Il Panfilo nel mondo – 26 febbraio 2024
Caffè Olivetti - Chiacchiere da bar su Aldo Moro
Berlinguer è l’assassino di Aldo Moro. Se si tirano alle estreme conseguenze le dietrologie e i colpi di retroscena sul rapimento di Moro, si arriva a questo. Se tutti lo volevano morto e il Pci era il più rigido sulla linea della fermezza, allora Berlinguer era assetato del suo sangue. Magari, forse, i tanti che sragionano sui motivi per cui Moro doveva morire farebbero bene a leggere un po’ di Federico Caffè e di storia economica italiana. Il compromesso storico e, cioè, il governo Andreotti III saltò per colpa dello Sme, non per oscure trame atlantiche o per la morte di Moro: che, anche se fosse stato vivo, sarebbe probabilmente stato eletto presidente della repubblica nel dicembre del 1978 dopo Giovanni Leone, e niente avrebbe potuto fare per sedare la tempesta che si era scatenata sulla politica monetaria e l’integrazione europea. Non voglia Dio che i complottisti scoprano questo fatto e ci ammorbino, dopo la pista atlantica, orientale, mafiosa, (e sono sicuro di aver letto di quella siriana, vaticana, libanese israeliana, palestinese, pure di una pista basca, ma non so più dove), pure con la pista europea: Aldo Moro fu ucciso per colpa dell’euro (e della Germania cattiva).
L’Italia, grazie alla seconda commissione d’inchiesta sul caso Moro (legislatura XVII, 2013-2018) è stata richiamata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a processo perché nella sua relazione finale ha definito una giornalista che operava in Italia, Birgit Kraatz, una terrorista (che fiancheggiava le Br?): l’accusata ingiustamente si è rivolta alla Cedu per avere soddisfazione delle proprie sacrosante richieste e vedere tutelato il proprio nome e la dignità della sua persona. Kraatz e suo marito hanno anche contestato l’ex presidente della commissione, l’allora deputato Giuseppe Fioroni del Pd. Va detto che il complottismo e le dietrologie sul caso Moro sono, purtroppo, una delle grandi piaghe di cui è responsabile, per quel che credo, molto di più la cultura di sinistra (e quella grillina) che non quella di destra (complottista su molte altre vicende: nel caso Moro aveva sostenuto la pista orientale, ma mi pare goda di cattiva salute. Va per la maggiore, a naso, la pista americana – forse quella palestinese, se proprio vogliamo, può piacere a destra in questo momento). Nella foga di trovare nuove idee, la commissione Fioroni si è quindi spinta ad accusare di terrorismo un’innocente per una serie di documenti erroneamente trascritti nei passaggi tra Dcpp e Digos.
Tuttavia, vorrei raccontarvi oggi la mia storia preferita, l’ultimo nuovo complotto sul caso Moro. Parlerò di via Mario Fani (la vicenda dell’uomo cui è intitolata è peraltro interessante: è uno di quei giovani fondatori di movimenti antesignani di Azione cattolica, morto giovanissimo nel 1869). Quest’anonima via di Roma, dal lato che terminava su via Stresa, veniva giornalmente percorsa da Aldo Moro e dalla scorta. La storia è ben nota: alle 9 e 02 del 16 marzo 1978 un commando di brigatisti crivellò di colpi gli uomini del seguito e Mario Moretti, con le buone o le cattive, lo prelevò per portarlo in un’altra auto dove Roberto Fiore lo tenne probabilmente sotto tiro (forse lo drogarono, chi sa, questo è uno dei pochi misteri che rimangono aperti). Il resto appartiene alla cronaca giudiziaria: dopo un tortuosissimo percorso, i brigatisti lo depositarono in via Montalcini, a Roma sud (via Fani è alla Camilluccia, in un settore bene a nord) dove fu tenuto prigioniero da una piccola cellula composta da Germano Maccari (alias l’ingegner Altobelli), Anna Laura Braghetti che aveva comprato l’appartamento-prigione, Prospero Gallinari che stava ben nascosto in quella casa dopo essere evaso e, poi, Mario Moretti, che però andava e veniva (trovava riparo in quel famoso covo di via Gradoli, non lontano da via Fani, che un mese e due giorni dopo, per un errore ingenuo di Barbara Balzerani, sua compagna, perse la copertura: la brigatista prima di uscire dimenticò di chiudere l’interruttore generale dell’acqua, pur sapendo che il rubinetto della vasca da bagno aveva già dato noie. L’infiltrazione esasperò i condomini del piano di sotto che chiamarono un idraulico e poi i pompieri).
