Pansatyrikon – 4 dicembre 2023

Cara catastrofe

Cara catastrofe è il titolo di una canzone di Vasco Brondi. Una poesia bellissima, che dedichiamo a tutti quelli che amano le catastrofi e a quelli che le vedono anche dove non ci sono.

Ma perché parliamo di catastrofe?

Di recente l’aggettivo catastrofico è salito alla ribalta nella cronaca feltrina, ma non riguardo ai negozi sfitti del centro, come chiunque si sarebbe aspettato, bensì per il presunto bilancio lasciato dall’amministrazione Perenzin. Insomma, la solita sciocchezza e la solita figuraccia in consiglio comunale, con la chicca della polemica sulla povera verbalizzante. Per farsi un’idea, per divertirsi, basta vedere i video. Ricordiamo solo che i conti non sono stati lasciati in rosso (sì, Perenzin è comunista, è rosso, ma lui, non i conti), tant’è vero che, approvando il bilancio 2022, la sindaca sottolineava positivamente l’attivo di cassa in parte corrente. Un bilancio sano. Insomma, una catastrofe. 

Qui suggeriamo solo un poco di accortezza in più nell’uso del vocabolario, forse da ampliare. Invece, quanto a dire cose che non sono vere, sta alla coscienza di ciascuno.

Ma veniamo al punto. Noi vogliamo sempre essere collaborativi. Quindi aiutiamoci a conoscere meglio le parole che usiamo: ci aiutano a pensare meglio. Cosa significa catastrofe?

“Derivato da καταστροφή, dal verbo καταστρέφω, il primo significato è di ordine fisico e richiama l’aratro che rivolta la terra. Ci si avvicina a un’idea di fecondità, di predisposizione all’inizio della vita. Allo stesso modo, l’aratura non avviene solamente in primavera, ma anche in autunno, per consentire al suolo di riposare e beneficiare delle piogge. In questa accezione di “volgere al termine” può connettersi l’utilizzo che la parola “catastrofe” va assumendo nel quadro della poetica e della retorica antica, ove il lemma indica la soluzione di un dramma o, più genericamente, «di uno sviluppo diegetico. La catastrofe è la svolta che porta all’epilogo di una trama narrativa, ovvero che ne decide l’esito. Che questo sia inteso prevalentemente come una fine luttuosa e infausta lo dice il prefisso greco katà, che nel suo uso proposizionale più semplice esprime il movimento dall’alto verso il basso. La catastrofe descriverebbe allora, in termini spaziali, una specie di caduta» (A. Tagliapietra, Usi filosofici della catastrofe, in «Lo Sguardo», XXI, n. 2, 2016, p. 14). Sull’argomento si rimanda inoltre a N. Frye, Anatomia della critica. Quattro saggi, tr. it. di P. Rosa-Clot e S. Stratta, Einaudi, Torino 1969. Di qui si arriva al terzo significato del termine catastrofe, che si è imposto nel linguaggio comune, ossia quello di un grave disastro, che colpisce per le sue dimensioni, di rovina e tragedia collettiva, accezione per cui ha contribuito in maniera decisiva l’impressione del terremoto di Lisbona del 1755 sulla cultura illuminista: «la terrificante catastrofe della capitale del Portogallo» secondo la definizione di Paul Henri Thiry d’Holbach, in Encyclopédie, ou dictionaire raisonné des sciences, des arts e des métiers, par une societé de gens de lettre, vol. XVI, 1766, p. 582. Infatti, tale impiego del termine è assente nella redazione dell’Encyclopédie del 1752, antecedente al sisma, nella quale mantiene il riferimento esclusivo alla retorica antica”. ((Da Giuseppe Gris, L’escatologia del destino. L’apocalisse del linguaggio nell’opera di Emanuele Severino, Roma 2020, pp. 26-27 nota 19). 
Dall’ultimo consiglio comunale, si può riferire al termine anche l’accezione di bilancio sicuramente in pareggio pur se percepito come critico. Dall’osservazione empirica, invece, possiamo definire catastrofica la situazione del commercio e della desolazione del centro di Feltre, nonché la figuraccia, comica e catastrofica, della sindaca e dell’assessore Bona in consiglio.

Ma si sa, come cantava Vasco Brondi,
che ci fregano sempre
che ci fregano sempre
che ci fregano sempre
che ci fregano sempre.