La storia di Giacomo Rovellio

Ep.3 Una svolta nelle indagini

 

In una città piccola è inevitabile che si conoscano tutti. Che le famiglie bene del luogo abbiano le proprie amicizie influenti, che i vicini di casa scambino qualche chiacchiera e un po’ tutti si sia al corrente delle malefatte dei compaesani. Insomma, i soliti stereotipi della provincia. Chissà quanta gente, quel laborioso e lunghissimo 12 maggio 1588, avrà ripetuto al vescovo di Feltre i ben noti luoghi comuni: tra di loro, certamente, il prete Andrea da Canal. Rovellio gli aveva domandato se conoscesse quella signora, quella Lucrezia, che era sulla bocca di tutti come donna tutt’altro che per bene. E lui abbozzava: sì, era vero, abitavano vicino, si parlavano, ma niente di più. Minacciato di sanzioni disciplinari, l’avevano rispedito a casa, che si ripresentasse il giorno dopo, per vedere se avrebbe detto la verità che la curia già diceva di conoscere.

E poi c’era stata la svolta nelle indagini. Nella zona delle Tezze c’era una piccola bottega dove si lavorava la cera, di proprietà di un certo Pellegrino da Uniera, detto il Grevo. Probabilmente produceva candele, ma vendeva anche ex voto. Era un uso del tempo, non sempre bene accetto, quello di far colare statuine e pupazzetti da offrire ai luoghi santi: san Vittore, gli altari della Madonna, il crocifisso che stava appeso a San Lorenzo che, si diceva, aveva fatto tanti miracoli… Si ringraziava l’Altissimo per aver guarito una malattia o si chiedeva la sua benedizione. I più raffinati portavano quadretti, qualcuno anche piccoli oggetti d’argento. I poveri, invece, si contentavano di dare quanto potevano: suppellettili di legno, cera o – cosa che faceva inorridire gli igienisti del tempo – addirittura gli indumenti, le garze, le bende, che avevano avvolto le loro ferite. La chiesa si sarebbe sforzata di combattere queste abitudini malsane e, se non altro, incoraggiare i fedeli a dare un segno della loro gratitudine in modo più salubre. Evitare, insomma, tessuti rimasti a contatto con piaghe e parti infette: piuttosto, una statuina di cera, o anche un disegnetto su carta. Insomma, qualcosa di semplice, ma che almeno non spargesse germi o appestasse il luogo.

Il Grevo riconobbe a colpo d’occhio la statuina, tutta confitta di spilli: certe commissioni, forse, non si dimenticano facilmente. Il 2 maggio, un lunedì, era venuta da lui una massara, una donna di servizio, una certa Lucia da Cesiomaggiore. Lavorava per il dottor Cumano, cioè l’avvocato Giovanni. Addottorato in diritto a Padova nel 1568, apparteneva a una famiglia in vista, ma del ceto borghese. I Cumano erano stati protagonisti, nella precedente generazione, di accesi scontri in consiglio, per questioni fiscali. In sintesi, ad affiancare il governo veneziano locale del rettore vi era un collegio di nobili. Una ristretta cerchia di famiglie che, per il fatto stesso di essere iscritte ad un albo, potevano entrare nell’assemblea cittadina e decidere cosa si poteva fare. Ora, quel ceto privilegiato poteva anche decidere di materie fiscali, e la cosa era maldigerita da chi, pur riconosciuto come cittadino a tutti gli effetti, non poteva contrastare le misure adottate dai patrizi. Niente conflitti di classe, non scomodiamo Marx: si parla di ceti, di suddivisioni meramente giuridiche, non ci sono contrasti su capitali, lavoro, mezzi di produzione. Vale a dire: che razza di differenze di costumi, di finanze, di sostanza potevano poi passare in una città così piccola tra una famiglia per bene e i loro dirimpettai di un altro palazzo gentilizio? Tutto si riduceva all’iscrizione, o meno, ai registri dei privilegiati.

Ma torniamo al Grevo: Lucia aveva domandato per la sua padroncina, la figlia del dottor Cumano, di fondere una statuina di fattezze maschili. E se lo ricordava bene perché al primo tentativo la sua cliente l’aveva respinta (perché «haveva della donna», sembrava un po’ effeminata), così l’aveva rifatta. Quanto ad altri interrogatori, che grossomodo battevano la vecchia pista di Lucrezia, non c’è molto da dire: il suo confessore, Pietro Trento, semplicemente affermava di non poter parlare perché la donna si era confessata e il segreto del sacramento era sacro, mentre il suo committente di filtri d’amore, il prete Andrea da Canal, alla fine ammetteva a denti stretti che era vero, le aveva chiesto consiglio. Un cul de sac: Lucrezia era coinvolta nella faccenda ma non era lei la vera protagonista del fattaccio. La grande rivelazione era venuta dal Grevo, dal ceraio.

A questo punto, forse, ci conviene lasciare un po’ in disparte l’indagine del vescovo Rovellio e tornare indietro di qualche mese, per capire cos’era successo a casa Cumano e perché quella ragazza per bene, quella Elena, forse appena più che adolescente, si era rivolta forse a Lucrezia e aveva inviato la propria balia, la governante Lucia, nella bottega delle Tezze. Era una storia torbida, angosciante, ricca di colpi di scena, ben poco edificante dove, tutto sommato, nessuno dei coinvolti faceva poi una grande figura.

Eddy Benato
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