La storia di Giacomo Rovellio
Ep. 2 Le ombre sulla strigha
Il 1588 doveva essere stato un anno laborioso per il vescovo Rovellio. Quel mese di maggio, infatti, il vescovo era impegnato a ricevere le cedole dei vari sacerdoti che gli scrivevano per segnalargli se i parrocchiani si erano confessati e avevano preso la comunione nella settimana di Pasqua. Il problema, che sembrava relativamente semplice da risolvere, metteva in moto tanti problemi. I sacerdoti non collaboravano, inviavano le liste con mesi di ritardo e andavano continuamente richiamati e strigliati perché facessero quello che dovevano. Compilavano gli elenchi malamente, e avevano anche le loro buone ragioni: i fedeli si confessavano altrove, da qualche sacerdote di passaggio, non chiedevano la pagellina dell’assoluzione o la perdevano. E poi le lunghissime, interminabili file delle confessioni in quaresima: le chiese gremite di gente che veniva a chiedere perdono per aborti, omicidi, violenze, peccati gravi. E l’assoluzione andava comunicata in tempi stretti, sotto la pressione sociale dei laici, infastiditi di vedersi segnalati al vescovo.
Così, ogni primavera, una marea di scartoffie si accumulava. Nelle congregazioni di coscienza, che si riunivano periodicamente, i sacerdoti locali discutevano dei problemi che trovavano a confessare e chiedevano al vescovo indicazioni: tanta gente da confessare, troppa, pochi sacerdoti. Quelli che arrivavano da chissà dove e celebravano qualche messa, spesso, non si sapeva neanche se erano stati davvero ordinati, se le loro generalità fossero false o autentiche. E poi i casi più gravi: Rovellio aveva voluto seguire il suo ideale maestro, “l’arcivescovo matto”, come qualcuno l’aveva definito, Carlo Borromeo. Borromeo era inquietato dalle troppo frequenti morti dei neonati. Soprattutto nelle campagne più povere, c’era l’uso di metterli a dormire con i genitori, nello stesso letto. I bambini restavano soffocati dalle lenzuola e, per porre rimedio, l’arcivescovo aveva deciso di vietare alle donne di ricevere la comunione se avessero messo i bambini a letto con l’oro. Ma la gente sembrava ignorare i decreti di Borromeo, e le morti inspiegabili continuavano.
Quando, quel maggio, Rovellio vide arrivarsi anche un caso di stregoneria e maleficio, per giunta nella cattedrale, doveva già essere esausto. L’inchiesta fu aperta alle svelte e il prelato salodiano cercava di risolvere presto lo scandalo che sarebbe potuto nascere da quell’intrigo. In realtà, come Rovellio stesso sospettava, anche quella volta la moralità del clero feltrino, quel clero che gli era tutt’altro che fedele e obbediente, mostrava tutta la sua doppiezza. Quel giorno erano saliti al palazzo vescovile l’arcidiacono del duomo, Vittore Tonello, e il canonico Carlo Villabruna. Lusa, che era presenta alla scoperta della statua incriminata, era rimasto in cattedrale, per i suoi affari: d’altra parte l’affare era grave, e si era mandato avanti uno dei dignitari principali del capitolo. Tonello faceva un po’ da portavoce, quel giorno, e raccontava in modo composto la vicenda: la statua era crivellata di fori sulla testa, legata con vari nastri e pezzi di stoffa, in particolare con quella benda di taffetà nero, vecchio e malandato, che insisteva “sulle parti vergognose”. In giornata venne anche il canonico Lusa, confermò sostanzialmente il fatto e negò recisamente di sapere chi potesse essere all’origine di quel sacrilegio.
I verbali non registrano purtroppo le ore delle varie comparizioni, ma quel 12 maggio 1588 il viavai di gente nel palazzo vescovile dovette essere un po’ più sostenuto del solito. Forse Rovellio doveva avere già pranzato e doveva avviarsi alla fine quella giornata se tutti i testimoni successivi si riferivano ai misfatti come accaduti “questa mattina”. La prima a farsi avanti fu una certa Lucrezia, moglie di un marescalco di nome Giorgio, di Feltre. I testimoni, più avanti, la descrivono come una donna di una certa età, di carnagione scura, con una figlia già sposata che si chiamava Paola. Era nonna di un bambino piccolo che stava spesso a casa da lei, come quella volta, raccontò al vescovo, che Andrea da Canal, il prete presente al ritrovamento della statua, era venuto a trovarla. Il cancelliere annota seccamente che “comparuit Lucretia”, quando, invece, è davanti a testimoni che sono stati convocati dal vescovo, li descrive come “vocati ab illustrissimo et reverendo episcopo”. Lucrezia, quindi, si era presentata di sua spontanea iniziativa a monsignor Rovellio, chiedendo udienza al vescovo.
La donna godeva la cattiva fama che accompagnava le sensali di matrimonio. Abilissima nel procacciare nozze e sistemazioni familiari ai suoi clienti, Lucrezia non era vista di buon occhio dal vicinato. Anche il prete Andrea da Canal la conosceva per questo motivo: era venuto a chiederle, qualche tempo prima, durante la quaresima, se potesse aiutarlo a fare “qualche strighamento”. Lucrezia, sdegnata, si mostrava a Rovellio come un’anima candida, donna perbene che non batteva queste “cattive strade”. Invece il sacerdote, don Andrea, “lui stimava che io fossi strigha”. Quella stessa mattina, di quel fatidico 12 maggio, Lucrezia era andata da casa propria, lei che abitava vicino Ognissanti, a pregare nella chiesetta di San Lorenzo. Uscendo, aveva incrociato il sacerdote che l’aveva redarguita a non dire niente di quello che era successo perché, guarda caso, proprio lui quella mattina aveva scoperto la statuetta.
L’episodio gettava ombre sul sacerdote ma anche sulla donna stessa: perché mai aveva voluto implicarsi in questo affare e rivelare così quello che era successo e mettersi sotto gli occhi del vescovo come donna in fama di strega? Lucrezia non si era schermita alle domande di Rovellio, che voleva sincerarsi delle intenzioni della signora, venuta a costituirsi così, senza un apparente motivo: era il confessore, un altro sacerdote della cattedrale, Pietro Trento, ad averla spinta a confessare tutto al vescovo. Lucrezia, comunque, affermava di essersi regolarmente comunicata ed essere stata assolta a Pasqua. Segno che, ancora, quel 12 maggio del 1588, Rovellio non aveva ancora ricevuto le liste degli inconfessi di Feltre. E che, per il momento, doveva fidarsi delle parole di una donna in fama di stregoneria.
