Il pomodoro africano

Il continente del futuro visto dalla nostra tavola

Per cercare di capire o almeno immaginare il futuro bisogna anzitutto chiedersi: “dove sarà?” Una risposta è nel cyberspazio, nel Metaverso, nell’AI e in tutti quei non-luoghi e nomi strani della tecnologia. Un altro, più fisico e riconoscibile, anche se non meno facile da comprendere e riassumere, è l’Africa. “Il Panfilo nel mondo” ha pensato di guardare a quell’isola enorme dalla propria tavola, o meglio, da un ingrediente nel piatto, il nostro per eccellenza: il pomodoro.

Per cercare di capire o almeno immaginare il futuro bisogna anzitutto chiedersi: “dove sarà?” Una risposta è nel cyberspazio, nel Metaverso, nell’AI e in tutti quei non-luoghi e nomi strani della tecnologia. Un altro, più fisico e riconoscibile, anche se non meno facile da comprendere e riassumere, è l’Africa. “Il Panfilo nel mondo” ha pensato di guardare a quell’isola enorme dalla propria tavola, o meglio, da un ingrediente nel piatto, il nostro per eccellenza: il pomodoro. 

Quell’ortaggio pure recentemente tanto decantato quale eccellenza italianissima dal nostro Ministro per la Sovranità alimentare, Lollobrigida, segnatamente il pomodoro Pachino igp, dice il sovranista – peccato, signor Ministro, che il pomodoro da lei citato abbia origini tutt’altro che italiane, pur se igp, essendo nato in Israele da Hazera Genetics. Ma poco importa, torniamo al pomodoro italiano, e cerchiamo una prima riflessione, approfondita per quanto consente questo spazio, sulla produzione e l’esportazione dell’agroalimentare in Africa. Uno dei tanti temi che riguardano la cosiddetta questione africana, a cui il “Panfilo nel mondo” vorrebbe dedicarsi.

L’Italia è secondo produttore al mondo di pomodoro, tra Stati Uniti e Cina. Ne coltiviamo circa 300 qualità diverse, ma la globalizzazione, che esige la sicurezza del gusto standardizzato, fa sì che nel mondo ne esportiamo su larga scala solamente due: il Tondo e il Roma. La storia del pomodoro italiano in Africa può essere uno spunto interessante per riflettere su quell’enorme isola-continente del futuro che è l’Africa, sugli interessi in esso degli italiani e dell’attore che ormai vi ha indirizzato gran parte della sua attenzione: la Cina. Interessi, quelli italiani e quelli cinesi, che collimano e collidono.

Nella corsa all’Africa degli anni ’60 e ’70, noi italiani scendemmo in Africa occidentale e vi stabilimmo diverse fabbriche per la lavorazione del pomodoro. Dopo aver insegnato le tecniche agli autoctoni, decidemmo tuttavia che era più conveniente esportare il nostro oro rosso, perciò abbandonammo le fabbriche, tutt’oggi dismesse: in Guinea e in Ghana si possono ancora ammirare queste cattedrali-rottami ferme da decenni. Così, negli anni ’80 in Africa si mangiava solo pomodoro italiano. In seguito arrivarono i cinesi che esportarono il loro: ovviamente l’oro rosso cinese costava molto meno, e quindi sconfisse il nostro. Se avessimo voluto fare una joint venture e insegnare il know-how, così da aiutare l’Africa occidentale a coltivare e lavorare autonomamente il prodotto, ora alcuni Stati africani avrebbe retto meglio all’aggressione del dragone e noi avremo mantenuto un diverso e miglior grado di esportazione.

Ma la storia del pomodoro africano è solamente un appoggio per iniziare a discutere, anche in questo piccolo spazio del Panfilo, di Africa. Parlare di un continente così vasto ed importante è impossibile; per comprenderne la grandezza si consiglia di consultare la carta di Peters. Perciò, qui si tenterà di offrire un quadro d’insieme generico e delle indicazioni di base, per permettere di vagliare alcune traiettorie d’interesse strategico. 

