Il Panfilo nel mondo – 26 febbraio 2024

Irlanda unita entro il 2030? Una questione complessa

Il 3 febbraio 2024, dopo due anni di stallo imposto dagli unionisti, un accordo con Londra ha portato Michelle O’Neill, una delle due leader del partito repubblicano e cattolico Sinn Fein, al governo dell’Irlanda del Nord. L’evento di per sé non è rivoluzionario, dal momento che dopo gli accordi del Venerdì Santo, l’Irlanda del Nord deve esprimere un primo ministro e un vice, rappresentativi delle due parti, cattolica e protestante, con uguali poteri e diritto di veto reciproco. Ma per la prima volta da quegli accordi il primo ministro è cattolico. Inoltre Sinn Fein è da anni il primo partito in Irlanda del Nord e, con i sondaggi che gli danno un ruolo analogo anche nella Repubblica, le elezioni del 2025 in Irlanda potrebbero risultare per certi aspetti decisive. E infatti Michelle O’Neill ha rilanciato la possibilità di un referendum entro il 2030, trovando l’inevitabile sponda da Dublino. I bookmaker hanno inoltre abbassatto sensibilmente le quote relative a un possibile referendum entro il 2030. Tuttavia le cose non sono così semplici, per una serie di fattori e di rapporti che complicano notevolmente le cose.

Inoltre, in un tempo di guerre, invasioni e violenze ai confini dell’Europa, la possibilità di vedere entro pochi anni l’unificazione pacifica dell’Irlanda attraverso un referendum appare abbastanza remota, soprattutto perché stiamo parlando del paese dei Troubles. Cerchiamo di fare chiarezza, vedendo come una serie di fattori rendano possibile un imminente referendum.

 

La fine dell’Impero britannico – una questione geopolitica
Facendo un passo indietro, possiamo vedere nella dissoluzione dell’Impero britannico una causa della ripresa delle rivendicazioni delle nazioni celtiche, Scozia e Nord Irlanda, che iniziano a sentire di poter fare a meno degli inglesi da quando è venuto a mancare l’impero esterno, attraverso cui Londra sfogava le tensioni interne. Si tratta di un fattore comune a tutti gli imperi, dato che anche la Catalogna riprese vigore nelle sue rivendicazioni dopo la dissoluzione dell’impero spagnolo agli inizi del Novecento. A questo primo punto se ne aggiunge un altro: sebbene la Scozia sia molto più avanti e più unita nelle rivendicazioni contro Londra, non trova il supporto diretto alla sua causa da parte di altri Paesi, se non il debole sostegno di Bruxelles; dall’altro lato, invece, l’Irlanda del Nord troverebbe due Paesi pronti a sostenere la sua separazione dal Regno Unito: l’Irlanda, che vorrebbe unificare l’isola sotto un’unica bandiera, e gli Stati Uniti, che andrebbero con ogni probabilità a sostenere la causa repubblicana e cattolica. E il sostegno degli Stati Uniti è inevitabilmente un fattore importante, soprattutto considerando che Joe Biden è un cattolico di origini irlandesi. Ma anche senza Biden, la questione non sarebbe di fatto molto diversa.

 

La demografia dell’Irlanda del Nord – una questione sociologica e religiosa
Un fattore importante che avvicinerebbe l’Irlanda del Nord al referendum è quello demografico: ormai da diversi anni la popolazione dell’Irlanda del Nord è a maggioranza repubblicana e cattolica, secondo una tendenza destinata a proseguire. In alcune contee la popolazione cattolica è addirittura superiore ai due terzi del totale. Inoltre un recente sondaggio dell’Irish Times evidenzia alcuni aspetti: il 64% degli intervistati residenti nella Repubblica ha dichiarato che in un eventuale referendum voterebbe a favore dell’Irlanda unita. Il 16% si esprime contro tale prospettiva mentre la quota degli indecisi è ferma al 13%. Diversa è la situazione al nord: qui il 51% appare contrario, il 30% a favore e il 15% non ha ancora le idee chiare. Rispetto al passato, colpisce il calo dell’opposizione tra gli unionisti più oltranzisti. Il 23% dei protestanti nordirlandesi afferma che troverebbe quasi impossibile da accettare una vittoria del “sogno repubblicano”. Un anno fa a pensarla nella stessa maniera era il 32%. Infine, il 60% dei nordirlandesi (cattolici e protestanti) è a favore di un referendum: che una votazione possa aver luogo nei prossimi anni è abbastanza prevedibile. Ciò che è molto meno prevedibile è quale sarà l’esito del voto. Si tratta in ogni caso di una situazione in divenire, con una tendenza a favore dei cattolici rispetto al passato.