Negli ultimi sei anni le attenzioni si sono concentrate su un nuovo mistico luogo: il bar Olivetti. Premetto che i racconti che ruotano intorno a quel bar sono talmente astrusi che, se la ve la ricordate, la storia del pizzagate di Hilary Clinton è meno surreale. Il bar Olivetti apparteneva a una catena, un piccolo franchise, la Olivetti Spa, di cui erano soci il romano Tullio Olivetti, Maria Cecilia Gronchi e suo marito Gianni Cigna. Sono quei Gronchi: cioè Maria Cecilia era la figlia dell’ex presidente della Repubblica Giovanni e di sua moglie Carla Bissatini. La sede commerciale principale era senza dubbio quella nel palazzo dell’ambasciata americana, a Via Veneto, mentre il laboratorio di pasticceria si trovava proprio in Via Fani, nello stabile all’angolo con Via Stresa, dal lato destro se si risale la strada come faceva quel giorno Aldo Moro, da Via del Forte Trionfale. I brigatisti che aprirono il fuoco attendevano sotto un porticato del bar l’arrivo del convoglio: con acutezza, Moretti li aveva vestiti da avieri di Alitalia, in modo che la gente potesse farsi qualche domanda sulla loro presenza (una passante infatti chiese alcune indicazioni per dei voli ma rimasero sul vago) ma rispondersi da sé (Via Fani è a una ventina di minuti d’auto da un piccolo aeroporto civile, tra l’altro: Roma Urbe), vedendoli, ma non notandoli.
Il bar Olivetti era fallito da tempo e quindi chiuso (il tribunale aveva decretato la liquidazione il 21 dicembre del 1977). Una nota del Sismi, il servizio segreto militare, definì il 30 luglio 1978 quel fallimento strano, pilotato. In realtà, se si legge bene il carteggio (oggi disponibile digitalizzato sul portale dell’Archivio storico della Camera) si scopre come Olivetti e i Gronchi-Cigna fossero ai ferri corti da tempo e, sostanzialmente, i secondi accusassero il primo di averli truffati e sottratto denaro. L’Olivetti Spa aveva grossi ritardi nel pagare i fornitori e gli stipendi dei dipendenti. Olivetti dovette fuggire da Roma e rendersi irreperibile quando fu ricercato (ebbe vari contenziosi nel corso della sua vita) qualche tempo dopo (pare che avesse già viaggiato in Sudamerica). Una storia di dissidi commerciali, piccole frodi e fallimenti come ce ne sono a migliaia nelle grandi città, tanto più in un’attività, come è quella ristorativa, che ha i più alti tassi di fallimento nel campo dell’imprenditoria (se guardate le statistiche, poche cose come bar e ristoranti chiudono con tanta vorticosità tra gli esercizi commerciali). Ma non è finita qui.
