La crisi climatica e la Provincia di Belluno

Dati e prospettive di indirizzo

 

Il 15 maggio è stato l’Overshoot day d’Italia: ora siamo in debito con il pianeta per il 2023. Ciò significa che l’Italia ha finito le risorse rinnovabili che le spettano e che la Terra è in grado di rigenerare in 365 giorni. Indicatore ideato dal Global footprint network (Gfn), calcola il bilancio ecologico del pianeta e dei singoli stati, operando un rapporto tra domanda umana e offerta naturale. L’offerta consiste nella biocapacità, invero nell’insieme dei servizi offerti dagli ecosistemi terrestri e marini tra cui anche l’assorbimento di CO2. La domanda è l’impronta ecologica, invero la terra biologicamente produttiva richiesta per supportare le attività quotidiana da una data popolazione oppure dall’intera popolazione terrestre. Quando la domanda supera l’offerta ecco l’Overshoot day, e l’uomo entra in debito con il pianeta. Nel 2022 l’Overshoot day a livello globale è caduto il 28 luglio, mai stato così presto. Nel 1972 cadde il 14 dicembre, indicativo del fatto che fino a 50 anni fa l’uomo riusciva a farsi bastare le risorse terrestri pressoché per tutto l’anno. L’Italia entra in debito con il pianeta a metà maggio (anche nel 2022), prima cioè della metà dell’anno. C’è chi è più virtuoso (l’Ecuador, ad esempio, a dicembre) e chi meno: il Qatar ha finito le risorse del pianeta già a febbraio. Per quanto riguarda l’Italia, l’impronta ecologica media di un italiano si aggira circa sui 4,3 ettari globali. Se dividiamo questa cifra per la quota disponibile per ciascun uomo sulla Terra, che si aggira sui 1,6 ettari, il risultato è 2,68. Cosa significa questo numero? Che se il mondo intero avesse il nostro stile di vita, avremmo bisogno di quasi 2,7 pianeti. Gli ambiti che accrescono maggiormente la nostra impronta ecologica sono l’alimentare (31%) e gli spostamenti (25%). Bisognerebbe dunque intervenire in questi settori. In aggiunta, per comprendere la situazione ancora con il supporto dei dati, se consideriamo lo spreco alimentare globale, solamente dimezzandolo si potrebbe spostare in avanti l’Overshoot day di 13 giorni.

L’occasione dell’Overshoot day (nonché il dramma che sta coinvolgendo l’Emilia-Romagna, connesso ai cambiamenti climatici) ci permette di sviluppare alcune riflessioni e considerazioni sulla crisi climatica, dal mondo alla nostra provincia, appoggiandoci su dati scientifici presentati ed analizzati dal professor Carlo Barbante durante un’assemblea del Partito Democratico provinciale.

Anzitutto bisogna intendersi sulle parole. Da anni ormai non si parla più di cambiamento climatico bensì di crisi climatica, come fatto sociale totale. Vale a dire, non si tratta più soltanto di un peggioramento in termini di variabili climatiche, ma di un plesso di aspetti legati al cambiamento climatico, tra i quali si cita la questione economica, la crisi sociale, le migrazioni. In aggiunta, va considerato che è un fatto che inerisce anche le condizioni di vita delle generazioni future: perciò, il fatto sociale totale si dispiega su scala intergenerazionale ed impegna diritti e doveri nei confronti di chi arriverà dopo di noi.

 

