Attualità – 28 marzo 2025

Italia, sei pronta a riconoscerti?

Il referendum previsto per giugno 2025, che propone di ridurre da 10 a 5 anni il periodo minimo di residenza per ottenere la cittadinanza italiana, ha riaperto un dibattito profondo e non privo di tensioni: cosa significa davvero essere italiani oggi?

Parlando con persone provenienti da diverse comunità straniere – chi è appena arrivato, chi vive in Italia da oltre vent’anni senza cittadinanza, chi è nato e cresciuto qui ma rimane legalmente straniero – ho raccolto un ventaglio di emozioni, aspettative e anche delusioni. Ma ho voluto anche ascoltare “l’italiano doc”, colui che nasce e cresce con la cittadinanza nel DNA, per capire cosa pensa di questa proposta.
Il risultato? Un Paese che si interroga, ma che non sempre ha il coraggio di guardarsi dentro.

 

La cittadinanza è solo un documento?
Molti italiani riconoscono che non c’è nulla di sbagliato nel riconoscere la cittadinanza a chi lavora, studia e partecipa alla vita del Paese. Tuttavia, resistono paure più profonde e meno dichiarate. C’è chi teme che abbassare i requisiti possa significare diluire l’identità nazionale, come se l’italianità fosse un patrimonio da difendere più che un valore da condividere.
E non si tratta solo di burocrazia o tempistiche. A emergere sono parole come: “Sì, ma devono essere davvero integrati”, “devono conoscere la nostra storia”, “non basta vivere qui”, “serve un test più severo sulla lingua, sulla Costituzione, sulla cultura italiana”.

 

Quando la pelle o la fede diventano confini invisibili
Dietro molte perplessità si nasconde la sensazione, a volte non detta apertamente, che non tutti siano “pronti” per essere italiani. Alcuni legano l’essere italiano a un certo modo di apparire, a una religione dominante, a una storia culturale omogenea. Così, chi ha un nome straniero, un colore della pelle diverso, o una religione minoritaria viene spesso percepito come “altro”, anche se è nato qui o vive in Italia da quando era bambino.
Ecco allora che il concetto stesso di cittadinanza si scontra con quello di appartenenza percepita. È una questione di identità collettiva che ha ancora paura di aprirsi del tutto. È l’idea che “diventare italiani” non possa essere solo una questione di residenza o contributo sociale, ma debba passare – implicitamente – da un processo di somiglianza, quasi di omologazione culturale.

 

Esempi reali di un’integrazione incompiuta
Le storie raccolte nel mio sondaggio parlano chiaro. C’è chi è arrivato da poco e si sente osservato con diffidenza. C’è chi vive in Italia da vent’anni ma non ha mai trovato la motivazione per richiedere la cittadinanza, sentendosi comunque “ospite”. E c’è chi è nato in Italia, parla solo italiano, ha studiato con ragazzi italiani, ma ancora oggi si sente fare la domanda: “Ma tu di dove sei davvero?”

Queste storie mi hanno ricordato tre forme di discriminazione, che ho descritto tempo fa:
-L’incognita dello straniero appena arrivato, visto spesso come un potenziale problema prima ancora di essere conosciuto.
-Il dilemma della prima generazione, sospesa tra la cultura dei genitori e il desiderio di integrarsi.
-La frustrazione di chi è nato qui, ma viene trattato come straniero ogni volta che esce da scuola o si presenta per un lavoro. Non sono casi limite. Sono realtà che convivono ogni giorno accanto a chi, legittimamente, ha ancora dubbi su come e quando “si diventa italiani”.


Ma io sono cittadino italiano
E poi ci sono io. Non sono nato italiano. Lo sono diventato seguendo il percorso previsto dalla legge: anni di attesa, documenti, certificati, esami. Ma la mia appartenenza all’Italia, a questa terra, non è cominciata con il giuramento. È cominciata molto prima, quando ho iniziato a considerare Feltre non solo come un luogo dove vivo, ma come casa mia.
Qui lavoro, cresco mio figlio, faccio la spesa, gioco a basket, mi preoccupo se il centro storico si svuota, se i giovani se ne vanno, se le scuole sono vive. Non perché me lo impone un passaporto, ma perché sento questa città come parte di me, e io come parte di lei. Voglio che Feltre viva e prosperi anche per le generazioni che verranno, italiane di nascita o di scelta.
Questa è, per me, la cittadinanza vera: non solo un diritto, ma una responsabilità. E questa responsabilità può e deve essere riconosciuta anche a chi è pronto a condividerla, indipendentemente da dove sia nato.

 

Un’occasione per guardarsi allo specchio
Il referendum 2025 non chiede soltanto di cambiare una legge: chiede all’Italia di fare i conti con sé stessa. Con le sue paure, le sue resistenze, ma anche con le sue contraddizioni.

Siamo un Paese che esporta cultura e accoglie milioni di visitatori ogni anno, ma che fatica ancora ad accettare l’idea che l’identità italiana possa essere anche plurale.
Non si tratta di svendere l’italianità, ma di riconoscerla nelle sue nuove forme.
Di capire che un passaporto può rappresentare un punto di arrivo, ma anche un punto di partenza per costruire un’appartenenza più giusta, più vera, più condivisa.

L’Italia è pronta? Forse no. Ma non sarà mai pronta finché non sarà disposta a riconoscere pienamente i suoi nuovi cittadini, non solo per legge, ma anche nel cuore della società.
E io, da cittadino italiano non di nascita ma per scelta, ci sono. E continuerò a esserci.

Adem Ademovski
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