 

La Brexit – una questione economica
La Brexit, lungi dal saldare i rapporti tra nordirlandesi e Regno Unito, ha contribuito a crepare la fiducia tra Belfast e Londra. Dopo le elezioni del 2022, il Democratic Unionist Party ha iniziato a tenere in scacco il paese: secondo gli accordi del Venerdì Santo, infatti, se uno dei due partiti (cattolico o protestante) si rifiuta di esprimere il capo del governo o il suo vice, il governo non si forma e l’Irlanda del Nord viene “commissariata” dal governo di Londra e dunque gestita dal ministro pro tempore dell’Irlanda del Nord a Westminster. Le ragioni per non formare un governo secondo il DUP, furono essenzialmente due: la prima – quella ufficiale – è che gli unionisti si rifiutavano di accettare l’accordo sulla Brexit (il cosiddetto Northern Ireland protocol) siglato da Johnson, mentre la seconda – più strettamente politica – è che per la prima volta nella storia il DUP sarebbe stato l’alleato di minoranza della coalizione, essendo il Sinn Féin uscito dalle urne come primo partito nordirlandese. Da qui il lungo braccio di ferro con Londra durato quasi due anni. Sunak si è dovuto infatti spendere molto, impegnando direttamente la Corona britannica, per trovare un accordo. Un primo tentativo è stato fatto nel 2023 con il Windsor Framework, un accordo siglato alla presenza del monarca e di Ursula von Der Leyen per rendere più semplici e meno gravosi i controlli doganali per le merci che arrivano in Irlanda del Nord dal resto del Regno Unito. Tuttavia, questo accordo non poteva soddisfare il DUP, che chiedeva l’eliminazione di qualsiasi tipo di confine e controllo doganale tra Regno Unito e Irlanda del Nord. Una richiesta intollerabile per l’Unione Europea che, proprio per evitare di installare un confine tra Europa e Regno Unito in Irlanda, aveva di fatto accettato che l’Irlanda del Nord rimanesse all’interno del Mercato unico europeo. Una questione intricata, di difficile soluzione. Il DUP ha deciso di sbloccare la situazione solo a Gennaio 2024, in cambio di un nuovo accordo proposto da Sunak che prevede uno stanziamento di 3 miliardi di sterline per l’Irlanda del Nord, che vive una crisi economica fortissima per non aver avuto un governo negli ultimi due anni, e l’impegno da parte di Londra di concordare direttamente con Stormont la legislazione che potrebbe impattare negativamente sull’Irlanda del Nord nei rapporti col Mercato comune europeo. Un ritorno al backstop proposto da Theresa May? Vedremo. Di certo questi accordi, uniti al valore simbolico dell’elezione della cattolica Michelle O’Neill come primo ministro, rendono comunque sempre più debole la posizione degli unionisti e avvicinano l’unificazione dell’Irlanda, anche se potrebbero volerci molti anni.