Vi fu un’inchiesta su un certo Luigi Guardigli, che lavorava nell’import export (aveva una ditta): il 15 maggio del 1977 l’Unità diede notizia del suo arresto insieme alla compagnia Maria Pia Lavo che, fatto interessante, aveva lavorato per la segreteria di Franco Evangelisti, politico Dc e collaboratore di Andreotti. I due erano sospettati di traffico d’armi internazionale, in particolare verso la Grecia e il Libano: in realtà non se ne fece molto, anche perché a una perizia psichiatrica Guardigli risultò inaffidabile e fu giudicato psicopatico e mitomane (si diede infatti a fare moltissimi nomi di persone con cui trafficava armi: tra le altre anche Tullio Olivetti). Da qui, la fantasia della Commissione è volata.
Il bar Olivetti non sarebbe stato un bar normale ma una sede di malaffare, di incontri del peggior tipo: mafiosi (addirittura, Guardigli citò Frank Coppola: il leader mafioso era però, allora, molto malato ed era confinato in una clinica ad Aprilia da cui si muoveva di rado), eversori in genere, gruppi armati libanesi (probabilmente i maroniti dell’Esercito del Libano del sud, antislamici e responsabili del massacro di Sabra e Chatila) che anzi gli aveva procurato lui, Tullio Olivetti, a Guardigli. Tutto questo complesso retroscena, in realtà, servirebbe a poco: le Br si posizionarono sotto il porticato del bar Olivetti solo perché era un punto comodo per aspettare (a inizio marzo capitava ancora che potesse fare freddo o piovigginare). Non ha senso mobilitare tutte queste complicate dietrologie solo per decidere se Olivetti quel giorno avesse chiuso o meno il bar per fare un piacere ai terroristi. Oltre che, come già detto, i rapporti tra Olivetti, i Gronchi e Cigna erano pessimi e non si capisce che bisogno ci sia di sostenere che nella prima metà del 1977 il litigio sulla conduzione di quel bar fosse stato cominciato e portato avanti con tanto dispendio di energie solo per dare un diversivo per chiuderlo a marzo 1978. Una messinscena esagerata per sortire un così banale effetto. Anche ammettendo che le Br avessero comprato armi dallo stesso Olivetti, in caso si potrebbe pensare che, al massimo, avessero ricevuto da lui qualche indicazione sulla possibilità di usare quel luogo come appostamento. Niente di più che modifichi la dinamica dell’agguato. Sempre ammesso che quella di Guardigli non fosse una pura e semplice calunnia verso Olivetti e che nei loro contatti telefonici non si limitassero a passaggi di denaro sporco e niente più. Che quel barista-bancarottiere avesse piena consapevolezza di che tipo di attività il suo complice gestisse è tutto da dimostrare e l’esperienza della storia giudiziaria nei casi di riciclaggio di denaro ci insegna come, talvolta, in queste catene di malaffare, le informazioni siano molto compartimentate e chi rifornisce qualcun altro di liquidità si guardi bene, spesso, dal sapere che cosa si traffichi o, invece, la diffidenza di un compare verso l’latro, spinga a non rivelare troppi dettagli per la paura della fuga di notizie. Per assurdo che sembri, una delle debolezze dei mercati criminali è proprio questa: la fiducia e il credito sono difficili da verificare (e infatti, spesso, nelle storie di mafia leggiamo di sottrazioni di denaro, truffe interne e giochi di questo tipo: perché verificare è difficile, anche se parliamo di geni del crimine). Ad ogni modo, l’idea che Olivetti fosse stato protetto dalla figlia di Gronchi e dalle sue entrature politiche non sta in piedi, perché la donna aveva minacciato di trascinarlo in tribunale e in galera.
