Accogliere

Di Lucio Caracciolo e Andrea Riccardi

Piemme Confronti
2023

«Cercavamo braccia, sono arrivati uomini». Così lo scrittore svizzero Max Frisch descriveva la reazione dei media nel suo paese all’arrivo dei Gastarbeiter italiani. La Svizzera si scopriva impreparata ad accogliere masse di lavoratori italiani, o variamente mediterranei, non in quanto lavoratori, di cui aveva stringente bisogno, bensì in quanto esseri umani. Oggi, lo sappiamo bene, tocca a noi l’impegno di accogliere o respingere masse di uomini in fuga da fame, guerra e malattie. E come allora anche a noi servono braccia, o ancor più: servono proprio uomini. In pieno inverno demografico, la società europea e tanto più quella italiana fa sempre meno figli e l’età mediana (45 anni) è destinata ad aumentare. Accogliere sembra l’unica soluzione per invertire la rotta, ma che cosa significa “accogliere”? E non è una visione utilitaristica dell’accoglienza, quella che imporrebbe l’apertura all’immigrazione per superare l’inverno demografico che stiamo attraversando? 

 

Per rispondere a queste domande è sicuramente utile leggere il libro appena uscito per Piemme, dal titolo “Accogliere”, scritto a quattro mani da Lucio Caracciolo, direttore di Limes e già professore di Studi strategici e di Geopolitica alla Luiss ed al San Raffaele di Milano, e da Andrea Riccardi, storico e fondatore della comunità di Sant’Egidio. Una conversazione di agevole lettura, che riflette a tutto tondo sul significato dell’accoglienza. Il dialogo tra i due da una parte interroga il senso del gesto di accogliere dall’altra lo declina specificamente nelle politiche relative all’accoglienza messe in atto a livello nazionale ed internazionale. Qui, per discuterne ed invitarne la lettura, si prenderanno in considerazione alcuni temi trattati da Lucio Caracciolo, che si ritengono di maggior interesse e stimolanti per il dibattito.

 

Accogliere indica anzitutto un gesto quasi spontaneo: senza tema di risultare retorici, è amare nell’accezione più alta del termine. Ma è anche verbo divisivo, tra accoglienza e respingimento si formano schieramenti ideologici affatto contrapposti, e sull’accoglienza si è misurato spesso l’esito del voto politico, non solo in Italia. Questione profonda e complessa, soprattutto se non si intende l’accoglienza come l’abbraccio di un momento, ma come un’etica ed una cultura del convivere con l’altro, con il diverso, che non sarà mai te stesso. Perciò, l’accoglienza tocca il tema dell’identità, della propria identità, singolare e collettiva, che si confronta con quella dell’altro. Scrive infatti Caracciolo: «se l’accoglienza è messa in discussione dai “chi siamo?”, è chiaro che si tratta di una questione esistenziale e politica prioritaria, intorno alla quale cade o si (ri)forma una comunità, uno Stato». Se per certi etologi siamo animali territoriali, è certo che l’arrivo dell’inconsueto, dello sradicato, ci lascia interdetti, ci sbilancia e ci interroga:

Nel momento in cui accogliamo o rifiutiamo di accogliere lo straniero, mettiamo alla prova noi stessi. Di fronte al migrante, rischiamo di scoprirci stranieri a noi stessi. E a quel che pensavamo di essere. Per questo ci piace classificarlo in figure definitive quanto approssimative: il nero, il cinese, l’afghano eccetera. Insomma, siamo all’essenzialismo più astratto.

Si tratta di rinunciare prima di tutto a questo essenzialismo, a volte irriflesso, a volte indotto. La nostra capacità di accogliere, secondo Caracciolo, si misurerebbe con una figura limite, il mendicante straniero, che vuol essere riconosciuto come pari, come essere umano con una storia da raccontare: «Essere curioso di chi ti è più lontano è accogliere nel senso più alto della parola».

Questi gli assunti di fondo e generali sull’accoglienza, cui si aggiunge la considerazione dell’immigrazione come necessità: accogliamoli perché ne abbiamo bisogno, da un punto di vista sia occupazionale sia demografico. Accogliamoli, prima di tutto, per noi. La visione iper-identitaria si scontra anche con questo pensiero (da ultime le dichiarazioni sciagurate del ministro Lollobrigida sulla sostituzione etnica), poiché lo straniero sfiderebbe e minerebbe l’ambiente socioculturale, la mentalità, i costumi, le usanze.

