Attualità – 26 febbraio 2024

Giorni caldi - Scontri di piazza, elettorali, istituzionali

È un weekend caldo quello appena trascorso, nonostante le piogge e la ritrovata neve sui monti. Caldo quindi non tanto per il clima, quanto piuttosto per la politica, da quella internazionale a quella più vicina. Già, perché sebbene i fatti saliti agli onori delle cronache sembrino, e siano, differenti, in verità possono essere legati da un filo conduttore comune.
Ricorreva sabato il drammatico secondo compleanno della guerra d’Ucraina, iniziata per volontà e responsabilità della Russia di Putin il 24 febbraio 2022, sconvolgendo gli equilibri mondiali, ma soprattutto la vita di milioni di ucraini innocenti. Per questo sono state molte le manifestazioni in tutta Italia, anche a Belluno, per chiedere l’immediato cessate il fuoco e la pace per ogni fronte di guerra nel mondo. In particolare, ed inevitabilmente, le proteste si sono concentrate su quanto accade in Medio Oriente, dove Israele non cessa la propria offensiva.

Di qui la manifestazione di Pisa, dove i giovani manifestanti pro pace e pro Palestina sono stati caricati a colpi di manganello dalle forze dell’ordine. Un episodio agghiacciante che in molti hanno subito fermamente condannato. Su tutti, e le sue parole vanno riportate per esteso, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per cui:

«l’autorevolezza delle forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento».


Parole di una nota al Viminale che devono essere ricordate e prese sul serio, attraverso una rapida e rigorosa indagine sulle responsabilità di questo pestaggio. Un Paese che manganella giovani scesi in piazza per la pace non è un Paese civile.

La nota di Mattarella pone la luce anche su un altro tema, che permette di legare la nostra riflessione agli altri recenti fatti di cronaca politica. La questione riguarda i rapporti tra Quirinale e Palazzo Chigi. Probabilmente più di quanto si riesca a celare, i rapporti sono pressoché ai minimi storici. Se dal Quirinale si stenta a sopportare ancora Meloni e company, la reciproca vale sicuramente di più: a Chigi una figura più importante di Meloni non si riesce proprio a tollerarla. Per questo il seguito a questa nota sarà sicuramente un mal di pancia furioso, più o meno dissimulato. È certo che ora, a maggior ragione, accelera il ritmo della corsa per la riforma costituzionale per il premierato, la cui riuscita Meloni sta studiando nei minimi dettagli. Da una parte ha dalla sua gran parte degli italiani, dall’altra ancora gli italiani, anche non meloniani, preferiscono da sempre una figura sola al comando, da un’altra parte ancora sta proponendo la riforma apparentemente senza personalizzarla, senza incentrarla su sé stessa, come aveva fatto Renzi, ma defilandola a scelta e preferenza dei cittadini. Intanto le schermaglie con il Colle si accrescono e fanno montare il fastidio, spesso nemmeno silenziato, verso la più alta carica dello Stato.

Eppure, tutta l’astuzia di Meloni potrebbe non bastare. C’è infatti un piccolo incidente di percorso, per i piani di Giorgia: gli alleati. Non si può pensare di fagocitare Forza Italia e Lega senza pagare il minimo prezzo. Ed allora, notizia di questi giorni, la spaccatura sempre più forte interna alla maggioranza. Lacerazione consumata sul cosiddetto “terzo mandato”. Il voto in commissione rimescola molte carte e, anche se la stampa fatica a dircelo bene, che Fratelli d’Italia voti contro Lega o la costringa a ritirare parte degli emendamenti, è indicativo di acque molto mosse nell’oceano delle destre italiane. A ben vedere però, il terzo mandato per i governatori è ancora possibile, soprattutto per fare in tempo a salvare il soldato Zaia, attraverso una legge apposita. In questo modo, per evitare un ulteriore scontro interno alla maggioranza, FdI potrebbe avvallare questa legge, in favore della Lega, in cambio di… un sicuro appoggio, incondizionato, sul referendum costituzionale. Insomma, il premierato per il terzo mandato, qualora Salvini alzasse la posta.

Mentre le destre pensano come smontare e rimontare la Costituzione, a sinistra poco o nulla di nuovo. L’unica voce che ha finalmente alzato i toni è quella di De Luca, mentre in Sardegna l’esito delle elezioni, nel momento in cui scrivo, balla ancora tra Truzzu e Todde. Se, come parrebbe, vincesse quest’ultima, gli schleiniani sono già lì, pronti e in trepida attesa di saltare sul carro e dai piccoli ripetitori ai grossi vescovi di partito già montano liturgici il peana. Ma sarà nonostante Soru, o nonostante Schlein? L’unico dato, ora, recita questo: o tutti insieme contro Meloni, o Meloni. Tanto più se passa il premierato.
Giorni caldi, e non è ancora primavera.

Giuseppe Gris
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