La storia di Giacomo Rovellio

Ep. 6 L’anello mancante

 

Di fronte al lutto e alla perdita, alla minaccia del non sentirsi più un posto riconosciuto nel mondo, la magia risale la china e si oppone al processo dissolvitore: così l’antropologo Ernesto De Martino spiegava, a parole sue, il successo della pratica magica, il conforto e la sensazione di sollievo che poteva dare a chi vi ricorreva. Così dovette essere anche per Elena Cumano: non l’avevano aiutata né la speranza della fede, né la forza della legge. Aveva nascosto il suo stato, ma non aveva avuto molta fortuna, perché dopo qualche tempo aveva pur dovuto mostrarsi ai genitori. L’avvocato Giovanni, certo, doveva sapere dell’inganno in cui era incappata la ragazza: un matrimonio per verba de futuro, con promesse invalide, in assenza di testimoni, senza assunzione di alcun tipo di responsabilità.

Con un trucco, i Cumano erano riusciti a irretire Giovanni Battista: approfittando di un suo rientro in patria, il 7 dicembre del 1587, Elena lo attirò in casa propria ma i parenti della ragazza, armi in pugno, sorpresero il giovane e costrinsero a rinnovare le promesse matrimoniali. Per la chiesa neppure questa riunione aveva il crisma del sacramento ma, se non altro, almeno impegnava l’intemperante Facen a venire a patti con le sue colpe. Niente di tutto questo: Facen sparì un’altra volta, e anzi si procurò un monitorio del vicario generale di Rovellio, il canonico Giovanni Battista Angeli (datato 7 gennaio 1588: Rovellio era a Salò perché, ufficialmente per motivi di salute, non poteva trascorrere l’inferno nella fredda Feltre) in cui l’autorità ecclesiastica diffidava Elena Cumano dal dirsi in pubblico moglie di Giovanni Battista, minacciando sanzioni spirituali e materiali. Peggio di così non poteva andare: una sconfitta su tutta la linea. E così Elena si diede alle penitenze, ai digiuni, alla preghiera… Ma la mortificazione, le visite al crocifisso miracoloso di San Lorenzo, le preghiere ai patroni Vittore e Corona, il lucro delle indulgenze e l’edificazione spirituale si rivelarono infruttuose. Chissà come, chissà chi, qualche voce le aveva suggerito il sortilegio della legatura.

Così, il 13 maggio 1588, al secondo giorno di interrogatori, iniziò finalmente ad affacciarsi, nella mente del vescovo, un’idea più chiara di come fossero andate le vicende. A venire convocata e sentita nel suo palazzo di via del Paradiso fu, finalmente, Lucia, la balia di Elena Cumano. Così raccontò la sua versione della storia e di come il Grevo, il commerciante di cere Pellegrino delle Tezze, l’avesse incontrata: era andata da lui per chiedere un ex voto per un fratello, caduto da un noce, che voleva ringraziare il taumaturgo san Gottardo, che si era da poco festeggiato (il 5 maggio). Ma la storia non reggeva e il pretesto di averla affidata a certe donne di Lamon che la portassero al santo non stava in piedi: come se fossero state queste ad averla poi gettata sotto l’altare. Rovellio si fece più severo e l’ammonì a dire la verità: forse sotto pena di qualche minaccia per l’anima sua, Lucia cambiò versione e vuotò il sacco.

La statua era stata commissionata dalla padrona, che voleva farci dire sopra sette messe, per quello l’avevano portata all’altare ma Lucia diceva, candidamente, che tutto era stato fatto a fin di bene… E no, non erano mai stati messi veli neri intorno le vergogne, o spilli, o cose del genere. Però Lucia riconobbe di avere messo lei, di sua mano, la statuetta dietro l’altare. Rovellio si considerò soddisfatto di questa rivelazione e probabilmente interruppe, per il momento, la convocazione di altri testimoni, perché aveva finalmente messo nero su bianco l’anello mancante: una donna di casa Cumano aveva riconosciuto che la statua – ormai chiaramente realizzata per una qualche vendetta nei confronti di Giovanni Battista – era stata realizzata proprio dentro quel palazzo. Le inchieste sarebbero probabilmente proseguite se in quella stessa giornata un improvviso turbamento non avesse sconvolto la curia. Scendendo da piazza Maggiore, comparvero in curia alcuni rappresentanti della comunità di Feltre, dicendo di venire su mandato del rettore Vittore Cappello, per domandare di trasferire il processo alla corte pretoria, presso il tribunale podestarile.

Rovellio, una volta tanto – era già in lite col capitolo cattedrale e i nobili feltrini loro parenti dal momento del suo insediamento – sentiva una richiesta gradita alle sue orecchie: disfarsi di un caso contorto, poco edificante e tutto sommato capace di sollevare solo polemiche. Che se la sbrigasse pure l’autorità! Così, in quattro e quattr’otto, il cancelliere episcopale Michele Cafranca fece copiare i verbali, li autenticò e li spedì al rettore Cappello: il motivo ufficiale di questo trasferimento fu la presenza di saeculares personae, come si diceva, cioè di laici. Scusa quanto mai pretestuosa: il sant’Uffizio e il tribunale ecclesiastico avevano diritto di indagare chiunque compisse reati contro la fede!

Rovellio continuerà ancora a fare alcune inchieste, non perdendo l’occasione per fare venire in curia i canonici e metterli in imbarazzo, ancora per qualche giorno, circa i disordini morali del duomo. Mai occasione fu più propizia per fingere di adempiere i propri doveri e coprire di ridicolo il clero riottoso. Chi ne avrebbe fatto le spese sarebbe stata, ancora una volta, la famiglia Cumano.

Eddy Benato
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