Un altro grande problema del caso Moro è la quantità infinita di mitomani che, a distanza di anni, si sono messi a raccontare fatti di cui sarebbero stati protagonisti. Il bar Olivetti è uno dei loro set preferiti. Anche Francesco Pannofino è stato detto “testimone oculare” di Via Fani. Il 14 settembre del 2016, infatti, veniamo a sapere da Giuseppe Fioroni che Francesco Pannofino venne ascoltato da consulenti della Commissione Fioroni (in data 22 luglio del 2015). Un documento declassificato riporta una sua deposizione raccolta da Gianfranco Donadio e Massimiliano Siddi. Pannofino quel giorno era partito da casa propria, sempre in Via Fani, per andare a prendere l’autobus per l’università fermandosi una sessantina di metri più avanti, a comprare un giornale all’edicola Pistolesi. Incontrata un’amica, con cui probabilmente aveva una relazione, i due si appartarono in un vicoletto laterale: sentirono gli spari e poco dopo, tornato indietro, Pannofino assistette all’arrivo delle prime forze dell’ordine. E, dice, il bar Olivetti era chiuso quel giorno (perché era giovedì, giorno di riposo settimanale) ma ancora in attività. Un fatto inconcepibile, perché la società era in liquidazione e Olivetti aveva fatto una gran fatica a pagare gli stipendi dei dipendenti, in continuo sciopero, mentre i sindacati erano agguerritissimi: Maria Cecilia Gronchi dovette gestire quella situazione da panico e ne ha reso testimonianza nel suo carteggio con Olivetti. Mi sembra inverosimile che, tre mesi dopo il fallimento, in una società in cui Gronchi, Cigna e Olivetti non cavavano più un soldo, si pagassero regolari stipendi: a meno che camerieri, baristi, cuochi e pasticcieri non ci lavorassero gratis, il bar non poteva essere aperto. Da un rapido controllo sulle edizioni digitalizzate de L’Unità e La Stampa dei giorni successivi al 16 marzo posso dire che l’informazione su carta già allora dava per chiuso il locale: della deposizione di Pannofino ho trovato però addirittura tre versioni online. Oltre a quella resa a Donadio e Siddi, Gero Grassi, senatore Pd e membro della commissione d’inchiesta, afferma in un libro che Pannofino era entrato nel locale trovandolo aperto (!) e in una intervista rilasciata al sito di notizie sullo spettacolo Ruggeropo Pannofino dichiara di essere passato pochi secondi prima dell’agguato per l’incrocio. Manca tutta la parte sulla fidanzatina, il vicoletto laterale, il giornalaio. Insomma è tutta un’altra cosa. Ma la testimonianza più incredibile non è la sua.
Il giornalista Rai Diego Cimara in data 21 luglio 2015 ha reso questa dichiarazione alla Commissione. Interessane anche la sua storia familiare (figlio del pittore Mario e dell’artista armena Nivart Abatachian, a sua volta Mario era figlio di un noto Luigi Cimara, attore). Lui dichiara di essere entrato nel bar che era aperto. Parto dalla prima relazione, del dicembre 2015:
Tali dichiarazioni [quelle di Pannofino, NdR] trovano un significativo riscontro in quelle di Diego Cimara, all’epoca redattore del TG1 della RAI, e di Alessandro Bianchi, allora operatore per conto della stessa testata giornalistica. Cimara, sentito per la prima volta il 21 luglio 2015, ha riferito che il 16 marzo 1978 era giunto in via Fani poco dopo la strage per svolgere il proprio lavoro di giornalista. Avendo necessità di effettuare una telefonata in redazione, si era accorto che il bar Olivetti era aperto. Nel farvi ingresso ha incrociato il proprio collaboratore Alessandro Bianchi che, dopo avere consumato un caffè, stava uscendo. Cimara ha descritto con estrema precisione alcune delle persone che quella mattina aveva notato all’interno del bar: segnatamente due addetti al servizio, uno alla cassa ed uno al bancone, suoi colleghi Monteforte de Il Messaggero e De Persis dell’agenzia ANSA e tre persone dai tratti somatici del Nord Europa, che – tenuto conto delle uniformi dell’aeronautica da essi indossate e di alcune parole pronunciate da uno di loro – potevano provenire da un’area geografica di lingua tedesca. Il giornalista ha, altresì, aggiunto che all’interno del bar si trovavano molti esponenti delle forze dell’ordine o comunque degli apparati di sicurezza che, ad un certo punto, avevano abbassato la saracinesca esterna del locale invitandolo risolutamente ad uscire. Successivamente Cimara ha inviato una lettera nella quale ha precisato che il tempo trascorso e ragioni di salute non lo rendono sicuro delle circostanze riferite. Alessandro Bianchi, sentito formalmente per la prima volta da collaboratori della Commissione il 28 luglio 2015, ha tuttavia sostanzialmente confermato i tratti salienti della versione resa da Cimara, con specifico riguardo alla circostanza dell’apertura del bar, pur collocando diversamente il ricordo di alcuni particolari. Bianchi ha, infatti, asserito di avere visto solo due persone con le uniformi e le caratteristiche descritte da Cimara e di averne percepito la presenza all’esterno e non dentro il bar.
