IL MONDO NEL PALLONE
Grande piccola assente: l'Italia
Per tanti, i mondiali misurano il tempo, un appuntamento a scadenza regolare che fa tracciare bilanci di quattro anni. E il tempo misura chi non c’è, non c’era e chi resta. Quali sono le grandi assenze al Mondiale di Qatar 2022? Con criteri particolari, ne scegliamo due: una grande assente, o per lo meno grande perché siamo noi, l’Italia; un assente che in verità è alquanto presente, la Cina.
Per tanti, i mondiali misurano il tempo, un appuntamento a scadenza regolare che fa tracciare bilanci di quattro anni. E il tempo misura chi non c’è, non c’era e chi resta. Quali sono le grandi assenze al Mondiale di Qatar 2022? Con criteri particolari, ne scegliamo due: una grande assente, o per lo meno grande perché siamo noi, l’Italia; un assente che in verità è alquanto presente, la Cina.
L’assenza dell’Italia al mondiale pesa tanto più se considerato il fatto che siamo un Paese sportivamente monoteista: c’è solo il calcio. Con quattro mondiali vinti e campione d’Europa in carica, la federazione azzurra manca per la seconda volta consecutiva la qualificazione mondiale. Un fallimento che può ben riflettere anche la sempre più marcata ininfluenza geopolitica, dovuta in primo luogo alla sostanziale mancanza di cultura strategica.
Se consideriamo dapprima gli aspetti positivi, l’Italia si è comunque presentata al 22simo mondiale di calcio grazie a numerose aziende leader nei rispettivi settori. Così ad esempio WeBuild, multinazionale nel campo delle costruzioni e dell’ingegneria, ha realizzato lo stadio Al Bayt, dove si è svolta la partita inaugurale, nonché della metro Red Line North Underground di Doha, che percorre 13 chilometri. Ancora Cimolai, leader nella progettazione e costruzione di strutture metalliche, ha costruito la copertura retrattile dell’Al Bayt. E ancora, tra le altre, si può citare Atlas Concorde o Technogym. Venendo agli aspetti negativi, in altri ambiti l’Italia sa far riconoscere al meglio le proprie eccellenze e così, ad oggi, emerge che nello scandalo Qatargate diversi italiani, dell’ala sinistra del Parlamento Europeo, sono coinvolti in posizioni di primo piano.
Queste le nostre eccellenze, con cui abbiamo partecipato, bene e male, al Mondiale. Ma, a partire da questo evento, quale riflessione sulla situazione geopolitica del nostro Stato possiamo avanzare? Per non perderci, scegliamo un solo tema: il mare. Partiamo da oriente. Una quantità impressionante di merci per il mondiale qatariota, per alcuni la maggior parte, transita per il canale di Suez. Per comprendere l’importanza di questo canale, basta riportare le cifre del 2020, anno della pandemia: di lì è passato il 12% del commercio mondiale in termini di volume, vale a dire 18.829 navi per 1,17 miliardi di tonnellate di merci a bordo. Si cita Suez per fotografare l’importanza ineludibile del Mediterraneo per il mondo, quale connettore tra Oceano Atlantico, mar Arabico e quindi Oceano Indiano, tant’è vero che viene a ragione denominato dalla rivista Limes “Medioceano”. Di qui la necessità per l’Italia di tornare ad esserne protagonista. Tra Gibilterra e Suez, infatti, lo Stretto di Sicilia è l’altro grande lembo di mare dirimente per il transito di merci, navi militari, e non solo. Il Mediterraneo è crocevia strategico di cavi sottomarini che veicolano un terzo del traffico internet mondiale. Il maggior numero di cavi si trovano nelle profondità del Mediterraneo sudorientale (su tutti Cipro e, di nuovo, Suez), molti dei quali tuttavia passano anche per il canale di Sicilia. Così dall’isola si sviluppa il principale centro di gravità IP nel bacino mediterraneo ed a Palermo si trova il centro dati aperto di Sicily Hub. Il mare dovrebbe essere il nostro punto di forza, ma non ce ne curiamo, quasi non vi partecipiamo come al mondiale. A riprova di questo, il ritardo nel tracciare la zona economica esclusiva (Zee), dovuto all’autorizzazione colpevolmente tardiva del parlamento.
Un altro elemento, ancora riferito al mare, rivela come l’Italia conti sempre meno a livello internazionale, non solo per quanto riguarda il pallone. Ci si riferisce al cosiddetto “Trimarium”. Trimarium è un progetto portato avanti da diversi anni, e che conosce una recente e decisa accelerazione, da Stati Uniti e Polonia. Consiste in un sistema di cooperazione e alleanza che triangoli le regioni dell’Europa orientale comprese tra tre mari: Baltico, Nero, Adriatico. In funzione antirussa e presumibilmente anche antitedesca, il progetto consiste nel connettere a livello infrastrutturale, economico, energetico ed anche militare questa regione ed informa sul rinnovato protagonismo polacco, destinato ad aumentare sempre più negli anni a venire. Adriatico, si è detto. E quindi un mare che si presume anche nostro, considerata la storia di Venezia. E invece no, il Paese coinvolto da Stati Uniti e Polonia è la Croazia. La Croazia al mondiale c’era, e che mondiale. Noi no, e similmente ci scordiamo del mare che ci sta attorno.
Quando ci decideremo a partecipare?