Anzitutto, la demografia, senza la quale ogni discorso è solo una chiacchera vuota. Tutte le cifre e le statistiche demografiche che circolano sull’Africa vanno prese con le pinze. Il dato di fondo più importante riguarda sia la demografia sia la distribuzione dell’urbanesimo nel grande spazio dell’isola. In Africa esistono 1 miliardo e 500 milioni di persone ma l’aspetto fondamentale è la crescita esponenziale della popolazione. Vi sono vastissime aree desertiche, come anche enormi metropoli (Cairo, Lagos, Kinshasa). In questo senso, c’è una forte diseguaglianza della distribuzione della popolazione. Uno spazio immenso, che ha ancora una potenzialità di sviluppo enorme: una possibilità che non dipende esclusivamente dalle stranote risorse minerarie, bensì anche da altri fattori. Di qui il motivo dell’aumentare negli ultimi anni dei famosi “scramble for Africa” delle maggiori potenze internazionali, le quali guardano all’Africa seguendo i loro interessi e traendone le risorse che per loro ritengono indispensabili. Tra queste risorse vi è proprio, o anzitutto, quella demografica. I cinesi non sono in Africa solo per le risorse minerali ed energetiche, ma anche per la popolazione: gli africani sono una buona alternativa in termini di manodopera a basso costo al crescente aumento del costo della manodopera cinese. Questo l’approccio cinese in Africa.

Tornando al fattore demografico, è sempre importante ricordare quanto pochi siamo noi e quanto l’Africa sia destinata a crescere. L’età mediana in Africa è inferiore ai vent’anni, mentre qui è sui quarantacinque, con tendenza all’aumento. Nei movimenti migratori, il fattore biofisico è uno degli elementi determinanti, anche solo considerato il fatto che a 20 anni ti muovi, a 45 no. In termini numerici, con tutti i bemolle del caso, alla fine di questo secolo si stima che ci saranno quasi 4 miliardi di africani su una popolazione mondiale di 10 miliardi, quindi il 40% della popolazione mondiale sarà africana. Noi europei siamo in netto declino, se guardiamo all’Italia lo scenario peggiora: già oggi siamo meno di 60 milioni, in decrescita da 5 anni, cosa mai accaduta dal 1861 ad oggi, ma soprattutto, secondo le previsioni, la decrescita è destinata ad aumentare così come è destinata ad aumentare l’età mediana.

Dunque, s’è detto che a fine secolo l’Africa avrà 4 miliardi di abitanti e sarà tra i continenti più popolati. Ma oggi, bisogna tenerne conto, è spopolata. Ad eccezione della Nigeria, tutti i Paesi africani sono spopolati. Il problema del sovrappopolamento delle città e dello spopolamento delle aree interne è d’altra parte un problema globale: il 60% della popolazione mondiale vive oggi in ambito urbano, con una tendenza a vivere a meno di 100 km dalla città e dal mare. Problema anche nostro, quello dello spopolamento delle zone interne, che viviamo ogni giorno. Come in Africa e qui, anche in Asia, dove è addirittura ancora più forte e drammatico: città piene, il resto del continente pressoché vuoto.

Tornando in Africa, uscendo dalle città non si vede che uno spazio immenso, quello dell’ultimo continente con così tanta terra arabile e coltivabile ancora libera: stime calcolano 200 milioni di ettari. Senza considerare le foreste, purtroppo aggredite. Un enorme spazio di terra e acqua, di risorse preziose per un pianeta tra poco di 10 miliardi di abitanti. Dov’è il futuro se non qui? Per questo è tornato alla ribalta, per così dire, il fenomeno del “land grabbing”, per cui molti paesi, tra i quali ad esempio l’Arabia Saudita, cercano di conquistare zone per metterle a monocoltura. Il vecchio sistema dei colonizzatori europei: coltura estensiva per poi esportare. Per le materie prime minerarie e quelle agricole avviene il medesimo processo, cui si aggiunge, come detto, il “materiale umano”.

Cosa interesserebbe all’Italia, tornando al tema dell’agroalimentare? Un discorso, quello che segue, al netto tanto del significato che si vuole attribuire al termine “interesse”.

