Recensioni - 2 ottobre 2023
Giobbe: romanzo di un uomo semplice
Di Joseph Roth
Adelphi
Anno 1977
1] C’era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno al male. […] [9] Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? [10] Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. [11] Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!». [12] Il Signore disse a Satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui». Satana si allontanò dal Signore.
La Sacra Bibbia, Libro di Giobbe cap.1,I, 1, 9-12, CEI-UELCI, 2008.
Joseph Roth, giornalista e scrittore austriaco, crebbe accanto alla madre nella casa del nonno. Nel 1916 si trasferì a Vienna dove pubblicò i suoi primi racconti e iniziò l’attività da giornalista, che proseguirà a Berlino. Nel 1925 si trasferì a Parigi ed è in questi anni che scrisse La Ribellione (1924) e Aprile. Storia di un amore (1925). Furono proprio un ritmo di vita disordinato, i continui spostamenti da una città all’altra e l’abuso di alcol – che si accentuò dopo la diagnosi di una malattia nervosa della moglie – che intensificarono la sua attività di scrittore come ci dimostrano due grandi romanzi, Zipper e suo padre (1928) e Giobbe: romanzo di un uomo semplice (1930). È proprio quest’ultimo che diede inizio ad una serie di opere che gli daranno fama anche in Italia, soprattutto negli anni Settanta del Novecento, in un clima di ripresa della letteratura mitteleuropea, specialmente ebraica. La prosa ricca di Roth riesce a trasmettere in modo convincente le sfumature delle emozioni umane, la ricerca di senso in un mondo smarrito, che sembra aver perso ogni ragione. Nel romanzo vengono affrontati con straordinaria maestria temi quali l’identità, l’appartenenza e l’alienazione, costringendo il lettore a porre in analisi la propria vita. Quello che traspare dal testo di Roth è che la fede e la ricerca del significato della sofferenza sono le chiavi per riflettere sulla forza e sulla resistenza dell’animo umano.
Giobbe: romanzo di un uomo semplice è il libro più articolato e potente di Roth ed è il tentativo di una narrazione epica, dal soffio avvolgente, che ci accompagna nella vita del protagonista – Mendel Singer – evocando e narrando ogni evento nei più piccoli dettagli, lasciando una scia quasi fiabesca dietro di sé. Il Giobbe di Roth è Mendel Singer, un uomo semplice, come ci sottolinea lo stesso titolo del libro, un comunissimo ebreo, che fa il maestro, ovvero insegna la Bibbia ai bambini della piccola cittadina di Zuchnow, nella Volinia russa – oggi regione che comprende le regioni storiche dell’Ucraina occidentale – e ai propri figli, così come migliaia e migliaia prima di lui avevano vissuto e insegnato nello stesso modo. La vita di Mendel era frenetica, una perpetua fatica e, a volte, persino un tormento: eppure, la sua vita continuava a scorrere al meglio, come un povero piccolo ruscello fra magre sponde. Questa situazione rimase intatta fino alla nascita del quarto figlio, Menuchim, che era minorato. Qui, iniziarono i mali che lo portarono a dover abbandonare la sua terra per trasferirsi dal secondogenito a New York, alla ricerca di un nuovo ordine vitale, aggrappandosi al tentativo di sfuggire ai mali che, uno dietro l’altro, iniziarono a colpirlo. Questa fuga obbligherà i coniugi Singer a lasciare in Russia il piccolo Menuchim, contro le raccomandazioni del rabbino, il quale era convinto della sua futura guarigione e della comparsa di abilità speciali nonostante la sua tormentata e critica infanzia: il dolore lo farà saggio, la deformità buono, l’amarezza mite e la malattia forte.
Giobbe, Marc Chagall, olio su tela, 1975, collezione privata.