La crisi climatica: i dati globali

Partiamo dai dati raccolti dagli scienziati. Benché negli ultimi 2-3 milioni di anni esista una ciclicità delle variabili climatiche dovuta alla posizione relativa della Terra rispetto al Sole, è soprattutto negli ultimi 100-150 anni che il sistema sembra aver perso il suo equilibrio. La vita sulla Terra, infatti, esiste grazie alla combinazione di tre fattori: la giusta distanza dal Sole, la composizione chimica dell’atmosfera ed il ciclo dell’acqua. L’atmosfera, in particolare, assicura al nostro pianeta un clima adatto alla vita grazie al cosiddetto effetto serra naturale. Quando i raggi solari raggiungono la superficie terrestre vengono solo in parte assorbiti, mentre in parte vengono riflessi; in assenza di atmosfera verrebbero dispersi nello spazio, mentre vengono in buona parte trattenuti e reindirizzati verso la Terra da alcuni gas presenti nell’atmosfera (i gas a effetto serra). Il risultato netto è un’ulteriore quantità di calore che si somma a quella proveniente dai raggi assorbiti direttamente: in assenza di questa quota parte la temperatura media sulla Terra sarebbe di circa -18°C anziché di circa +15°C.  Tuttavia, il riscaldamento climatico registrato negli ultimi 100-150 anni è anomalo in quanto innescato dalle attività umane ed è per questo motivo che viene definito “effetto serra antropico”. A partire dall’epoca industriale sono state riversate in atmosfera milioni di tonnellate di CO2 ed altri gas serra, portando la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera a valori superiori di circa il 50% rispetto al valore massimo registrato negli ultimi 2 milioni di anni (420 ppm rispetto a valori oscillanti tra le 180 e le 280 ppm). Tale aumento deriva principalmente dall’uso non sostenibile dell’energia, dall’uso del suolo e dai cambiamenti nell’uso del suolo, dagli stili di vita e dai modelli di consumo e produzione.

Rispetto al periodo 1850-1900 la temperatura superficiale globale è aumentata di 1,1°C nel periodo 2011- 2020 e la tendenza osservata dal 2000 ad oggi fa prevedere che potrebbe arrivare, in assenza di interventi, a 1,5°C-2 °C tra il 2030 e il 2050.  Si sono verificati rapidi ed estesi cambiamenti nell’atmosfera, nell’oceano, nella criosfera e nella biosfera ed i cambiamenti climatici causati dall’uomo stanno già influenzando molti eventi meteorologici e climatici estremi in tutte le regioni del mondo. La pianificazione e l’attuazione dell’adattamento ai cambiamenti climatici sono fondamentali per contenere l’aumento della temperatura al di sotto della soglia di 1,5°C, anche alla luce del fatto che le opzioni di adattamento che oggi risultano fattibili ed efficaci diventerebbero limitate e meno efficaci con l’aumento del riscaldamento globale. È evidente che alcuni cambiamenti futuri siano inevitabili e/o irreversibili ma possono essere limitati da una rapida e decisa riduzione delle emissioni di gas serra a livello globale; limitare il riscaldamento globale causato dall’uomo richiede zero emissioni nette di CO2. Le emissioni cumulative fino al momento del raggiungimento dell’azzeramento netto delle emissioni di anidride carbonica e il livello di riduzione delle emissioni di gas serra in questo decennio determineranno in gran parte se il riscaldamento potrà essere limitato a 1,5°C o 2 °C. Sono pertanto necessarie transizioni rapide e di vasta portata in tutti i settori per ottenere riduzioni significative e durature delle emissioni.

 

Che fare? La Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e il Piano REPowerEU.

Nel 2015 alla Conferenza delle Parti (COP21) della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) è stato firmato l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici che fornisce un quadro credibile per raggiungere la decarbonizzazione, con obiettivi a lungo termine per affrontare il cambiamento climatico. I governi firmatari si sono impegnati a limitare l’aumento di temperatura al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, con sforzi per rimanere entro 1,5°C, in modo tale da raggiungere il picco delle emissioni il prima possibile e la carbon neutrality nella seconda metà del secolo in corso. 

Si tratta di mettere in atto una decisa transizione energetica, riducendo sempre più l’utilizzo dei combustibili fossili. La strada da intraprendere per la decarbonizzazione prende appunto il nome di transizione energetica: si tratta di passare da un mix energetico incentrato sui combustibili fossili a uno a basse o zero emissioni di carbonio basato sulle fonti rinnovabili. L’obiettivo è quello di sostituire progressivamente in tutti i settori – dalle abitazioni ai trasporti, fino all’industria pesante – le tecnologie basate sui combustibili fossili con quelle che utilizzano l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili, al fine di ottenere non solo l’abbattimento delle emissioni a effetto serra, ma anche dell’inquinamento atmosferico, soprattutto nelle aree urbane. 

Al centro della risposta dell’Unione Europea c’è il Piano REPowerEU presentato nel 2022 dalla Commissione con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dell’UE dai combustibili fossili accelerando la transizione e costruendo un sistema energetico più resiliente. Le azioni previste per rispondere in modo appropriato alla crisi energetica sono quattro: risparmiare energia; diversificare l’approvvigionamento; sostituire rapidamente i combustibili fossili accelerando la transizione europea all’energia pulita; combinare investimenti e riforme in modo intelligente.

