Recensioni - 4 dicembre 2023

Grande meraviglia

Di Viola Ardone

Einaudi
Anno 2023

La ricordo benissimo. Erano i primi anni ’80 ed ero un giovane dottorino in medicina. Fu ricoverata per un tumore ulcerato della mammella, inoperabile.
Veniva dal manicomio. Allora non si parlava di “politically correct”, ed il manicomio si chiamava ancora così.
Era accompagnata dalla cartella clinica. Pochi fogli scritti a mano.
La lessi, per ricostruire la storia.
Era stata ricoverata circa 30 anni prima, proveniente da un paese dell’alto bellunese, perché sorpresa ad amoreggiare in un boschetto.
La diagnosi di ingresso suonava qualcosa come “Immoralità”. Fu sottoposta ad elettroshock.
Dopo alcuni giorni il diario clinico riportava che “La paziente dice di sentirsi bene. Non si capacita del motivo del ricovero e vuole tornare a casa”. Elettroshock.
Dopo una settimana nuova annotazione, sovrapponibile alla prima. Elettroshock.
Dopo un mese, ancora la stessa annotazione. Elettroshock.
Dopo 6 mesi ancora la stessa annotazione. Elettroshock
Poi solo sparse annotazioni del tipo “La paziente è tranquilla”, fino alla scoperta del tumore ulcerato ed al ricovero in medicina.
L’episodio mi è tornato immediatamente alla mente leggendo “Grande meraviglia”, l’ultimo libro di Viola Ardone.
Un libro che mi ha fulminato dall’incipit:

Il mezzomondo è la casa dei matti, ci stanno i cristiani che sembrano gatti: non hanno la coda, non sanno miagolare, però sono gatti. Gatti da legare.

È la storia di Elba.

Vuoi sapere perché mi chiamo Elba? Chiedo alla Nuova. Lei strizza l’occhio sinistro: lo prendo per un sí. È il nome di un grande fiume del Nord che passa per la Germania, me lo ha dato la mia Mutti, che in tedesco significa mamma. Lo sai tu dov’è la Germania sulla carta geografica? Ce ne sono due: una gialla e una arancione, cosí ho imparato alla scuola delle Suore Culone, dove mi hanno mandata quando avevo nove anni, per farmi studiare. La mia Mutti veniva da quella arancione, che però adesso è tutta chiusa dentro al comunismo. Ci hanno fatto un muro intorno, proprio come qui al mezzomondo, nessuno può entrare o può uscire, solo i fiumi scorrono liberi, perché non li si può fermare. Il fiume che porta il mio nome attraversa la Germania arancione e si getta nel Mare del Nord. Tutti i fiumi arrivano al mare, diceva la Mutti.

Elba non ha nemmeno la colpa della mia paziente.
È nata in un manicomio, alla fine degli anni ’70,  e sconta la colpa della madre, quella di essere profuga, in fuga da luoghi di guerra e per di più incinta, senza essere sposata. Perciò va rinchiusa in manicomio, assieme alla figlia. Lo vuole la legge.
Ed Elba vede il manicomio, anzi il suo mezzomondo, con gli occhi di una bambina, descrivendo il Dott. Colavolpe e Lampadina, l’infermiera Gillette e Nana la Cana, suor Nicotina, Suor Culodigomma e le suore Culone.
E fa una sua personalissima nosografia della malattia mentale, tenendo un suo personalissimo Diario dei malanni di mente, in cui trovano posto le Tranquille e le Agitate. Le Catatoniche e le Schizofreniche..

Nel mondo di fuori non ci sono mai stata, tranne i cinque anni dalle Suore Culone. Ma che importanza ha? È il resto del mondo che viene fin qua. Al Fascione ci arrivano tutti: alti, magri, belli e brutti. Qui al femminile ognuna ha la sua frenesia: a chi piace scorticarsi la pelle, a chi piace lagnarsi di notte e di giorno, a chi raccontare bugie. Chi è convinta di essere un’altra, chi si strappa i vestiti e gira con le vergogne di fuori. A chi piace restare sdraiata e fingersi morta, a chi mescolare parole spaiate, a chi sfregarsi in ogni momento l’inquilina del piano di sotto. E in questo caso: acqua fredda e il prurito se ne va. E se continua: elettricità.

A te prude mai l’inquilina del piano di sotto? Mi guarda come se fosse una cosa a cui non ha mai pensato. O è solo catatonica, lo annoto nel mio Diario dei malanni di mente.

In questo reparto, racconto alla Nuova, siamo tutte donne, o una specie di donne, perché ognuna di noi ha qualcosa di sbagliato o un pezzo mancante.

Aldina è nevrastenica, è brava a comporre le vere poesie senza rime, mica come le mie, sa fare le trecce a sé stessa e alle altre e spaccare le cose di vetro….