Il trasferimento non gioverà al protagonista od alla sua famiglia: nel 1917, infatti, l’America, che da sempre si era dichiarata neutrale, entrò in guerra, con il conseguente arruolamento del figlio Sam e del suo più caro amico, Mac, nonché compagno della terzogenita di Mendel, Mirjam. Jonas, il maggiore, che si era arruolato anni prima nella loro città natale in Russia, era stato dato per disperso. Morì anche Sam e la moglie di Mendel, Deborah, non riuscì a superare lo straziante dolore che pervase il suo cuore: fu proprio questo strazio che lasciò un ulteriore vuoto al povero Mendel, che si aggiunse alla perdita dei figli. Qualche giorno dopo anche Mirjam, l’unica figlia rimasta accanto al padre, cominciò a soffrire di una grave psicosi e venne ricoverata in un ospedale psichiatrico.
È in questo frangente, nel punto più profondo, più teso, più lontano dalla luce che, secondo la mia opinione, la trama prende avvio: la storia inizia qui, la vita di Mendel comincia realmente quando tutto quello che aveva scompare, quando tutto ciò che era abitudinario nella sua vita si spezza. Mendel, in quanto uomo, si estranea.
Ancora batte il mio cuore, ancora vedono i miei occhi, ancora si muovono le mie membra, ancora camminano i miei piedi. Io mangio e bevo, prego e respiro. Ma il mio sangue ristagna, le mie mani sono vizze, il mio cuore è vuoto. Io non sono più Mendel Singer, sono l’avanzo di Mendel Singer. L’America ci ha ucciso. L’America è una patria, ma una patria omicida. Quello che da noi era giorno, qui è notte. Quello che da noi era vita, qui è morte.
In questo estraniamento, Mendel si rassegna, lo scalfisce l’indifferenza e in lui matura una desiderata, ma fittizia, serenità. Si era liberato dalle catene, aveva sciolto i legami, era solo. In questa solitudine si sentì finalmente libero.
Solo era stato dal momento in cui era cessato il piacere fra sua moglie e lui. Moglie e figli gli avevano impedito di portare il suo dolore. Come inutili cerotti, che non guariscono, essi erano stati sulle sue ferite e le avevano solo nascoste. Ora, finalmente, godeva la sua pena con trionfo.
Un unico ed ultimo legame rimaneva da rompere: quello con Dio. Mendel cominciò a dubitare della misericordia di Dio, lo bestemmiò e volle bruciarlo, si ritirò dalla vita religiosa e la rigettò. Come può essere Dio misericordioso se ha portato sulla vita di un uomo giusto tutte queste disgrazie?
Dio è crudele, e più gli si obbedisce, più ci tratta con severità. È più potente dei potenti, con l’unghia del suo dito mignolo può dar loro il colpo di grazia, ma non lo fa. Solo i deboli ama annientare. La debolezza di un uomo eccita la sua forza e l’ubbidienza risveglia la sua ira.
E così, come Giobbe, Mendel, che aveva sempre seguito i suoi padri senza pensare, si scagliò contro la sua fede, contro la componente più concreta e reale che modellava la sua esistenza.
Per anni ho amato Dio e lui mi ha odiato. Per anni l’ho temuto, ora non può farmi più nulla. Ormai può solo uccidermi. Ma per questo è troppo crudele. Vivrò, vivrò, vivrò.
La vita lo sradicò, rendendolo maestosamente spoglio, svuotato di ogni cosa, sorretto solamente da una fonte di resistenza, una segreta speranza che si era isolata e che, nonostante la fatica, si era seppellita nell’anima di Mendel: la speranza che Menuchim fosse ancora vivo. Sarà proprio il ricongiungersi con questo “vento” la risposta, il grido, l’unica soluzione ai mali che lo avevano colpito. La possibilità di un nuovo legame con il figlio riporterà alla mente di Mendel l’antica saggezza dei padri, di una tradizione minacciata e dispersa che si ricostruisce sempre, che si ricompone, che viene esaltata e che raggiunge la sua massima intensità: dopo una lunga vecchiaia passata nella sofferenza, ora era sazio di vita e, dopo aver salutato il mondo, si riposò dal peso della felicità e dalla grandezza dei miracoli.
[16] Dopo tutto questo, Giobbe visse ancora centocinquant’anni e vide figli e nipoti di quattro generazioni. [17] Poi Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni.
La Sacra Bibbia, Libro di Giobbe cap.42,V, 16-17.
