Il Panfilo nel mondo – 4 dicembre 2023
Isole Aran - Un posto fuori dal mondo. Nel cuore dell'Europa.
18 agosto, ore 10. Ros a’ Mhil, Baia di Cashla, Connemara, Contea di Galway, Irlanda.
Ros a’ Mhil. Il nome è rigorosamente in irlandese, sebbene all’estero sia conosciuta come Rossaveel. Ma qui siamo in uno dei più importanti Gaeltacht d’Irlanda e la lingua principale è il gaelico. Il cielo è plumbeo, le previsioni dicono che pioverà. Non si sa da che ora, perché in Irlanda il vento è un fattore fondamentale, ma si sa per certo che pioverà. Il tempo è in peggioramento e nel giro di poche ore, nella Contea di Galway, per statuto di San Patrizio, si abbatterà una pioggia torrenziale.
Il traghetto salpa puntando Inis Mor, Isole Aran. Il mare è calmo, dice la gente del posto. E in effetti la traversata passa tranquilla. Appena dopo l’attracco al porto dell’isola maggiore dell’arcipelago, inizia a piovere. Ma cosa vuoi che sia, è la classica pioggia irlandese. Per il giro dell’isola è comunque più conveniente noleggiare uno dei piccoli bus con autista, anche perché come ci arrivi a Poll na bPéist senza qualcuno del luogo che ti indichi la direzione? Google Maps? Meglio di no, il telefono prende poco, a tratti non prende proprio. E poi è pieno di scogliere, crepacci, che Google Maps non conosce. In realtà Google Maps non conosce quasi nulla di Inis Mor, è già tanto se sono segnati i luoghi d’interesse. Nella posizione sbagliata, ovviamente.
L’autista ci dà appuntamento alle 12 nella zona del porto, davanti a un negozio di pellicce. Hai il tempo di passare allo Spar a comprare un tramezzino Ham&Cheese e una bottiglietta d’acqua. La birra no, per quella aspetti Galway. Ma un pacchetto di Marlboro, sì: in fondo costano solo 15,60€, perché con quel tempo è meglio prendere una boccata d’aria in più, non bastasse il vento. Ore 11:55, c’è il tempo di fumarsene una. Appena l’accendi, nonostante l’opposizione del vento, arriva l’autista. Vabbè, fai salire gli altri, tanto devi sederti davanti, per il mal d’auto o per goderti meglio il panorama, vai a saperlo. E tanto i posti davanti non li vuole nessuno.
Il bus parte e l’autista, dopo i saluti e i convenevoli, ci dice che dovrà fare il giro al contrario rispetto al solito, in senso antiorario. Prima tappa: la colonia di foche. Un posto tranquillo: in fondo sei nella parte dell’isola che si affaccia sulla Baia di Galway. Il vento è placido, come le foche: ne vedi due, una spiaggiata, in uno stato di quiete, e l’altra in acqua, senza troppe preoccupazioni. Si riparte per la seconda tappa, verso Na Seacht Teampaill (Le Sette Chiese): le chiese alla fine sono due, a dispetto del nome, e attorno alle loro rovine sorge un cimitero con qualche croce di discreto interesse. Si riparte di nuovo e finalmente si va verso l’altra parte dell’isola, quella che si affaccia sull’Atlantico, dove ci sono i due principali punti di interesse: Dun Aonghasa e Poll na bPeist.
