Il Panfilo nel mondo – 4 dicembre 2023

Il conflitto nordirlandese e Belfast - Un'altra Europa in Europa

È un pomeriggio di metà agosto e stai percorrendo l’M1, l’autostrada che da Dublino si dirige a Dundalk, l’ultima città prima del confine con l’Irlanda del Nord: dall’autostrada, però, non noti nulla, perché la frontiera fisicamente non esiste. Arrivi a Belfast, parcheggi l’auto, lasci lo zaino in albergo e decidi di fare due passi in centro. Attirato dalla musica ti fermi in un pub per berti una Guinness e, appena entri, sulla destra, noti sul muro la scritta “United Irishmen 1791-1798”: sei al Kelly’s Cellar, un’istituzione della Belfast repubblicana. Sul muro opposto, dall’altro lato del bancone, trovi immagini di Joe Doherty, membro della Belfast Brigade, la brigata più importante e numerosa dell’IRA durante i Troubles, termine inglese per descrivere quel periodo, lungo 30 anni, dal 1968 al 1998, che ha lacerato l’Irlanda del Nord, divisa tra i lealisti che sostenevano l’unità con l’Impero Britannico e i repubblicani che sognavano un’Irlanda unita. A 25 anni dall’accordo del Venerdì santo, che ha posto fine ai Troubles, cos’è rimasto di quel periodo? Decidi di berti qualche pinta di Guinness, goderti la serata ascoltando musica dal vivo e far passare la nottata.

La mattina successiva ti svegli, esci dall’albergo e prendi un Black Taxi, uno dei simboli di Belfast, per farti guidare in un tour dei muri e dei murales della città, che raccontano molte più storie di quante tu ne possa immaginare. Perché in fondo i muri hanno un’importanza fondamentale nella storia dell’umanità: che siano costruiti per paure reali o irrazionali, per difesa o per offesa, sono una cesura fra ideologie diverse, fra modi distinti di intendere la convivenza umana, e, da un punto di vista privilegiato, spiegano queste differenze.  Anche se, in fin dei conti e fin troppo spesso, non fanno altro che separare degli oppressi da altri oppressi.

I Black Taxi sono stati un mezzo di trasporto alternativo durante i Troubles, quando i bus furono cancellati e vietati o bruciati e utilizzati come barricate. Ora molti di essi offrono tour dei murales e della città di Belfast. Segnatamente, a West Belfast, nella zona tra Falls Road, repubblicana e cattolica, e Shankill Road, unionista e protestante. A separarle una parte delle cosiddette Peace Lines: un muro, per l’appunto, a dispetto del nome. E i nomi celano spesso qualcosa di diverso, come accade anche per i Troubles: discriminazioni, violenze e uccisioni di massa ai danni dei repubblicani cattolici, che hanno sempre creduto in un’Irlanda unita, libera dal giogo dell’Impero Britannico. E quindi bisogna fare un passo indietro, fino a dove nasce tutta questa situazione.