 

Ma caliamo la questione dell’accoglienza nel concreto dello scenario politico, che per definizione, se si parla di accoglienza o respingimenti, è quello internazionale. «La decisione sull’accogliere è anche una questione geopolitica. È atto geopolitico. E la scelta avviene sempre più in base a pregiudizi etnoculturali, quando non confessionali».

Per comprendere i diversi modi con cui le grandi e le piccole potenze affrontano il tema, bisogna prima inquadrare la situazione storica in cui ci troviamo, almeno per sommi capi. La grande domanda del nostro secolo, secondo Caracciolo, è la seguente: impero o nazione? Nel caso prevalesse l’ipotesi imperiale, questo sarebbe probabilmente il secondo secolo consecutivo caratterizzato dal primato americano. Ma la questione è tutt’altro che chiusa, e l’introversione delle potenze occidentali si fa sempre più insistente, di contro all’avanzata cinese, che ha purtuttavia logiche proprie. Di certo

Siamo avviati verso una fase storica di chiusura, di protezionismi non solo economici ma soprattutto culturali. Destinati a conflitti identitari. L’aria del tempo è respingere, non accogliere. Se non invertiremo la tendenza, saremo tutti sopraffatti. A cominciare da coloro che pensano di salvarsi respingendo, perché finiranno respinti.

Si passi alle singole potenze, anzitutto la Russia, che ha sconvolto gli equilibri mondiali che ancora si reggevano sulla Pace Fredda. L’invasione ucraina è stata giustificata dal Cremlino come parte del progetto di riscostruire il “mondo russo”, Russkij Mir, invero lo spazio unitario (mai esistito) di tutti i russi. Insomma, si tratterebbe di ri-accogliere tra le proprie braccia i russi dispersi nell’Ucraina indipendente a causa di quell’internazionalista di Lenin. Un’idea di carattere imperial-etnicistico: una contraddizione in termini, di cui Putin ed i suoi fingono di non avvedersene. In questo Superstato etnico russo, l’ideale sarebbe quello di accogliere o respingere a seconda dell’etnia, non foss’altro che, chiosa Caracciolo, «in base a questo ragionamento, Mosca avrebbe tutto il “diritto” di attaccare gli stati baltici. Una strategia molto debole, anzi suicida. Tipica di un paese in crisi di identità. Il panrussismo si rivolterà contro la Russia. Anche perché si rivelerà impossibile, squalificando chi lo idolatra».

 

Rispetto alla Cina, per quanto alleata di Mosca, si impone un ordine di considerazioni differente. “Tutto sotto il cielo”, l’impero cinese è sempre stato un impero chiuso in sé stesso. Ma oggi può ancora pensarsi così? No, secondo Caracciolo, che rileva: «Ideale oggi intenibile, fosse solo per l’interdipendenza economica con il resto del pianeta, persino con il massimo avversario, gli Stati Uniti d’America». 

Per questo il Dragone si proietta all’esterno, tramite le nuove vie della seta ma non per dominare il mondo, ma al contrario, «è questione di sopravvivenza, necessità di risorse e di mercati». 

E anche di manodopera a basso costo, in quest’ottica va compresa l’intenzione cinese di delocalizzare nel continente del futuro molte delle sue produzioni. 

Per quanto riguarda le diverse etnie al suo interno, a dominare il contesto cinese è il nazionalismo han, a scapito di minoranze etniche finanche perseguitate, come la uigura e la tibetana.