Dun Aonghasa è il principale forte preistorico delle Isole Aran: pagato l’ingresso, ti incammini sul sentiero che sale verso il forte. La pioggia è leggera e costante, come prima, il vento no: aumenta ad ogni metro, e ti pervade una sensazione strana, quella solita quando ti avvicini a un luogo sacro. Costruito durante l’Età del Bronzo, in una data anteriore al I millennio a.C., è stato definito dall’archeologo George Petrie come The most magnificent barbaric monument in Europe. Formato da 4 cinte murarie concentriche, si presenta ad oggi a forma di mezzaluna, al limite di una scogliera di 85 metri a strapiombo sull’Oceano. Secondo diversi studi, il forte aveva in origine una forma ad anello, come da tradizione dei ringfort irlandesi, ma l’erosione del mare e del vento avrebbe fatto crollare in mare parti della costruzione, assieme a parti della scogliera. E in fondo è il destino delle Isole Aran: formazioni di roccia calcarea affini a quelle del Burren, nella Contea di Clare, poco più a sud, non sono altro che lastroni spogli, spazzati da implacabili raffiche di vento e dalle onde impetuose dell’Oceano Atlantico. Sebbene il forte appaia difendibile, è probabile che in origine non avesse una funzione militare, quanto piuttosto una funzione cerimoniale. In ogni caso, con una vista che spazia su oltre 100 chilometri di costa, avrebbe altresì permesso il controllo delle rotte commerciali costiere. È probabile che, in epoche diverse, la funzione del forte non sia rimasta la stessa. In quel luogo si ha comunque costantemente la percezione di essere in un posto per certi aspetti mistico.
La cosa più sorprendente è la pressoché totale assenza di cartelli di pericolo e di protezioni, con il personale del sito che guarda senza troppe preoccupazioni le mandrie umane che si sporgono fino all’ultimo centimetro, o anche oltre, pur di farsi un selfie, pur di ottenere un like in più. Quest’ultima cosa sorprende poco: con la rivoluzione digitale abbiamo imparato a conoscere sempre più per immagini, perdendo al contempo in modo proporzionale la capacità di formulare pensieri o di problematizzare un testo scritto. E nel momento in cui gran parte della conoscenza e non solo si muove attraverso immagini, ne consegue naturalmente che molti arrivino a pensare che postare foto spettacolari migliori la nostra immagine, la percezione o la stima che gli altri hanno di noi. Un mondo votato all’insicurezza (interiore) a discapito della sicurezza (personale). Ma in fondo non è questo il punto, e infatti per una decina di minuti ti isoli a scrutare il profilo di Inis Mor fino all’orizzonte, con l’unico pensiero di opporre resistenza a delle folate di vento impressionanti che ogni dieci secondi mettono alla prova la tua idea malsana e profondamente errata che sia impossibile far la stessa fine di una foglia.
Come mai non ci sono protezioni? In fondo la scogliera è a strapiombo, non ci sono appigli e non ammette possibilità di errore: se scivoli, finisci dritto contro l’Oceano, che da 85 metri di altezza deve essere come una lastra d’acciaio. Come mai non ci sono praticamente cartelli che ricordino il pericolo? Lo vado a chiedere a una signora che lavora nel sito del forte, per semplice curiosità. La risposta è di una semplicità disarmante, così chiara da farti sembrare fuori dal mondo: “Questa è la natura. Non dobbiamo cambiarla. Quando sali quassù devi essere consapevole della natura del luogo e responsabile delle tue azioni: è la tua vita, è una tua scelta”. In fondo ha ragione lei: Inis Mor è spoglia, selvaggia, struggente, nostalgica, ed è bella così. Scendendo verso l’uscita ti sorgono comunque dei pensieri. Ok, il punto di vista della signora è corretto e condivisibile appieno, ma a noi verrebbe mai in mente di lasciare uno dei siti più importanti del paese con un salto nel vuoto di quasi 90 metri senza protezioni e senza cartelli? Siccome sono per natura curioso, prima di uscire mi presento a Ronan, che lavora lì come vigile del fuoco e con cui condivido un amico: mi conferma la tesi della signora che lavora al forte e aggiunge che non ci sono mai stati morti, quanto meno negli ultimi decenni. Diverso è chiaramente il discorso per Poll na bPeist, la piscina naturale famosa in tutto il mondo e teatro di numerosi incidenti per la vicinanza con l’Oceano: mi dice che nonostante il meteo inclemente, il mare è tranquillo, quindi mi suggerisce di andarci senza troppi timori. Prima di salutarci e di mandare un selfie all’amico in comune, mi mostra dei video di Poll na bPeist risalenti alla settimana precedente: un sole tiepido e le onde alte dell’Oceano a sbattere sulla roccia prima di venire rimbalzate oltre la piscina, con alcuni avventori di giovane età che, incuranti del pericolo, rimanevano sul bordo della scogliera. Una scena che non gli piace particolarmente, ma nessuno, fortunatamente, era stato travolto dalle onde: nessun intervento necessario. E pertanto mi saluta con un sorriso.