Al fine di realizzare il piano REPowerEU risulta necessario investire oltre 210 miliardi di euro nei prossimi 5 anni. A tal fine gli Stati membri potranno aggiungere un capitolo ai loro piani di ripresa e resilienza (PNRR) per orientare gli investimenti verso le priorità REPowerEU. La politica di coesione 2021-2027 supporta già la decarbonizzazione e la transizione verde, investendo 100 miliardi di euro nelle energie rinnovabili, nell’idrogeno e nelle relative infrastrutture. 

La Commissione propone di incrementare l’obiettivo 2030 dell’Unione Europea per le energie rinnovabili dall’attuale 40% al 45%. Il Piano porterebbe la capacità complessiva di produzione di energia rinnovabile a 1236 GW entro il 2030. L’UE Solar Strategy punta all’ampia diffusione dei tetti dotati di impianti fotovoltaici ed in particolare la Commissione propone l’obbligo di installare i pannelli fotovoltaici su tutti i nuovi edifici commerciali e pubblici con un’area superiore ai 250 metri quadrati entro il 2026; dall’anno successivo l’obbligo scatterà anche per gli edifici già esistenti. Tutti i nuovi edifici residenziali, invece, dovranno dotarsi di pannelli fotovoltaici a partire dal 2029. In materia di idrogeno, invece, sono stati introdotti nella proposta di Direttiva sulle Energie Rinnovabili livelli minimi di assorbimento di idrogeno rinnovabile nelle applicazioni industriali e nel settore dei trasporti. La Comunità Europea promuove inoltre il concetto di valli dell’idrogeno dove attorno ai distretti industriali le applicazioni di idrogeno potrebbero essere condivise da più utenti. REPowerEU ha introdotto l’obiettivo ambizioso di produrre nell’Unione Europea 10 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile all’anno entro il 2030. 

L’altra priorità relativa alle energie rinnovabili riguarda il biogas e il biometano e, al fine di aumentarne la produzione annua a 35 miliardi di metri cubi entro il 2030, la Commissione presenta azioni in quattro aree: sostegno alla produzione di un volume massimo sostenibile di biogas con l’obiettivo di trasformarlo in biometano; sostegno alla produzione diretta di biometano da rifiuti residui; potenziamento sostenibile e iniezione sicura di biometano nella rete del gas; supporto alla ricerca e innovazione e agli investimenti.

Relativamente alla tematica dell’efficienza energetica viene proposto di innalzare al 13% l’obiettivo vincolante della direttiva entro il 2030 rispetto allo scenario di riferimento del 2020; tale obiettivo dovrà essere raggiunto tramite l’efficientamento energetico degli edifici ma anche con un cambio di paradigma in termini di abitudini dei cittadini. 

La transizione verso modelli di produzione e consumo più sostenibili è diventata una delle grandi sfide della contemporaneità. Gli aumenti dei prezzi dell’energia, gas e materie prime verificatisi nell’ultimo biennio è dovuto ad un insieme complesso di fattori che riguardano sia i prezzi praticati dai Paesi produttori a fronte di una domanda fortemente in crescita, che il calo degli investimenti nella filiera dell’estrazione, nonché dal conflitto in Ucraina e dagli incrementi attribuibili agli intermediari di mercato. 

In tale contesto la transizione energetica si rende ancor più necessaria in termini di sostenibilità ambientale, di indipendenza e sicurezza energetica. La transizione energetica richiede cambiamenti culturali basati sul risparmio energetico e sull’efficienza dei consumi, oltre alla progressiva sostituzione delle fonti fossili di generazione. Le forme innovative di produzione, condivisione e consumo di energia oggi possono essere attivate attraverso comunità energetiche rinnovabili e gruppi di autoconsumatori di energia rinnovabile. 