 

Quanto agli Stati Uniti d’America, la lacerazione interna sembra stia portando la prima potenza del mondo al declino. Tale lacerazione si consuma nella contraddizione tra la missione originaria universalistica di redimere il mondo, e la stanchezza se non il rifiuto di tale missione e vocazione. In sintesi, ancora, tra impero e nazione. La prima concepisce il mondo come arcipelago di Americhe minori, la seconda invece si interessa al benessere ed alla libertà in casa propria, considerata la crisi socioeconomica montante, che nessun presidente, né Trump né Biden, è riuscito a nascondere sotto il tappeto. Stanchi di occuparsi di tutto il mondo, molti americani vorrebbero ripiegare verso la nazione, a scapito dell’impero. Del resto, «La storia si è incaricata di stabilire l’impossibilità del mondo unipolare» conclude Caracciolo. Questa la crisi di identità americana, che traspare in tutta evidenza dalla carta geografica del voto: i liberal nelle coste oceaniche, il nazionalismo dall’America profonda. Una vera e propria faglia, geografica, politica, culturale testimoniata da un ulteriore dato: «non si riesce a convivere, ad accogliersi nella medesima famiglia. Oggi in America, su cento matrimoni, solamente quattro sono fra democratici e repubblicani». L’America, insomma, è in crisi non solo nell’accogliere-dominare il mondo, non solo nell’accogliere-salvare chi si affaccia al confine meridionale, ma anche ad accogliere e tollerare sé stessa. Un tema, quest’ultimo, che gradualmente tocca anche noi.

Dopo aver dominato il mondo fino al 1914, noi europei oggi fatichiamo a rassegnarci al declino e rifiutiamo di accogliere chi proviene dalle nostre ex (più o meno) colonie. Dalla massima estroversione alla massima introversione: «fenomeno che non riguarda solo l’atteggiamento verso extraeuropei, ma tra europei stessi, o meglio tra chi si sente più europeo degli altri». A ciò si aggiunge il ritorno della guerra in Europea, sul fronte orientale. Rispetto all’accoglienza dei profughi ucraini, si è celebrato giustamente l’apertura dei polacchi a milioni di uomini e donne in fuga dall’invasione russa. La stessa Polonia, purtuttavia, poco tempo prima si è distinta al contrario per il respingimento di diverse popolazioni. Quali? Quelle non cristiane, non bianche: «Quale più evidente conferma dello stigma etno-culturale che disegna nuovi confini – o ne ridisegna di antichi – nel cuore stesso dell’Europa, in uno dei paesi più cattolici del mondo?». 

Dall’Africa muovono la maggior parte dei migranti che si affacciano ai nostri confini ed alle nostre coste. Ma com’è lì la situazione in riferimento all’accoglienza? I confini tra Stati in Africa sono affatto virtuali, tracciati su geometrie coloniali e poco hanno a che vedere con le comunità reali. Per questo l’instabilità politica e le guerre sono all’ordine del giorno. Scrive Caracciolo:

Io non vedo tutta questa disponibilità, tutta questa accoglienza in Africa, anche all’interno di uno spazio che è in condizioni economiche e sociali molto diverse dalle nostre. Mi pare che gli aspetti di stigmatizzazione etno-tribale siano ancora molto forti. I muri ci sono anche in Africa, pensiamo solo alla frontiera del Limpopo tra Botswana e Sudafrica – un inferno. Confini spesso virtuali, fondati su geometrie coloniali, fuori dal tempo e dalle comunità reali.

Un’epidemia di xenofobia che di frequente sfocia in violenza pervade anche il continente del futuro, che spinge gli africani verso le coste europee, in primis quelle italiane. 

Ecco appunto, l’Italia. Cosa dire dell’accoglienza nel nostro Paese? Il tema dell’immigrazione e dell’emigrazione ci riguarda da secoli, se non da millenni. Fino a qualche decennio fa, gli italiani erano sicuramente più accoglienti, complice anche la minore mediatizzazione del tema migratorio, ossessivamente cavalcato da giornali e politicanti. Tuttavia, rimaniamo tra i paesi più tolleranti del mondo occidentale. Noi italiani, infatti, «da millenni siamo abituati alla figura dello straniero, non necessariamente invasore. Forse per questo siamo in genere più tolleranti, se non accoglienti, di altri europei».  Il paradosso italiano consiste nel fatto che la questione della crisi demografica è totalmente escluso dal dibattito sull’accoglienza: un paese che perde abitanti a rotta di collo da almeno cinque anni, con un’età mediana è di 45 anni, destinata a crescere insieme alla discesa della curva demografica. Ciononostante, mentre del pericolo migratorio si discute animatamente, questo tema non sembra preoccupare la nostra società. Caracciolo è tranchant:

Ma se un paese che non fa figli vuole sopravvivere e ringiovanirsi, i figli deve importarli fatti. Attraverso un sistema legale, basato su quote di ingressi annuali dai diversi paesi. Importare figli di madri non italiane implica accettarne certi caratteri originari che non puoi cambiare, ammesso sia desiderabile. Puoi al meglio integrare quei giovani immigrati, non assimilarli. Processo quest’ultimo, se mai giusto e possibile, che non può compiersi in meno di due o tre generazioni. 