L’Atto di Unione del 1800 sancisce la fusione tra il Regno d’Irlanda, uno Stato che dal 1541 era sotto il controllo della Corona Inglese, e il Regno di Gran Bretagna: nasce così il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. L’Atto di Unione trova i favori anche di molti cattolici irlandesi, dal momento che l’accordo prevede l’elezione di parlamentari cattolici, fino ad allora non consentita nel parlamento irlandese secondo le disposizioni delle Leggi penali irlandesi. Per i cattolici l’Atto di Unione avrebbe così dato il via all’emancipazione. Ma così non fu, dal momento che Giorgio III rifiutò di dare seguito a questa parte dell’accordo, che fu rimandata al 1829. Da qui in poi i cattolici irlandesi potranno scegliere due strade distinte di opposizione: quella parlamentare e la resistenza armata. L’attività parlamentare portò ad una serie di proposte di legge circa una maggiore autonomia del popolo irlandese: la possibile approvazione di queste proposte di legge vide tuttavia una strenua opposizione degli unionisti dell’Ulster e del Partito Tory, che vedevano minacciata l’autorità britannica sul suolo irlandese. Nelle elezioni generali britanniche del dicembre 1918, il partito indipendentista Sinn Féin conquistò 73 dei 106 seggi della Camera dei Comuni che si assegnavano in Irlanda. A seguito del rifiuto dei membri eletti per il Sinn Fein di prendere possesso del loro seggio a Westminster e dell’insediamento di un parlamento irlandese fuorilegge, il Dáil Éireann, che proclamò immediatamente ed in via unilaterale l’indipendenza della Repubblica irlandese, senza ottenere tuttavia riconoscimento internazionale, iniziò una feroce guerra di indipendenza, che si concluse col trattato anglo-irlandese del 1921, in cui le 26 contee a maggioranza cattolica, tra cui 3 contee dell’Ulster (Cavan, Donegal e Monaghan), ottennero l’indipendenza. Le altre 6 contee dell’Ulster, storicamente più industrializzate e con una forte presenza protestante, rimasero sotto la sovranità del Regno Unito con il nome di Irlanda del Nord. Ed è da qui che iniziano i principali problemi per la minoranza cattolica, che iniziò a sperimentare varie forme di discriminazione da parte della maggioranza protestante, che monopolizzerà ininterrottamente il governo provinciale dal 1922.

A seguito delle crescenti discriminazioni a danno dei cattolici, nasce nel 1966 a Derry la Northern Ireland Civil Rights Association, con lo scopo di chiedere una serie di riforme a tutela della minoranza cattolica. L’Associazione trovò la dura risposta dei protestanti militanti più intransigenti, guidati da Ian Paisley (colui che, nel 1988, durante la visita al Parlamento Europeo di Giovanni Paolo II, definirà quest’ultimo L’Anticristo). Le manifestazioni dell’Associazione verranno a più riprese attaccate dagli estremisti protestanti e dai corpi paramilitari.

Ed è qui che si torna ai muri di Belfast: il tassista mostra con un certo trasporto quei muri, quelle case, quelle strade di West Belfast messi a ferro e fuoco dai protestanti durante il Ferragosto del 1969. I violenti scontri erano già iniziati nei giorni precedenti a Bogside, quartiere cattolico di Derry, e si estesero, inevitabilmente, a Belfast. Approfittando della festività cattolica del Ferragosto, i gruppi paramilitari protestanti, entrarono nelle case dei repubblicani cattolici, segnatamente nei pressi di Bombay Street, dandole alle fiamme, uccidendo senza pietà chiunque trovassero sulla loro strada. Molti cattolici, come racconta il tassista, si erano riuniti per la festività e si ritroveranno senza una casa. Case che non sono più riparo, luogo di intimità, ma obiettivi sensibili dei gruppi paramilitari lealisti. Alla conta finale, centinaia di edifici dati alle fiamme e circa 1.500 famiglie cattoliche costrette ad abbandonare le loro abitazioni.

Negli anni successivi le violenze e gli scontri si faranno più duri, e dalla parte unionista della Peace Line di West Belfast, attorno a Shankill Road, si formerà uno dei gruppi più famigerati del periodo dei Troubles, gli Shankill Butchers, “I macellai di Shankill”, noti con questo soprannome per i metodi brutali con cui uccidevano le loro vittime dopo averle rapite, con dei coltelli da macellai per l’appunto. Il fondatore del gruppo è Lenny Murphy, uscito dal carcere nel 1975 dopo aver scontato una condanna per omicidio. Murphy verrà ucciso dall’IRA nel 1982, dopo anni di violenze ai danni dei repubblicani e dei locali da questi frequentati. E anche qui ritorna l’importanza dei muri di Belfast: il tassista, dopo aver mostrato i luoghi del ricordo da parte repubblicana dei giorni di agosto del 1969, tra Bombay Street e Falls Road, riprende la guida per condurci dall’altra parte della Peace Line, nei dintorni di Shankill Road. Qui i murales sono di tutt’altro tenore, ed esaltano le figure di spicco dei paramilitari britannici, circondati ovunque da Union Jack: su tutti un murales dedicato a Stephen McKeag, soprannominato Top Gun, comandante dell’Ulster Defence Association, compagnia ‘C’, la più famigerata. Sopra la sua immagine, la scritta “Remember with Pride”.