Nunziata è ossessiva, si bagna sempre i polsi e il collo con l’acqua del rubinetto perché faceva la profumiera alla Rinascente. Le signore si spaventavano e non andavano piú a comprare i cosmetici, cosí è stata licenziata e i genitori, non avendo i mezzi per tenerla a casa, l’hanno mandata qua…

Nonna Sposina è schizofrenica, è la piú anziana del reparto, ha i capelli come la stoppa, di denti gliene sono rimasti tre, ma ben piantati nell’osso di sotto. Non trattiene la cacca e la pipí, burbureggia notte e dí, sono secoli che vive qui. C’era già da prima che mi spedissero dalle Suore Culone e per questo le voglio una specie di bene. Crede sempre che sia il suo sposalizio, perché da ragazza è stata lasciata sull’altare e non si è ripresa piú. Cosí mi hanno detto, e io ci credo, perché l’amore a volte ti capita, ma altre ti decapita: ti fa perdere la testa. Ahà.

Pina è cleptomane, ruba il pranzo delle altre per darlo ai figli, dice, ma i figli non sono qua con lei, forse non sono in nessun altro posto che nella sua testa. 

Poi, anche nel mezzomondo di Elba arriva, con un po’ di ritardo, il 1978, la legge 180, ed ha il nome ed il volto di Fausto Meraviglia.

– E tu, che cosa fai? Dormi? Non hai capito ancora come vanno le cose qua dentro? – gli gridò Colavolpe. – Trova la colpevole e portamela in direzione prima dell’ora di pranzo. Hanno deciso per legge di chiudere i manicomi, ma i matti stanno ancora qua. Che ne facciamo? Li mandiamo in giro a incendiare le case? Sono piú pazzi loro in Parlamento ad aver votato quella legge o questi poveri arnesi qua dentro? – gridò prima di sparire dietro la porta del dormitorio.

Colavolpe se ne andò, il dottorino sedette a terra con le gambe incrociate e iniziò a disegnare nella cenere un arcobaleno di strisce grigie e nere. Non si riusciva proprio a capire che intenzioni avesse. Visto cosí, con le dita sporche e il grembiule mezzo sbottonato, sembrava un bambino della Casa degli Angeli, però piú alto e coi baffi, mancava soltanto che Suor Nicotina arrivasse strusciando i piedi nelle ciabatte per dargli botte da orbi. Le gambe presero a tremarmi cosí forte che dovetti sedermi sulla branda. – Ci manderete tutte da Lampadina, per punizione? – chiesi dopo un po’.

– Le punizioni sono un metodo pedagogico molto sopravvalutato, – rispose, e continuava a tracciare linee sul pavimento.

– Ma tu che cosa sei? – gli chiesi sospettosa. – Dottore, infermiere, sorvegliante o matto?

– Dottor Fausto Meraviglia, amico dei matti e dei gatti, – disse, si girò verso di me e fece un gesto con la mano. – Vieni, peccerè, aiutami con questo disegno.

Io non mi mossi perché proprio in quel momento sentimmo le grida che venivano dalla stanza di Lampadina. Ci fu qualche secondo di calma, poi Nonna Sposina che burbureggiava, poi silenzio per un sacco di tempo.

Il dottor Meraviglia inizia la sua personalissima e solitaria battaglia per cambiare il mezzomondo.
Il Marco Cavallo di Meraviglia è una partita di calcio ed un rigore che resta in sospeso.

Marco Cavallo era il cavallo che, nel manicomio di Trieste, era addetto a trainare il carretto per il trasporto della biancheria. 
Quando ne fu decisa la macellazione, perché “inabile al lavoro” i ricoverati dell’ospedale psichiatrico di Trieste inviarono una lettera al Presidente della provincia di Trieste, scritta in prima persona come fosse redatto dal cavallo stesso, in cui si chiedeva, in luogo della prevista macellazione, il dignitoso “pensionamento” all’interno della struttura, per “meriti” lavorativi e per l’affetto che sia il personale che i pazienti nutrivano verso l’animale. In cambio si offriva il versamento di una somma pari al ricavato della vendita dell’animale per la macellazione e il mantenimento a proprie spese per tutta la restante vita naturale. 
La Provincia di Trieste accolse la richiesta, stanziando i fondi per l’acquisto di un motocarro in sostituzione del cavallo, che veniva appunto ceduto e affidato alle cure dei pazienti residenti nel manicomio
Da questo episodio, nacque, nel 1973, il primo laboratorio libero di creatività in cui venne deciso di costruire un cavallo in cartapesta, gigantesco perché doveva contenere nella pancia tutti i sogni e le speranze dei reclusi nel manicomio di Trieste e colorato di azzurro, come il cielo e la gioia di vivere.
E Marco Cavallo fu protagonista dell’abbattimento non solo metaforico, ma anche fisico dei muri che separavano il manicomio dalla città, perché, quando si decise di farlo uscire dalla struttura, nessun cancello era sufficientemente grande per farlo uscire, così fu necessario abbattere una architrave ed un pezzo di muro.

Fausto Meraviglia, basagliano della prima ora, non è un uomo perfetto. È un istrione, egocentrico, infedele, con una famiglia sfasciata, ma sa dare amore e comprensione ed aiuta Elba a ritrovare la sua Mutti, gli fornisce una sorta di famiglia, la incita a studiare.
E sa abbattere i muri, reali e metaforici, del manicomio in cui Elba è rinchiusa.
Poi, magari, le cose non vanno come ci si aspetta, ma Elba è una persona che si chiama come un fiume ed i fiumi, come le persone, hanno la capacità di scavare il proprio alveo, trovare la propria strada e sfociare nel proprio mare.
Non è questa la grande meraviglia della vita?

Pier Paolo Faronato
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