Nell’ambito del pacchetto di misure Clean Energy for all Europeans, l’Unione Europea ha emanato la direttiva 2018/2001 che mira alla promozione delle energie rinnovabili, riconoscendo i modelli di autoconsumo collettivo e di comunità energetiche rinnovabili. In Italia, la Legge 8/2020 ha reso operativa questa Direttiva in modo anticipato, tramite una fase di sperimentazione, mentre il Decreto legislativo n. 199/2021 ha recepito in modo completo la Direttiva Europea, diventando la principale norma di riferimento in materia, nonostante il nuovo quadro normativo sarà pienamente operativo soltanto dopo i decreti attuativi. Tali norme, riconoscendo le configurazioni di autoconsumatori di energia da fonti rinnovabili e di comunità energetiche rinnovabili, prevedono un ruolo attivo del consumatore, che diviene una figura centrale per la transizione energetica. Un gruppo di autoconsumatori di energia rinnovabile che agiscono collettivamente è un insieme di almeno due autoconsumatori che si trovano nello stesso condominio o edificio: in questo caso viene installato un impianto di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili nell’area comune, in grado di soddisfare una quota parte del fabbisogno di energia elettrica sia per le utenze condominiali che per quelle delle unità immobiliari autonome e la cui energia prodotta in eccesso, rispetto ai fabbisogni dei consumatori, è immessa in rete per la vendita. Quando l’autoconsumo va oltre l’ambito di un edificio o condominio, siamo di fronte ad una comunità energetica, ovvero un soggetto giuridico il cui scopo prioritario è il raggiungimento di benefici ambientali, economici e sociali per i suoi membri.

Un primo indirizzo operativo: i trasporti

Come detto in apertura, l’ambito degli spostamenti e quindi dei trasporti è tra quelli che maggiormente incidono sull’impronta ecologica dell’Italia (25%). Cosa può fare l’Italia ed in particolare la nostra provincia per ridurne l’impatto? Iniziamo considerando i dati a livello globale, per poi calarci prima nel contesto italiano, infine in quello bellunese.

La maggior parte delle emissioni dei gas serra è dovuta al consumo di carbone, petrolio e gas. È quindi evidente come il settore dei trasporti sia un asset strategico di intervento nell’ottica di riduzione delle emissioni. In Italia il settore dei trasporti era responsabile nel 2019 (ultimo anno pre-Covid) del 25,2% delle emissioni totali di gas ad effetto serra e del 30,7% delle emissioni totali di CO2. Il 92,6% di tali emissioni sono attribuibili al trasporto stradale; peraltro, se in Italia dal 1990 al 2019 le emissioni si sono ridotte del 19%, i trasporti sono uno dei pochi settori che hanno registrato una crescita delle stesse. I trasporti generano inoltre una quota consistente delle emissioni in atmosfera di altri inquinanti, come ad esempio le polveri sottili (PM10 e PM2,5). 

Il settore dei trasporti è centrale nella strategia di riduzione delle emissioni e, in questo senso, la Struttura per la transizione ecologica della mobilità e delle infrastrutture del Ministero ha individuato cinque assi principali di azione: potenziamento dei sistemi di trasporto sostenibili alternativi al trasporto su gomma e gestione della domanda e della struttura della mobilità; miglioramento dell’efficienza energetica e decarbonizzazione dei veicoli;  decarbonizzazione dei vettori energetici e dei combustibili; abbattimento delle emissioni necessarie alla produzione dei veicoli; abbattimento delle emissioni necessarie alla costruzione di infrastrutture.

L’Italia ha un sistema di trasporto che presenta una serie di deficit strutturali (ad esempio nel settore del trasporto pubblico locale) e un’eccessiva prevalenza del trasporto su gomma rispetto ad altri mezzi meno inquinanti. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) cerca di rispondere a queste criticità ed in particolare i vari progetti mirano: ad aumentare la quota di trasporto pubblico locale con il rinnovo, il potenziamento e la decarbonizzazione della flotta di veicoli; a ridurre la domanda di trasporto inquinante, in particolare nelle aree urbane, con l’ausilio di piste ciclabili, della micro-mobilità elettrica e dell’intermodalità; a facilitare la diffusione delle automobili elettriche per mezzo dello sviluppo di una rete pubblica di ricarica veloce; a spostare una quota significativa del trasporto passeggeri e di merci dal trasporto su gomma e aereo alla ferrovia. 

Per quanto riguarda i trasporti nella nostra Provincia, si possono in questo senso ricavare alcune linee di indirizzo su cui impegnare la politica, specificamente:

 

  1. il potenziamento del trasporto pubblico locale e dell’intermodalità.  
  2. il rinnovo della flotta per permettere una mobilità più agevole e allo stesso tempo più sostenibile, in particolare per studenti e lavoratori.
  3. l’utilizzo di fonti rinnovabili per quanto riguarda i trasporti nell’ottica della transizione energetica.