Ripercorrendo la Peace Line, il pensiero non può che concentrarsi su ciò che quel muro rappresenta: in prima istanza una separazione tra la parte cattolica e quella protestante della città. Muri di metallo e cemento alti fino a 8 metri con cancelli che vengono chiusi di notte e sorvegliati dalla polizia. Quel muro fa da contraltare alla frontiera (assente) tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Quel muro non solo ricorda la violenza che è stata, ma fa riflettere sulla divisione che è tuttora: perché le discriminazioni e le violenze persistono, come ricorda il tassista. Perché gli accordi del Venerdì Santo, come rivela il nome stesso, non sono niente di più che un accordo, al di sotto del quale persistono i problemi, le divisioni, le differenze, ideologiche, religiose e politiche.

E a questo proposito è utile tornare ai dintorni di Falls Road, dove i murales ricordano figure e istanze varie, tuttora attuali. Attorno ai murales dedicati a Bobby Sands, volontario della Provisional Irish Republican Army, deceduto nel 1981 a seguito di uno sciopero della fame nel carcere di Maze in cui protestava per il regime carcerario a cui erano sottoposti i repubblicani, si stagliano le immagini e i messaggi a favore della fine dell’embargo a Cuba e del riconoscimento dello stato palestinese, proprio in questi giorni più attuale che mai. E vicino a questi, il ricordo del massacro di Springhill, dove 5 cattolici, tra cui tre adolescenti, vennero uccisi dagli unionisti nel 1972. E poi un murales dedicato a Jim McCabe, la cui moglie Norah fu assassinata nel 1981 dai proiettili di plastica sparati dall’esercito britannico: perché quei proiettili sono tuttora utilizzati dall’esercito e mietono ancora vittime.

Il rapporto tra gli Stati Uniti e Cuba, tra Israele e la Palestina, tra il Regno Unito e la parte cattolica dell’Irlanda del Nord sono uniti da un unico fil rouge: da una parte un paese che impone restrizioni e perpetua discriminazioni, che impone il proprio modello di Stato e di vita. Dall’altro un paese o una popolazione che rivendica autonomia e rispetto dei propri diritti, della propria visione del mondo. In mezzo, inevitabilmente, dei muri: e se a Cuba, per ovvi motivi, non c’è un muro fisico, in Palestina come a Belfast quei muri si vedono, si stagliano nella loro forza divisiva, ci ricordano con la loro presenza la cruda realtà dei fatti. E Belfast, a differenza della Palestina, è nel cuore del Vecchio Continente: e il pensiero non può che andare a un’altra idea di Europa, a quell’idea di Europa tracciata a Ventotene da Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi.

 

Derry

È il tardo pomeriggio del 14 agosto, e dopo aver lasciato auto e zaino in albergo, secondo un rituale che caratterizzerà gran parte del viaggio in Irlanda, attraversi il ponte sul fiume Foyle, con i raggi del sole che fanno capolino tra le nuvole dopo un classico temporale estivo. Ti dirigi verso il centro della città, per averne un primo assaggio, per assaporarne l’atmosfera. E quindi, come da tradizione, ti dirigi verso un pub, facendoti guidare dall’istinto. Attratto dal murales dedicato alle Derry Girls, una serie televisiva ambientata a Derry negli anni Novanta, durante i Troubles, entri nel pub che ospita quel murales: il Badgers Bar. Tra una pinta di Guinness e l’altra, chiedi al barista se la cucina è aperta. Purtroppo no, ma ti consiglia di mangiare poco più su, al Fitzroy’s: uno stinco di agnello accompagnato da un’immancabile Guinness, poi altre due pinte al Badgers Bar e il ritorno in albergo. Domani è Ferragosto: il giorno delle violenze del 1969, la mattina in cui visitare Bogside, quartiere cattolico fuori dalle mura di Derry.