Questa deposizione è delirante. Intanto, osserva lo storico Vladimiro Satta:
Perché mai avranno abbassato la saracinesca, a strage ormai passata e dopo essere stati visti da persone comuni quali Cimara stesso? Perché nessun testimone notò lo strano fatto dell’abbassamento della saracinesca di un bar all’interno del quale c’era parecchia gente? Come avrà fatto Cimara a tenersi dentro tutto questo per quasi quarant’anni e a non averlo tirato fuori neppure nel suo libro Stragi di Stato 1968/2008, Editing edizioni, Treviso 2008, dove nelle pagine 200 e seguenti si fa una cronistoria della vicenda Moro corredata dai ricordi personali dell’autore ed egli tace del bar Olivetti?
Infierisco con la documentazione raccolta dalla Commissione. L’8 gennaio 2016 la giornalista Rai Angela Buttiglione viene interrogata dal magistrato Guido Salvini su indicazione della Commissione. Cimara afferma varie cose che la Buttiglione smentisce categoricamente e considera assolutamente assurde. La Buttiglione ricorda molto bene il giorno di Via Fani: oltre che per l’angoscia della giornata, per l’enorme carico di lavoro. Non ha senso che Cimara dica d’aver chiesto l’invio di una telecamera elettronica mentre ne usava una a pellicola, perché il TG1 per cui lavorava le aveva già sostituite tutte. Mi pare di capire che la Buttiglione non creda neanche alla presenza di Cimara in Via Fani. Aggiunge che, in caso, Cimara non avrebbe dovuto telefonare non a lei o al collega Massimo Bernardini, come lui dice (peraltro è impossibile: Bernardini faceva il turno della sera, non la mattina), ma alla segreteria tecnica. Quindi, doppiamente fasullo. Continuo a citare dalla relazione della commissione del 10 dicembre 2015:
[Cimara] ha affermato che mentre era all’interno del bar Olivetti – che, secondo quanto da lui riferito, era aperto – fu avvicinato da un giovane, forse di nazionalità slava, che gli consegnò un rullino da conservare e da restituirgli il giorno successivo. Preso il rullino, lo portò nel pomeriggio a Duccio Guidotti, responsabile del TG1 per la realizzazione tecnica dei video, con l’intesa di realizzarne una copia in formato elettronico e di ritirarlo il giorno successivo. Il mattino seguente, tuttavia, egli apprese che vi era stato un furto nel laboratorio di Guidotti, che la copia elettronica era stata sottratta e che non si poteva più essere certi che il rullino rimasto fosse effettivamente quello consegnato il giorno prima. In ogni caso, Cimara riprese il rullino e, trovando il bar Olivetti chiuso, lo consegnò ad una signora per la restituzione al giovane incontrato il giorno prima. Solo anni dopo Guidotti – che è deceduto – gli disse che in quelle foto si ritraevano scene dell’agguato di via Fani in cui erano visibili i terroristi che vi avevano preso parte. Cimara ha, inoltre, riferito di aver casualmente incontrato tre anni fa il giovane che gli consegnò il rullino, il quale si sarebbe lamentato per il fatto che quest’ultimo non gli era mai stato restituito. Le dichiarazioni di Cimara sono molto dettagliate e indicano circostanze, nomi e particolari che la Commissione intende riscontrare con alcuni accertamenti già disposti e tuttora in corso.