E l’integrazione, è del resto il caso di ricordarlo, ha la particolarità di essere un processo revocabile. Ad ogni modo, in Italia «l’attrazione di stranieri, selettiva e regolata, e la capacità o incapacità di integrarli decideranno del nostro futuro come nazione». Secondo Caracciolo, il tema va affrontato in tutta la sua profondità storica, per cui è importante fare riferimento anzitutto alla romanità: «Noi stiamo vivendo in questi anni la crisi di una nostra antica tradizione, che nasce da Roma fin dalla fusione tra l’elemento etrusco e quello latino nella Roma primigenia. L’Impero romano non aveva nessuna caratterizzazione etnica». A proposito della sostituzione etnica tanto cara a Lollobrigida. Una capacità di integrazione ed accoglienza di origini antichissime, un tratto che avrebbe marcato nei secoli il carattere nazionale italiano, meno segnato di altri popoli europei da venature razzistiche, avulse di principio da qualsiasi declinazione di accoglienza. Su questo carattere il rapporto di continuità con il cattolicesimo romano: «Questa impronta culturale è stata ripresa, sviluppata e custodita dalla Chiesa cattolica romana». Perciò, la deriva xenofobica se non razzistica degli ultimi anni arriva e accelera non per caso in concomitanza con il declino della cultura cattolica «all’impoverimento del messaggio cristiano nella nostra società, alla perdita di prestigio e influenza della stessa Chiesa».

Proprio sulla Chiesa cattolica romana si concentra buona parte del confronto tra Caracciolo e il fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Anzitutto, secondo il direttore di Limes, la Chiesa romana sta vivendo il medesimo momento degli altri poteri del tempo, invero la questione della nazionalizzazione o meno della Chiesa, «e quindi eventuale contraddizione della Chiesa con sé stessa. Non con la storia della Chiesa necessariamente, ma col Vangelo e con la missione universale della Chiesa». Ed il tema è una questione strettamente geopolitica. La deriva nazionalistica investirebbe anche il cattolicesimo romano con il suo autocentrarsi, testimoniato in piena evidenza dal passaggio dal tu al noi nelle locuzioni papali (si, anche di Francesco). Tale autocentrarsi corrisponde, chiosa Caracciolo in una tesi poco condivisa dalla vulgata del tempo non propriamente ferrata in storia della Chiesa, «alla de-italianizzazione del papato e della classe dirigente ecclesiastica. Perché nessuna nazione cattolica è stata e rimane meno nazionalistica e più aperta al mondo della nostra». Sarebbe opportuno riflettere su questo fatto, prima di cadere in facili assiomi terzomondisti, più giornalistici che fondati su dati storici reali. Valga ad esempio il proliferare all’interno delle conferenze episcopali di particolarismi se non di espliciti nazionalismi, che riprendono tendenze classiche dell’ortodossia, film già visti: l’identificazione con il proprio Stato o impero di riferimento, cui vorrebbero rappresentarne l’identità. Di più, la possibilità di un concilio è scartata a priori da vescovi e cardinali: “se riuniamo un concilio, ci ammazziamo tra noi”, il commento di un porporato riportato da Caracciolo, che conclude:

la deriva antiuniversale della Chiesa universale è uno dei sintomi più gravi della nostra deriva culturale e sociale. A scuola ci raccontano, ed è in parte vero, che l’Italia si è fatta contro la Chiesa, o meglio contro il suo potere temporale. Ma il cattolicesimo resta la cultura di fondo della nazione italiana. Cultura in senso strettamente laico, non confessionale. E comunque, visti da fuori, noi siamo la nazione del cattolicesimo, che nell’accoglienza ha uno dei suoi tratti distintivi, a mio avviso il principale.