Se Belfast è la capitale di uno Stato segnato dalle differenze, Derry è il simbolo di quelle differenze. Situata al confine con la contea del Donegal, una delle tre contee dell’Ulster appartenenti alla Repubblica d’Irlanda, Derry è stata la prima città nordirlandese a sollevarsi contro il Regno Unito. Nel 1968, all’ingresso di Bogside, principale quartiere cattolico e repubblicano della città, comparve sul muro di una casa la scritta “You are now entering Free Derry”. Ora, della casa di Bogside non rimane che quel muro. Un altro muro. La stessa storia.

Derry è una delle città più antiche d’Irlanda e, dopo la guerra anglo-irlandese, trovandosi tra l’altro in una zona di confine, una delle più vivaci dal punto di vista ideologico e del fermento culturale. Nel 1966 nasce proprio a Derry la Northern Ireland Civil Rights Association, avanzando l’istanza di una serie di riforme a tutela della minoranza cattolica. La risposta degli unionisti fu dura e violenta. Ogni manifestazione dell’Associazione per i diritti civili vedeva la feroce opposizione e le violenze da parte dei britannici. A Derry c’è un particolare fermento, una parte della città si è autodichiarata zona chiusa per le forze britanniche. E non è un caso che Derry sia la città del Bloody Sunday, dove il 30 gennaio 1972 i paracadutisti dell’esercito Britannico spararono su una folla di ragazzi disarmati che manifestavano per i diritti civili, uccidendone 14 e ferendone altri 15.

Bogside, oggi, è un museo a cielo aperto: decine di murales ricordano quei giorni, quel periodo. Come a Belfast, anche qui molti murales sono dedicati alle vittime, alle manifestazioni per i diritti civili, al riconoscimento dello stato palestinese e alla fine dell’embargo a Cuba. Le stesse sofferenze, le stesse battaglie. Un murales particolare è dedicato a una bambina che indossa l’uniforme scolastica: si intitola “The Death of Innocence” ed è dedicato ad Annette McGavigan, una ragazza di 14 anni uccisa da un soldato britannico nel 1971. Ti congedi da Derry con in testa i versi di Sunday Bloody Sunday degli U2: “I can’t believe the news today / Oh, I can’t close my eyes / And make it go away / How long? / How long must we sing this song?/ How long? How long?”.

 

Irlanda del Nord, i paesaggi più belli dell’Irlanda

Per motivi di carattere logico e storico, nella narrazione del viaggio, tra ciò che hai visto e ciò che è accaduto, al racconto di Belfast è seguito, necessariamente, quello di Derry. Ma tra Belfast e Derry, a livello cronologico e geografico, si collocano i paesaggi dell’Irlanda del Nord, così belli da togliere il fiato, abbacinanti al punto di dover sgranare gli occhi per coglierne tutta l’intensità. La mitologia celtica celebra questi paesaggi, conquistati nel XVI secolo dalla concupiscenza britannica che qui costruisce le sue piantagioni coloniali. Mi limiterò a descriverne tre: Carrick-a-Rede, Dunluce Castle e Giant’s Causeway.

Uscendo da Belfast in direzione Nord, arrivi sulla costa nei pressi di Baile an Chaistil, un villaggio nella Contea di Antrim, famoso per aver ospitato la prima trasmissione radio di Guglielmo Marconi, dal porto all’isola di Reachlainn. A pochi chilometri si trova un ponte sospeso che collega da 250 anni la terraferma all’isola di Carrick. Veniva utilizzato dai pescatori perché rappresentava il punto migliore per la pesca dei salmoni. Da oltre 20 anni, non si pesca più a Carrick-a-Rede, che è diventato un’attrazione turistica della Causeway Coastal Route, la strada che collega Belfast a Derry. Dopo un percorso panoramico, prima in auto e poi a piedi, si attraversa questo ponte sospeso 30 metri sopra l’Oceano: un leggero brivido per la forte oscillazione del ponte diventa più forte se si decide di guardare in basso, anche se non si soffre di vertigini. Durante la traversata, un fortissimo odore di mare, difficile da sentire altrove. Un vento salato che ti pervade le narici, prima di fare ritorno sulla strada che costeggia l’Oceano.

