Panfilosophia – 22 gennaio 2024

Gramsci e gli indifferenti, oggi

Nasceva ad Ales il 22 gennaio 1891 Antonio Gramsci, e chissà cosa direbbe di essere lontano parente del primo Presidente del Consiglio post-fascista della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza. Prima forse è più onesto chiederci che cosa direbbe di noi.

Nel manifesto tanto breve quanto intenso del primo e unico numero della rivista “La Città Futura”, il filosofo sardo riporta la sua celeberrima arringa contro gli indifferenti, apposta anche nel veloce manifesto programmatico del Panfilo.

Vivo, sono partigiano, perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

L’odio per gli indifferenti, che nei Quaderni diverrà «rabbia appassionata», è il disgusto sputato in faccia contro il «peso morto della storia», perché l’indifferenza «è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita». Non è neutrale ma, in quanto legittimazione dell’esistente, è azione anch’essa. In termini marxisti e gramsciani, è l’accettazione irriflessa dell’esistente che lo rende destinale: «la fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo». Perciò bisogna odiare gli indifferenti. E vivere significa essere partigiani, parteggiare: «sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini».

Forse, però, il miglior modo di ricordare Gramsci oggi e qui non sta nel commentarne la filosofia, peraltro da un passo su cui sono stati scritti fiumi di parole. Né, peggio ancora, parlarne storicamente, confinandolo ai pedanti discorsi di quelli che credono ancora che la storia abbia scolari.
Nel nostro piccolo, il modo migliore per ricordare Antonio Gramsci oggi e qui è parlarne poco e fare invece un po’ di critica del presente. Dunque: chi sono oggi gli indifferenti? Questa domanda muove dal metodo gramsciano. Prima chi è indifferente, poi che cos’è l’indifferenza. Detta alla svelta: tornare a fare un poco di materialismo storico, dalla materia alla forma.

La prima categoria e definizione degli indifferenti è questa: chi si disinteressa, per scelta. Chi decide di non interessarsi, informarsi e prender parte alle contraddizioni e ai conflitti del proprio tempo e del proprio spazio, sia esso lo spazio più vicino o quello più ampio e lontano. Chi sceglie che non serve dire ciò che si pensa né anzi tout-court pensare, interrogarsi; né bisogna esporsi, e finché non tocca direttamente la propria pelle, non val la pena interessarsi a nulla. Insomma, l’odiabile peso morto della storia.
Altra categoria è chi si disinteressa, ma non per scelta. Qui vanno ulteriormente distinte due sottocategorie: chi non sceglie di disinteressarsi per distrazione e chi per forza. La distrazione è una condizione in cui la nostra società e il nostro mondo, ancora «grande e terribile» come quello di Gramsci, si trovano sommersi, dovuta in particolare all’onnipervasività della tecnologia e all’iperconnessione sociale. Immersi in un contesto che continuamente ci distrae, la nuova forma di dominio (che Han definirebbe “potere infocratico”, rimando a https://ilpanfilofeltre.it/dalla-kaba-all-apple-store/) ci distoglie dal comune, dal confronto con l’altro per proiettarci in uno spazio non-autentico, non decisivo, esso stesso in-differente e che ci impedisce finanche le più minime esperienze di attenzione all’esistente. È considerabile, questa distrazione di massa, come indifferenza? Sì, e non si può, ancora, deresponsabilizzare gli indifferenti distratti. Vanno odiati anche loro. C’è poi chi è indifferente non per scelta, ma per “forza”. Non perché è forzato, s’intende, (altrimenti non sarebbe indifferente) ma perché, e qui bisogna essere marxisti sino in fondo, il sistema attuale di produzione toglie il tempo al comune, al dialogo, alla possibilità di informarsi e comprendere a fondo le cose, e non solo scrollando notiziari-influencer da osterie-social. Lavorare ogni giorno fino a tardi, qualcuno anche mentre dorme, mantenere forse una famiglia, pagare affitti impossibili, non avere in alcun modo tempo libero. Vivere per lavorare e lavorare per vivere. Quando vivere veramente, cioè parteggiare? Mai, impossibile. Ecco allora che costoro, a ben vedere, più che indifferenti non possono partecipare, e solo in un secondo momento divengono, per forza di cose e molto spesso, indifferenti. Ma non per scelta, perché sono di fatto, per i rapporti di produzione di oggi, (diciamolo: per la struttura), esclusi. Gli esclusi sono solo all’apparenza indifferenti, si tratta di trovare i modi e i mezzi per coinvolgerli. Si tratta di spezzare le catene di una società che ruba il tempo della vita e, oggi come allora, più di allora, aliena l’uomo dall’uomo.

Cos’è l’indifferenza, oggi? Lo stesso peso morto della storia di un secolo fa. Lo stesso assenteismo fatalista che giustifica ogni ingiustizia. Rispetto a un secolo fa, si aggiunge un’indifferenza distratta, che forse fa ancora più paura, perché più inconsapevole della propria natura di indifferenza.

Tuttavia bisogna essere sinceri fino in fondo, andare al cuore delle nostre contraddizioni.
Ci sono ancora altre forme di indifferenza, pur se forse il termine corretto sarebbe forse malafede, cattiva coscienza. E riguarda un poco tutti noi da questa parte di mondo. L’indifferenza verso ciò di cui siamo purtroppo consapevoli. Che ci diciamo, quasi come se dircelo bastasse un poco a lavarci la coscienza, quando invece, proprio perché lo sappiamo, siamo ancora più indifferenti.
Ovvero: fingere di non sapere che stiamo ancora legittimando un modello economico che per reggersi come tale, pur anche per migliorare le condizioni dei più poveri e sfruttati qui, affama e sfrutta i più poveri del mondo, rubando loro risorse e speranze. Fingere di non sapere che un sistema economico che persegue ancora il progresso infinito con risorse finite ha distrutto questo pianeta, e che non curandoci seriamente della crisi climatica distruggiamo la casa di chi esisterà dopo di noi.

Siamo tutti indifferenti e in malafede nei confronti degli ultimi del mondo e del mondo che lasciamo.
Credo che oggi Gramsci ci odierebbe.