Risaliti sul bus in direzione Poll na bPeist, l’autista ci accompagna fino a un piccolo villaggio (il suo villaggio natale, tra l’altro), ci suggerisce di tenere a mente una casa di colore giallo per orientarci al ritorno e infine ci lascia in presenza di un cartello con la scritta “Poll na bPeist” accompagnata da una freccia ad indicare la direzione. Dei segni di vernice rossa aiutano a seguire il percorso, dal momento che un sentiero non esiste. Dopo una decina di minuti, tenendo la destra, ci si trova a camminare al di sotto delle rocce della scogliera, a causa dell’erosione da parte di vento e mare che continuano a scavare la parete di roccia. Ancora 5 minuti e ci si trova a Poll na bPeist, conosciuta altresì col nome inglese The Worm Hole: una piscina naturale di perfetta forma rettangolare a due passi dall’Oceano. Le onde, schiantandosi contro la roccia, vengono rimbalzate molti metri più in alto, diversi metri sopra la piscina, che è collegata al mare da un tunnel sotterraneo, frutto anch’esso dell’erosione. Inizia a piovere, il posto è suggestivo, quasi mistico. Il mare è calmo, ma hai costantemente la sensazione di essere solo di fronte all’impeto della natura, hai costantemente la sensazione che un’onda anomala possa schiantarsi all’improvviso contro la roccia, scavalcando la piscina. Allora ti tornano in mente le parole della signora: “Questa è la natura”. Tornando verso il punto di ritrovo, la pioggia aumenta. Ora scende forte, e continua ad aumentare. In fondo era tutto previsto, ma acceleri il passo sulle rocce scivolose per arrivare quanto prima al bus: bisogna abbreviare la sofferenza, riprendendo quel che diceva Pantani spiegando ironicamente il motivo della sua velocità in salita. L’autista ci riconduce al porto, dove prendiamo il traghetto per tornare a Ros a’ Mhil.
Anche a Ros a’ Mhil piove forte, senza sosta. Il viaggio in auto per Galway lo fai sotto il diluvio, e mentre guidi ripensi a Inis Mor. Al contrasto tra una parte e l’altra dell’isola, tra le Sette Chiese e Dun Aonghasa, tra la colonia di foche e Poll na bPeist. D’altronde le Isole Aran sono dei blocchi di pietra che proteggono la Baia di Galway dalle onde impetuose dell’Atlantico. Acqua e vento erodono costantemente, da millenni, le pareti di roccia da Sud-Ovest, segnandone, inevitabilmente, il destino. La particolare posizione, le peculiari costruzioni (su tutte Dun Aonghasa), la perfezione della forma rettangolare della piscina naturale di Poll na bPeist, il contrasto tra l’una e l’altra parte dell’isola, tra la furia del mare e la tranquillità delle foche, il destino segnato di quei blocchi di pietra, rendono le Isole Aran un posto affascinante e struggente al tempo stesso, un posto a dir poco unico. Con quell’aria quasi mistica. Un posto fuori dal mondo. Nel cuore dell’Europa.
Arrivi a Galway, parcheggi l’auto, passi velocemente in ostello per lasciare lo zaino e cambiarti i vestiti bagnati. Ti tuffi nell’atmosfera del Quartiere Latino. Tra pinte di Guinness e chiacchiere con persone del luogo, trovi il tempo di prendere una Spice Bag da Xi’An. Prima di passare a un altro pub, un’altra Guinness e così via. Il tutto sotto una pioggia scrosciante, torrenziale. Questa è la natura.