Non vi ricorda qualcosa? A me la trama di Blow up! di Antonioni (la misteriosa signora, il furto che avviene proprio nel laboratorio fotografico, la sparatoria immortalata…). La Buttiglione smentisce categoricamente questa possibilità. Le foto non venivano portate al TG1. Il 10 febbraio 2016 si notificano alla Commissione anche le interviste ai figli di Duccio Guidotti e apprendiamo così il nome del misterioso fotografo “slavo” (il macedone Nuran Ademosky, nato nel 1961, a sua volta già interrogato il 1° dicembre 2015) che, da parte sua, nega di essere stato in Via Fani a marzo. Era in Italia da un mese e non parlava ancora bene l’italiano. Questo ebreo macedone dalla vita avventurosa (agopuntore, paramilitare in Angola per fare da guardia al traffico di diamanti in una strana associazione tra colonialisti portoghesi e spagnoli, missioni cattoliche e cristiani copti, oltre a dichiararsi falsificatore di documenti e quant’altro) smentisce insomma tutto quanto. I figli di Guidotti, Barbara e Pier Latino, escludono che il padre potesse conservare in casa rullini. Quanto alla presenza di tedeschi nel Bar Olivetti, è demenziale che un terrorista – si allude chiaramente alla RAF e alle bande Baden-Meinhof – si fermi a prendere il caffè dove ha appena sparato.
Ho voluto concentrarmi su questo caso del Bar Olivetti per un semplice gusto del divertimento. Se è vero che il quarto d’ora di warholiana celebrità ha fatto gola a tanti, la cosa sorprendente è come il caso Moro ancora piaccia a tantissimi per mettersi in mostra e, soprattutto, sentirsi portavoce di verità alternative. Sarà che molti si sentono più intelligenti a pungolare di sapere “quello che è successo davvero” e che “non ci vogliono raccontare”. Pure gente che non si capisce cosa c’avrebbe da guadagnarci. Posso capire lo sconosciutissimo giornalista Cimara, ma Favino? Che si scopre testimone oculare a quasi quarant’anni dai fatti ed è già un attore celebre… Tuttavia, nel caso di Favino una motivazione, così, io la troverei: la gelosia professionale verso una collega. Una testimone illustre del caso Moro, da tempi non sospetti, è esistita ed è stata universalmente considerata fededegna perché depose nello stesso modo sia nel 1980, durante le inchieste giudiziarie, sia nel 2004 nel suo secondo libro intervista con Dacia Maraini, sia nel 2013 in una trasmissione tv e, nei mesi a seguire, nell’attività della seconda commissione presieduta da Fioroni. Un racconto del genere, Favino non lo potrà mai vantare, ed è una storia che suscita meraviglia e che, davvero, merita di essere conosciuta.
La mattina del 9 maggio 1978 Piera degli Esposti doveva andare a ritirare alla sede romana dell’Istituto nazionale del dramma antico i biglietti del treno per Siracusa (Inda). L’avevano scritturata per recitare Sofocle ma l’amministratore non le apriva più. Così, stufa di aspettare, a un certo punto si appoggiò, verso mezzogiorno, a una Renault rossa parcheggiata per strada. Poi andò in un bar a Torre Argentina per bersi un caffè e approfittare del telefono. A un certo punto la scossero il tafferuglio generale e la diretta del telegiornale nella tv del locale: dentro quella Renault in Via Caetani cui si era appoggiata, di fronte i due scalini della porta dell’Inda, Moretti aveva abbandonato il cadavere di Aldo Moro e lei, inconsapevole, aveva scelto proprio quella per riposarsi.
