigliamento, sulle frequentazioni. L’onore femminile coincideva con la verginità, con l’ossessione della purezza della ragazza e della sua fedeltà. In questo, nulla di nuovo rispetto i secoli passati. Dopo il concilio di Trento la chiesa, e gli stati come Venezia l’avevano recepito favorevolmente, aveva avviato un lungo processo per regolamentare una situazione poco chiara, quella della convivenza pre- o paramatrimoniale, se la si può chiamare così.
Prima delle riforme tridentine non era così raro trovare coppie che convivevano per un pochino, avevano dei figli, poi regolarizzavano l’unione oppure, a un certo punto, si allontanavano. Certo, non erano costumi molto apprezzati dalle autorità ecclesiastiche, che ribadivano il pensiero dei padri della chiesa e gli insegnamenti dell’apostolo Paolo: uomo e donna devono essere una sola carne, devono unirsi innanzi a Dio in concordia e armonia, devono pensare al sesso come un mezzo per assicurare la procreazione, mettere al mondo nuovi cristiani. In realtà, la retorica era un conto, la messa in pratica dei principi un altro. Pochi vescovi, a inizio secolo, erano davvero intenzionati ad addentrarsi in quel ginepraio che erano le convivenze di fatto. A Feltre, in effetti, le ricerche hanno mostrato come il vescovo Tommaso Campeggi, negli anni di metà secolo, qualcosa facesse: ma ancora è poco rispetto agli interventi dei decenni successivi.
Il concilio normò il matrimonio prendendo atto che il quadro generale era molto sfaccettato e complesso. Divenne un sacramento, un atto compiuto innanzi a Dio e da lui benedetto e validato. Un atto irrevocabile, che avrebbe vincolato per sempre i suoi contraenti. Si chiedevano però, una serie di rassicurazioni agli sposi: dovevano manifestare liberamente e pubblicamente il proprio consenso davanti a un parroco. Ministri delle nozze, essi stessi si impegnavano e vincolavano la propria coscienza davanti all’Altissimo. Ma qualcuno che esaminasse la liceità della cosa e la regolarità dell’unione doveva esserci: ecco il ruolo del sacerdote. Nuovi strumenti vennero predisposti per assicurare che tutti fossero a conoscenza della cosa, come le pubblicazioni matrimoniali, in modo da scongiurare il pericolo della bigamia. E, soprattutto, fu invalidata quell’infinita varietà di formulazioni matrimoniali per cui le nozze avrebbero dovuto avere effetto da un certo momento in poi: la chiese pretese che gli sposi si impegnassero da subito, immediatamente, per tutta la vita, a garantire la saldezza dell’unione che contraevano. Anche, fu combattuta la pratica di sposarsi a tappe: di giurarsi si eterna fedeltà da subito, ma di riservarsi di confermare o meno, in un secondo momento, le promesse scambiate. Così facendo si lasciava aperta la possibilità, più avanti, di sciogliere il vincolo che si era stabilito. Niente di tutto ciò: ci si doveva impegnare fin da subito e in modo perenne, irriformabile, non più modificabile. Casomai, se ce ne fosse stato bisogno, gli sposi avrebbero potuto chiedere al vescovo di verificare la regolarità della propria unione: se vi era qualche vizio all’origine, come le parentele di sangue, acquisite o spirituali (cioè per via di padrini e madrine di battesimo e di cresima). Un sistema di norme molto complicato, che limitava i mercati matrimoniali, per cui bisognava chiedere la dispensa della Sede Apostolica, tramite i vescovi (ovviamente pagando l’iter di cancelleria). Ma, anche, a voler pensar male, un sistema che permetteva comunque una scappatoia, nel caso in cui quel matrimonio dovesse poi essere sciolto: e i casi non erano rari se gli storici hanno considerato che i tribunali vescovili della Penisola annullarono più nozze di quante, tramite il divorzio, venivano sciolte dai protestanti, che non consideravano neppure il matrimonio un sacramento.
Un conto è la legge, un conto la sua applicazione. Anche l’avvocato Cumano, come vedremo, doveva certamente sapere queste cose, doveva sapere delle riforme del concilio e del sostegno deciso che le autorità veneziane avevano dato alla nuova politica della chiesa. Tuttavia, come molti suoi contemporanei, in una situazione di necessità, anche lui aveva avallato un comportamento totalmente contrario alle norme del diritto canonico e dello stato. Ma andiamo con ordine.
Il periodo di carnevale del 1587 doveva essere stato un periodo di licenza, di rilassamento dei costumi: la città ospitava annualmente spettacoli di comici, organizzati dalla comunità, feste, divertimenti. Forse, proprio in un ritrovo come questi, Giovanni Battista ed Elena si erano conosciuti. Tra i due era nato qualcosa: chi lo sa se ad introdurlo in casa era stato il cugino di Elena, Pietro Argenta, buon amico dell’altro ragazzo. Da poco aveva perso il padre, il nobile Vittore. Giovanni Battista era il figlio cadetto, quindi in una posizione un po’ subalterna rispetto il fratello maggiore, Galeazzo. Aveva anche due altri fratelli, Antonio e Giuseppe.
Galeotto fu il cugino o, più in generale, il clima festoso del carnevale. Intelligente e privo di scrupoli, Giovanni Battista aveva prima guadagnato la fiducia dei familiari della ragazza, poi si era accostato a lei e aveva, un po’ alla volta, saputo convincerla a scambiarsi una promessa di matrimonio. Un matrimonio segreto.