Il nostro Paese ha un problema di surplus di piccole e piccolissime aziende dell’agro business e mancanza di terra. Ad una grande capacità tecnologica corrisponde la mancanza di possibilità di espansione. E non ha campioni nazionali, persi tutti con le privatizzazioni (come la Cirio). Non c’è nessuna missione di sistema, stante che ogni impresa è per conto suo, caratteristica congenita dell’imprenditoria italiana, di cui tener conto; così anche negli anni della corsa italiana all’Africa, questa fu, per quanto riuscita, ben poco strutturata dal governo centrale.

Ma vi sono anche punti di forza. Anzitutto l’Africa non è lontana: con 8 ore di volo si arriva in fondo al continente, cui si devono aggiungere 2 ore per lo scalo a Parigi o Francoforte, a meno che non si passi per l’Etiopia con la Turkish Airline, la compagnia che ad ora ha più linee in Africa.

L’indirizzo strategico potrebbe essere quello di trasformare lo slogan ipocrita e meschino “aiutiamoli a casa loro” con quello “producano a casa loro”, invero aiutarli a produrre ed esportare. In Africa non si produce pressoché niente, e non vi è nessun vero e strutturato partenariato economico. Questo è da sempre il problema africano e che ha d’altra parte disegnato le frontiere stesse degli stati africani. Le frontiere della Costa d’Avorio, ad esempio, dipendono dagli spazi agrari per mettere a monocoltura il cacao e il caffè. Non è facile. Ferrero, ad esempio, se ha da poco abbandonato il Camerun per una questione di qualità legata all’essicazione del cacao. Insegnare loro a produrre, imparando le regole per esportare, questo è il grande settore su cui l’Italia si potrebbe concentrare, in un’ottica che combinerebbe tanto l’interesse strategico quanto la necessità di aiutare il continente più povero. Perché l’Africa non ha niente, se non tutto il futuro.

Come visto all’inizio, il nostro rivale in relazione all’oro rosso sono i cinesi. Ma cosa vogliono fare i cinesi in Africa? Tra le tante linee d’indirizzo strategico del dragone, vi è sicuramente quella di giungere sulla costa orientale, quindi sull’Oceano Indiano, per fare un corridoio che arrivi alla sponda opposta. sull’Atlantico. Vogliono cioè bypassare il Mediterraneo. Molto più facile fare transitare le merci verso gli Stati Uniti e le Americhe attraversando l’Africa, “dritto per dritto”. Per gli appassionati di storia, il vecchio progetto portoghese. Un progetto che se mai andasse “in porto”, determinerebbe enormi conseguenze geopolitiche per l’economia mondiale, tanto più per Europa e Italia.

Si tratta di un progetto infrastrutturale difficilissimo, ma avviato. Passando per Kenya, Tanzania, sfidando (ma la natura di questa disputa, più o meno apparente, tra dragone ed emiratini, è per noi ancora difficile da comprendere) gli Emirati stanziati alla sponda opposta, in Angola. 

Naturalmente, o meglio, “utopicamente” per chi conosce l’Africa, tutto questo deve tener conto della stabilità politica dei territori. L’Italia? In questa parte del continente mancano strade e ferrovie, ambiti in cui la Cina sta focalizzando gran parte della sua attenzione e delle sue risorse. Tuttavia, in prospettiva anche il nostro Paese si può ritagliare uno spazio, specificatamente nella logistica. Perché, se questo è il piano, per quanto lento e per certi versi utopistico, ci sarà bisogno di hub africani, zone intermodali, in cui allocare camion, macchinari movimentazione merci, stoccaggio, catene del freddo e trasporto locale. Qui l’Italia potrebbe ritagliare un proprio spazio: ancora, tanto per il proprio interessi strategici, quanto per “vigilare”, da Paese libero, sulle condizioni di vita degli africani.

Quanto scritto fin qui è solamente un granello nell’immensità dei problemi ed opportunità che seguono alla voce “Africa”. Ma è almeno un granello, e si spera un inizio di riflessione sul tema per questo piccolo nostro “Panfilo nel mondo”.

 

Le previsioni demografiche del nostro secolo:

Giuseppe Gris
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