 

Le elezioni in Irlanda – una questione politica
Nel 2025 si terranno le elezioni generali nella Repubblica d’Irlanda, con Sinn Fein, già partito più votato nelle elezioni del 2020 con il 24,5% dei consensi senza tuttavia entrare nel governo, che proverà ad aumentare ancora i consensi per risultare decisivo nella formazione del governo stesso. Sebbene sia in calo rispetto ai sondaggi di un anno fa che lo davano vicino al 40%, anche dagli ultimi sondaggi risulta il primo partito in Irlanda con circa il 30% dei consensi. Se questi dati fossero confermati fra un anno, Mary Lou McDonald, alla guida del partito dal 2018, potrebbe avanzare alcune rivendicazioni. Sicuramente, se Sinn Fein risultasse saldamente il primo partito in Irlanda, dopo esserlo da tempo in Irlanda del Nord, avrebbe una forte valenza simbolica: anche questo segnerebbe una tendenza verso una possibile unificazione dell’Irlanda nel corso dei prossimi anni. Tuttavia va sottolineato che, al di là del valore simbolico, non avrebbe alcuna conseguenza politica, quanto meno nel breve periodo.

 

Conclusioni – Ma l’unificazione conviene all’Irlanda?
Finora abbiamo parlato di alcuni segnali, di varia natura, che avvicinerebbero un referendum per l’unificazione dell’Irlanda. Ora, però, è giunto il momento di chiedersi: cui prodest? A chi gioverebbe l’unificazione? E qui bisogna separare alcuni piani.

Partiamo dall’Irlanda del Nord: diversi irlandesi del nord, per i motivi di cui sopra, sembrano via via più favorevoli all’unificazione, sebbene siano molto preoccupati dalla possibilità di perdere alcuni privilegi di cui godono, in primis il sistema sanitario britannico. Inoltre non bisogna sottovalutare la capacità degli inglesi: abbandonarli definitivamente è un rischio che molti nordirlandesi non si sentirebbero di correre, dovendo abbandonare una serie di benefici che gli inglesi garantiscono loro. E quindi la domanda che si pongono in molti potrebbe risultare la seguente: “Ma staremmo veramente meglio senza gli inglesi? Oppure finiremmo per essere una nazione indipendente ma in un contesto inferiore?”. Sicuramente si tratta di un retaggio dell’impero britannico, che tuttavia rimarrebbe nella mente di molti quando si tratterebbe di abbandonarlo.

Passiamo ora alla Repubblica d’Irlanda: innanzi tutto, vedendola dalla prospettiva di Bruxelles, il fatto che l’Irlanda goda dello status di paradiso fiscale all’interno dell’Unione Europea, lungi dall’essere una strategia delle varie cancellerie europee per indebolire Londra, è mal tollerato dagli apparati stessi dei singoli stati, oltre che dall’opinione pubblica.  Da un punto di vista interno, l’annessione dell’Irlanda del Nord, al di là dei motivi emozionali e nazionalistici, comporterebbe per Dublino un aumento netto delle tasse e una riduzione netta del benessere, dovuti all’ingresso di contee con una tassazione differente e mediamente più povere. Infine, ciò che sembra allontanare gli irlandesi da una pianificazione dell’unificazione dell’isola è la considerazione della popolazione protestante che non vuole l’unità: unificare l’isola vorrebbe dire aggiungere ai circa 250 mila protestanti che vivono nel sud i circa 750 mila che vivono nel nord-est. Che fare di un milione di persone che non vogliono e non vorranno assimilarsi? Il desiderio irlandese della compiutezza geografica dell’isola non ha mai introiettato la popolazione protestante. E questo risulta chiaro già da alcune ballate irlandesi del primo Novecento. Gli irlandesi hanno sempre considerato con un certo imbarazzo la possibilità di incamerare quella popolazione protestante considerata come aliena. Ed è anche su questo aspetto che Londra concentrerà i suoi sforzi nell’eventualità di un referendum per l’unificazione dell’Irlanda.

In conclusione, la situazione è molto complessa e difficile da districare: perché, come sempre, alle velleità delle nazioni e agli eventi storici si aggiungono una serie di sfumature che riguardano la coscienza che ogni paese ha di sé e degli altri. Le probabilità di un referendum per l’unificazione dell’isola nei prossimi anni sono sicuramente in aumento. L’esito è tutt’altro che prevedibile. E come sempre, quando si cerca di far chiarezza su una questione di tale portata, si arriva alla conclusione con qualche risposta e tante, troppe, domande.

Lorenzo Brogli
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