Il tema fondamentale: l’acqua

L’acqua è sicuramente l’ambito sul quale più si riflettono i cambiamenti climatici, qui e altrove, non serve citare la tragedia del ghiacciaio della Marmolada per ricordarlo. Anche qui procederemo dai dati su scala globale, per terminare con le prospettive di indirizzo sulle quali è possibile impegnare concretamente la politica in questa provincia.

L’impatto del riscaldamento globale è ad oggi già evidente: il ghiaccio marino artico è diminuito in media del 12,85% per decennio, mentre l’aumento del livello del mare negli ultimi 150 anni è di circa 3,3 mm all’anno. Inoltre, il cambiamento climatico ha causato una sensibile diminuzione degli apporti di acqua in termini di precipitazioni (piovose e nevose) determinando sempre maggiori problemi legati alla siccità, che oggi osserviamo in tutta la loro severità. Questo scenario determina una serie di conseguenze legate alla gestione della risorsa stessa: si va dal possibile razionamento dell’acqua in determinate fasce orarie sia per gli usi civili che industriali fino alla riduzione di produzione idroelettrica, che determina danni economici per gli enti locali e per gli enti gestori. 

Arriviamo ora alla Provincia di Belluno.

È di questi mesi la notizia che fotografa una produzione idroelettrica circa dimezzata rispetto all’anno precedente con una perdita economica che si attesta intorno ai 3 milioni di euro in Provincia di Belluno. Infatti, in molti comuni sono presenti centraline idroelettriche, alcune private e altre comunali e, tra queste, alcune gestite in proprio dai comuni e altre affidate a Bim Infrastrutture; vi sono infine centraline interne agli acquedotti. Per far fronte ai problemi economici dovuti al crollo della produzione idroelettrica, molti comuni della Provincia hanno chiesto per la prima volta a Bim Infrastrutture la distribuzione dei dividendi. Va inoltre sottolineato che lo scenario di una sempre minore disponibilità di risorsa idrica dovuta alle precipitazioni, rende centrale un tema che in Italia – e soprattutto in Provincia di Belluno – sta assumendo proporzioni drammatiche, ovvero quello legato alle perdite idriche nelle reti acquedottistiche. Le perdite idriche rappresentano il volume di acqua che viene perso lungo la rete rispetto a quello immesso; in Italia il dato si attesta attorno al 40%, mentre in Provincia di Belluno questo arriva addirittura al 70%; le cause sono legate principalmente all’età degli impianti che determina rotture delle tubazioni frequenti e diffuse. Vi è solo e anzitutto una cosa da fare, di estrema cogenza: un piano straordinario di interventi di manutenzione, nonché di investimenti nella digitalizzazione, per la riduzione delle perdite idriche nelle reti di acquedotto.

Altri obiettivi

Gli obiettivi delineati dall’Unione Europea in termini di decarbonizzazione vanno presi sul serio. Per questo, anche qui, è necessario promuovere una serie di azioni in linea con quanto prefissato nel Repower EU. In particolare, si possono indicare quattro indirizzi operativi:

  1. promuovere la transizione energetica mediante l’utilizzo di fonti rinnovabili per quanto riguarda gli edifici pubblici e privati, ed il settore industriale/commerciale; 
  2. operare la modifica del sistema vincolistico e di pianificazione urbanistica per favorire la diffusione degli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, pur nel rispetto dell’ambiente e del paesaggio
  1. promuovere la diffusione delle comunità energetiche rinnovabili per una produzione e un consumo di energia di prossimità. 
  2. Promuovere l’efficientamento del sistema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti nell’ottica di valorizzare anche il trattamento dei rifiuti tramite l’implementazione e lo sviluppo di impianti capaci di produrre biogas. 

I temi caldi in provincia

Secondo la classifica stilata annualmente dal Sole 24 ore sulla qualità della vita delle province italiane, Belluno è terzo per l’ecosistema urbano, preceduto da Trento e Bolzano. D’altro canto, però, è ultimo nel parametro “Indice del clima”. Tale graduatoria è stimata sulla media dei punteggi in dieci parametri, calcolati nel periodo 2012-2021, nei quali hanno sicuramente influito negativamente gli eventi estremi. Allo stesso modo, per evidenziare talune asimmetrie interne, la nostra provincia da una parte raggiunge il primo posto per gli interventi di riqualificazione energetica, dall’altra è all’88sima posizione per energia elettrica da fonti rinnovabili. Dato, quest’ultimo, eclatante, vista la conformazione del territorio bellunese.