Proseguendo sulla strada costiera che conduce a Derry, non si può evitare Dún Libhse, più famoso come Dunluce Castle, un maniero in rovina a strapiombo sul mare. Costruito su rocce basaltiche nel XIII secolo, aveva in origine solo due torri di 9 metri di diametro. Il maniero è stato di proprietà di varie famiglie (o più propriamente clan) che si contendevano il controllo della regione. Nel XVI secolo fu ristrutturato secondo il classico stile scozzese da Sorley Boy MacDonnell, che, giurando fedeltà a Elisabetta I Tudor, venne nominato primo Conte di Antrim. I MacDonnell stabiliranno qui la propria residenza e ristruttureranno l’edificio con i proventi del saccheggio di un galeone della marina spagnola affondato per una tempesta nelle acque prospicienti il maniero. Il declino della famiglia MacDonnell segnerà le sorti dell’edificio. Il fascino del luogo è tuttavia incredibile: dalle rovine del maniero a picco sul mare, si gode di una vista strepitosa, che spazia dai prati verdissimi al blu dell’Oceano, passando per delle scogliere splendidamente erose dal vento e dal mare, tra archi e insenature.

A poca distanza dal Dunluce Castle si trova Clochán an Aifir, patrimonio Unesco dal 1986 col nome di Giant’s Causeway (in italiano Selciato del Gigante): 40.000 colonne basaltiche a base esagonale e di origine vulcanica, affiorate dal mare 60 milioni di anni fa, danno vita a uno scenario incredibile, tanto che numerose leggende attribuivano la loro origine alla mano di un gigante o comunque all’attività dell’uomo. La più famosa attribuisce la loro origine a un gigante che costruì un selciato per raggiungere a piedi la Scozia e combattere il suo rivale. Percorrendo i vari sentieri presenti nel luogo, è possibile godere di viste mozzafiato: il verde dell’erba che cresce sulle scogliere circostanti contrasta in modo sublime col colore della roccia, che spazia dal nero al rossastro, quindi col blu intenso del mare e l’azzurro del cielo, creando un connubio di colori unico.

Alcuni si chiederanno come mai questa digressione su alcune bellezze naturali e mete turistiche. Cosa c’entra il turismo con i Troubles? Cos’hanno da spartire Giant’s Causeway e Bloody Sunday? Di per sé poco o niente, a parte la comune appartenenza all’Irlanda del Nord. Ma qui sta il punto: quel conflitto ha tagliato fuori dalle mete turistiche l’Irlanda del Nord, un paese che in quegli anni ha conosciuto un periodo di crisi sotto tutti i punti di vista. Un paese splendido, come l’Irlanda tutta, con la gente piena di voglia di vivere, di divertirsi, di aprirsi al mondo. Un paese che non ha potuto farlo per molti anni, lacerata dall’interno da divisioni e da visioni per molti aspetti inconciliabili. Le divisioni ci sono ancora, certo: ma ora si può tranquillamente viaggiare, conoscerla. E scoprire un luogo, che sia di interesse storico o paesaggistico, permette di conoscerne la cultura, le tradizioni. Ora sembra finito il tempo delle strade deserte, popolate, al più, da poliziotti. Sembra finito il tempo della gente rifugiata in casa. E infatti la incontri in giro per le strade, in una ritrovata normalità. Ma soprattutto la incontri all’interno dei pub: vere istituzioni dell’Irlanda, dalle città più grandi ai villaggi più sperduti, i pub sono il luogo di ritrovo per eccellenza, dove la gente del luogo si mescola ai turisti, ascoltando musica dal vivo, cantando e suonando insieme, condividendo serate e pinte di birra. E questo vale per tutta l’Irlanda: senza distinzioni, senza divisioni.

E allora non può che tornarmi alla mente la frase più tipica d’Irlanda, che mi ha accolto, tra l’altro, all’entrata del Kelly’s Cellar di Belfast: “Céad míle fáite”. 

“A Hundred Thousand Welcomes”.

Sláinte.

Lorenzo Brogli
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