In Italia, la deriva antiunversalistica della Chiesa ha come conseguenza la messa in discussione della cultura dell’accoglienza, ora finanche demonizzata dai partiti che si dichiarano rappresentanti del più autentico cattolicesimo.

 

Infine, l’accogliere viene calato nel contesto culturale generale del tempo. L’asocialità è la cifra fondamentale della nostra epoca, seppur determinata dall’iperconessione, in cui l’unica cosa che siamo interessati a comunicare è il nostro ego, la nostra specifica, personale visione o rivendicazione, senza alcun interesse per l’opinione altrui. L’asocialità (di cui un altro degli ultimi simboli è il fatto che si possa discettare di famiglie formate da una sola persona, contraddizione e paradosso insieme) traligna nella cultura della diffidenza, che mina le nostre società.

Mi domando fino a che punto libertà e democrazia – o quel che ne resta – possano reggere, ammesso che ne resistano ancora le radici, in un contesto culturale di questo genere.

Intendo osservare che il rifiuto di principio non solo dell’accoglienza, ma dell’altro, non è compatibile con la democrazia e con la libertà, con una cultura in cui ci si legittima nel riconoscimento reciproco: il mio diritto vale il tuo […]. Nel momento in cui il mio io è totalmente autocentrato e indifferente all’altro, perché nella legatura o addirittura nell’osmosi culturale e sociale con l’altro teme di perdere qualcosa di sé, entra veramente in crisi il senso della nostra comunità.

Una delle concezioni da mettere in discussione è una fraintesa considerazione dell’identità, per la quale essa sarebbe qualcosa di fisso e determinato per sempre. La deriva essenzialista del nostro tempo, di cui si accennava all’inizio, che deflagra in almeno tre effetti problematici: la destoricizzazione del nostro modo di pensare e studiare, quindi di comprenderci; l’incapacità di capire il mondo in una fase particolarmente dinamica della redistribuzione del potere tra i vari soggetti geopolitici; l’illusione di poter fare da sé, fregandosene del prossimo. Assumiamo il primo aspetto: la destoricizzazione. Ci pensiamo avulsi da qualsiasi forma di continuità storica, se non addirittura in grado di poter reciderla. In Occidente, in particolare negli States, vi sono comunità che vorrebbero rifondarsi in una forma statica, preconfezionata, misconoscendo o cancellando il proprio passato. «Un’identità unica e totalizzante. Inumana. È il caso della cultura della cancellazione (cancel culture). Nel cui nome si pronunciano le sentenze più assurde. Ma che entrano nei curricula scolastici, addirittura universitari» L’appiattimento verso un tempo zero, unico: «siamo solo biologia. Niente storia. Non abbiamo passato. Quindi nemmeno futuro, se non nell’eterna riproduzione di noi stessi. Questa cancellazione della storia è l’eredità culturale più grave che lasciamo ai nostri figli e nipoti, perché ne abbiamo fatto una pedagogia». La cancellazione e demonizzazione selettiva del passato (sulla base, del resto, di criteri fumosi e annebbiati) invero il rifiuto della storia, è una forma di violenza morale. Si chiede Caracciolo, legando il tema storico a quello dell’accoglienza,

Se aboliamo la storia, su che cosa fonderanno i nostri figli, nipoti e pronipoti la loro identità? Su una eterna ora zero? E se possiamo cancellare il passato, perché dobbiamo accogliere qualcun altro, qualcuno di nuovo? Non c’è motivo: siamo autosufficienti. Siamo autosufficienti rispetto al tempo ma anche rispetto allo spazio.

Non si può partire né ripartire da zero. Questo è uno degli equivoci della nostra epoca, in cui sono invischiati (o forse ne sono corresponsabili) gli addetti alla comunicazione e quel che resta della politica. L’idea che vi siano ore zero, punti vuoti, che si possa ricominciare dal nulla. Sotto il profilo culturale, la prima operazione da fare è recuperare la continuità storica, anche per noi italiani: «la continuità recuperata sarà la base della ricostruzione del senso dell’Italia come nazione».

 

Cos’altro si può fare? La parte dedicata alle prospettive di indirizzo non è meno approfondita di quella di analisi del reale. 

Anzitutto, va rilevato che l’accoglienza è la necessità del nostro tempo: «Senza accoglienza siamo morti. Siamo morti in senso fisico, biologico, nel senso che siamo destinati all’estinzione. E sarebbe un processo forse anche più rapido di quello che possiamo immaginare. Credo che accogliere sia la necessità, non la scelta, del nostro tempo».  Ma vi è un senso ulteriore dell’accoglienza che va riscoperto, perché si possa davvero pensare anche all’integrazione dello straniero, di cui si è appena marcata l’importanza essenziale. E questo senso profondo dell’accoglienza deve iniziare dalla scuola, quindi dal futuro della nostra nazione, i giovani. La citazione è lunga, ma necessaria:

Accogliere nel senso più stretto e immediato. Accoglierci. All’interno delle nostre stesse comunità. Parlare tra noi al di là degli ostacoli paraideologici e culturali, quando l’autocentrarsi ha minato le legature sociali, persino nazionali, eccitando localismi e separatismi. Parliamo tra italiani dell’Italia. 

Questo dovrebbe essere il primo compito della scuola. La qualità e la libertà delle scuole e delle università certifica la civiltà di una nazione e contribuisce a irradiarne i valori nel mondo. Quando ci occuperemo di più della scuola, capiremo meglio quanto il nostro futuro dipenda dai figli e dai nipoti e quanto questo futuro sia minacciato da una collettività senescente. È anche una questione di mentalità: non puoi pretendere il gusto del rischio e dell’innovazione dalla massa degli ultraquarantenni, tanto più in un contesto iperdigitalizzato. Dovremo ricominciare a fare più figli, ma per farlo sarà importante curarci di più di quelli che abbiamo.

Un paese più accogliente con sé stesso è un paese più solidale. Siamo inconsciamente portati ad accogliere, per la nostra storia e la nostra cultura, differentemente da quanto ci siamo raccontati e ci siamo convinti: «Questo è uno dei motivi per cui mi sento fortunato e orgoglioso di essere italiano. Non ho bisogno di un’autorità che mi spieghi perché la disponibilità ad accogliere sia un valore. Semplicemente appartengo a una cultura che si fonda su questa propensione». Quando saremo più solidali tra noi stessi, lo saremo finalmente anche verso lo straniero, l’ultimo del mondo, che bussa alla nostra porta. Solo così contribuiremo a costruire un senso nuovo della comunità, alimentato dalla profondità storica della nazione. Perché queste non restino altro che buone intenzioni, non si può confidare solo nelle anime belle, nel volontarismo individuale o nel volontariato di gruppo: «Serve lo Stato. In Italia è spesso una parolaccia, anche perché ne abbiamo un’idea passiva, come qualcosa che non ci riguarda e che forse dobbiamo temere». Rovesciando il motto di D’Azeglio, «gli italiani ci sono, facciamo davvero questa Italia. Liberiamoci dell’idea che non siamo capaci di governare noi stessi».

Altrimenti, il rischio è grande. Non solo l’estinzione, come si è detto. Ma anche la ripetizione di errori tragici del passato, in particolar modo nel contesto storico di un mondo che non trova più un centro d’equilibrio, almeno dal 24 febbraio 2022. Il nostro modo di pensare e di essere è il modo in cui plasmiamo e formiamo le nostre leggi, le nostre istituzioni. Per questo, il monito di Caracciolo, se consapevolmente o meno introiettiamo l’idea che sia un’umanità o una razza superiore «che sarebbe la nostra, e poi una variabile gerarchia di inferiori, fino ai subumani, non ci vorrà poi molto a scivolare verso le persecuzioni razziali o peggio. Specialmente nel clima di guerra che dopo tre generazioni di pace incombe su di noi». Rispetto allo scenario globale abbiamo l’urgenza di evitare la deriva della guerra totale, impegnandoci per riportare sotto controllo il conflitto russo-ucraino. E per quanto riguarda il nostro Paese,

Io mi impedisco di slegare il sogno dalla realtà. Come italiano, oso credere che la nostra nazione abbia un senso e un futuro. E che la cultura dell’accoglienza ne sia la base. La nostra demografia sta lì a ricordarcelo, anche se evitiamo di discuterne perché obbligherebbe ad accogliere. 

Allora, almeno qui, cominceremo a discutere del nostro inverno demografico, ad accoglierci, ad accogliere.

Giuseppe Gris
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