A fronte di questo, e non solo, si stanno giocando in provincia diverse partite affatto decisive sul tema ambientale. Le decisioni che verranno prese saranno determinanti circa la possibilità di avviare una progettualità valida in merito alla decarbonizzazione ed alla transizione energetica. Ma quali sono queste partite? A nostro modo di vedere, sono sostanzialmente tre.

La prima riguarda il riciclo, segnatamente la società Dolomiti Ambiente. Invero, la necessità di cedere e mettere a bando da parte della Provincia di Belluno la società Dolomiti Ambiente spa che, tra le altre cose, cura la gestione dell’impianto di trattamento rifiuti in località Maserot di S. Giustina. Tale impianto è costituito da una linea per il trattamento meccanico- biologico del rifiuto secco indifferenziato e una linea per il trattamento biologico della frazione organica da raccolta differenziata. Nel corso del 2011 quest’ultima linea è stata implementata con la realizzazione di un impianto di digestione anaerobica per la produzione di biogas. 

La seconda è la partita del gas. La fusione per incorporazione di Bim infrastrutture in Bim gsp. Tale processo risulta di fatto già avviato con l’ultima assemblea congiunta dei soci e comporterà la costituzione di un’unica società pubblica con una rilevante quota di liquidità (almeno 70 milioni di euro) dovuta alla cessione delle reti del gas ed alla vendita delle quote di Ascotrade. Tuttavia, non è chiaro quale sarà il ruolo di tale società nel futuro e se si intenderanno svolgere attività direttamente connesse al tema della transizione energetica oltre che alla gestione della rete idrica che Bim Gsp già svolge per conto dei Comuni soci. 

La terza partita riguarda l’idroelettrico. Ci si riferisce all’imminente bando per le grandi derivazioni idroelettriche della Provincia di Belluno, la cui gara sarà gestita dalla Regione del Veneto. Si ricorda che a tal proposito è stato recentemente approvato il DL 24/2022 intitolato “Disposizioni concernenti le concessioni di grandi derivazioni d’acqua ad uso idroelettrico in attuazione dell’articolo 12 del decreto legislativo 16 marzo 1999 n. 79 ‘Attuazione della direttiva 96/92/CE recante norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica”. In sintesi, la legge prevede che, giunte a scadenza le grandi concessioni (2029), i relativi impianti idroelettrici passino di proprietà della Regione Veneto che deciderà in autonomia come proseguirne la gestione. Vale la pena ricordare a tal proposito che, in virtù di un emendamento presentato dal consigliere regionale Arturo Lorenzoni, la partecipazione di enti pubblici locali a tale gara sarà considerata elemento prioritario ai fini dell’assegnazione. La legge sopracitata prevede già che almeno 5% dei ricavi siano destinati all’ente proprietario e in quota parte alla Provincia. Tale quota potrebbe equivalere, secondo alcune stime, almeno a 200 milioni di euro annui. La portata dell’operazione e il possibile interesse pubblico nella vicenda investe tale decisione di un’importanza storica per il nostro territorio. 

Serve una visione politica chiara circa la gestione di tali processi, di altissimo valore economico nonché di un determinante risvolto in termini ambientali. 

 

Ricordiamo, in chiusura, quella che è per il Panfilo la guida ed il riferimento principale: la Costituzione italiana. La Costituzione, specificamente agli articoli 9 e 41 di recente modificati, introduce in maniera inequivocabile la salvaguardia dell’ambiente come principio fondamentale della Repubblica. Infatti, se all’articolo 9 si attribuisce alla stessa la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, l’articolo 41 stabilisce che l’iniziativa economica privata non possa svolgersi in danno alla salute e all’ambiente e riserva alla legge la possibilità di indirizzare e coordinare l’attività economica, pubblica e privata, a fini non solo sociali, ma anche ambientali.

A tutti i cittadini e a tutti i decisori spetta il dovere di fare qualcosa per affrontare la crisi climatica. Spetta a tutti un primo passo, è un dovere costituzionale nei confronti della Terra, di noi e di chi verrà dopo di noi.

Alessandro Brogli e Giuseppe Gris
Autori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *