Recensioni - 10 dicembre 2023

Dove non mi hai portata

Di Maria Grazia Calandrone

Einaudi
Anno 2022

Si è celebrata lo scorso 25 novembre la Giornata contro la violenza sulle donne. Non vogliamo che rimanga un giorno tra i tanti, magari pieno di retorica e chiacchere, ma che questo dramma venga continuamente preso in considerazione e condannato, finché non cesserà di insanguinare il nostro paese e il mondo. Per questo ci proponiamo di trattare anche nelle nostre recensioni dei racconti, delle situazioni o considerazioni che si collegano al tema ed invitano alla riflessione. Perché la violenza sulle donne è un problema più che mai, purtroppo, all’ordine del giorno, tant’è vero che ad oggi 11 dicembre si registrano tristemente 109 vittime di femminicidio nel 2023.

Dove non mi hai portata

La storia narrata poeticamente da questo libro è una storia di violenza contro una donna coraggiosa, nell’accezione più alta che si possa dare a questo aggettivo. Così, anche per “capire” il male di oggi, sembra importante ricordare anzitutto che cosa eravamo, il marcio che c’era anche ieri, il male da cui veniamo. Ed era appena ieri, negli anni Settanta, prima del referendum sul divorzio.

“Dove non mi hai mai portata” di Maria Grazia Calandrone è la storia di sua madre ed una storia italiana. Il racconto intreccia la ricerca di Maria Grazia sulla madre, la vicenda personale di Lucia, la storia d’Italia, de L’Unità e della violenza di genere.

Dove non mi hai mai portata non si riferisce a un luogo, o almeno non esattamente, perché si riferisce alla morte. Lucia abbandona Maria Grazia e si suicida con il compagno Giuseppe nel Tevere. Di qui lo scandalo, il fatto diventa di cronaca e ne parlano i giornali. Intanto Maria Grazia cresce, diventa una scrittrice, indaga su Lucia e sul suo gesto. Scopre la verità e scrive questo libro, come atto d’amore verso l’amore assoluto ricevuto dalla madre: «non era finita la tua pagina, Lucia, e adesso scrivi, con le mani mie, la vita che hai già scritto col tuo sangue in me».

Lucia nasce nel 1936 in un paesino sconosciuto del Molise. Lucia nasce donna. Quindi come vivere la sua vita non se lo può scegliere, il suo destino lo decidono gli altri. Lei può solo adeguarsi. Scoppia la guerra e così non può andare a scuola fino a dieci anni. Arriva alla seconda elementare nella Scuola popolare, va bene, i risultati sono buoni, eppure è costretta a lasciare. Nasce infatti donna e nasce anche contadina, quindi povera. Una famiglia contadina non può certo investire le poche risorse messe da parte per far studiare una figlia femmina. Perciò via dai libri, e sgobbare nei campi. Lavorare, lavorare, lavorare. Unico destino, unica direzione, il matrimonio. C’è un giovane, Tonino, che si innamora di lei. E anche lei, che si scopre guardata con amore, si innamora di lui. Tonino chiede la mano di Lucia, ma è il padre a decidere: no. Tonino non ha un soldo, è troppo povero, non conviene dargli in sposa la figlia femmina. Tonino se ne va, umiliato. Lucia resta. Lavoro, lavoro, lavoro. Finché il matrimonio arriva, perché la costringe la famiglia che ha trovato un buon partito, Luigi Greco detto Centolire. Ma Luigi Greco è un uomo gretto, indolente e infelice. Anche sprezzante. Non mostra il minimo interesse nei suoi confronti, il matrimonio non sarà mai consumato, e la maltratta. «Lucia e Luigi vivono tre anni tra la buca e la casa di campagna dei suoceri. Senza luce, senz’acqua, senza corrente elettrica. È tutto». Come restare?

Divorziare non si può. I matrimoni li possono annullare solo i ricchi, ché se lo possono permettere. Lucia non può fuggire dalla sua infelicità, che si accresce quotidianamente, in nessun modo lecito. Proprio quando la vita pare destinata a trascinarsi in un lungo infinito, sfinito, incedere millimetrico di obbedienza e sconforto, ecco arrivare in paese Giuseppe, un uomo brillante, di quasi trent’anni più vecchio. Lucia si innamora e i due iniziano una relazione clandestina. È il primo amore di Lucia, o meglio il primo che può vivere, seppure di nascosto. Almeno, non è un amore sognato, come quello di Tonino, ma un amore reale, vissuto. Lucia conosce l’amore, e per questo non può rinunciarvi. Così sceglie di scegliere lei per la propria esistenza, ché era sua la vita e non del padre, non di Centolire, non delle chiacchere del paese. Non di una società ingiusta. Non importa il prezzo: è la sua vita. 

Luigi scopre la verità e denuncia gli amanti. Nessuna pietà per una donna che non ama, per una donna che maltratta. No, per Luigi conta l’onore. E di più. Lucia rimane incinta di Giuseppe. Così Lucia scappa con Giuseppe, che non l’abbandona, anzi la sostiene sempre e fino alla fine. I due scappano a Milano, dove provano a rifarsi un’esistenza lontani dal paese, da un’Italia arretrata, dalla famiglia.

Qui, nell’ottobre 1964, nasce la piccola Maria Grazia. Le viene dato il cognome del marito Luigi, che però non la riconoscerà mai. Così passano i mesi e la realtà diventa sempre più inaggirabile: la denuncia impedisce loro di vivere una vita che non sia di espedienti. Maria Grazia non potrà mai avere un futuro dignitoso. La condanna è questa: lo stigma, la povertà.

I due innamorati decidono. L’unico modo di permettere a Maria Grazia una vita che vale la pena di essere vissuta è abbandonarla, nella speranza che qualcuno, di buon cuore, possa raccoglierla, accudirla, accettarla. Non agli istituti cattolici, ma al cuore buono della gente semplice, delle persone per bene. I due innamorati prendono un treno per la capitale, senza registrarsi in qualche pensione né portare troppi bagagli: «sembrano arrivati fino a Roma solo per uccidersi». Poi scrivono al giornale. Nella lettera indirizzata a l’Unità, testamento pubblico di poche e definitive parole, Lucia affida Maria ai buoni: «Trovandomi in condizioni disperate, non ho scelto altro che la strada di lasciare mia figlia alla compassione di tutti». E così alla fine di giugno del 1965, lasciano la piccola Maria Grazia nel parco romano di Villa Borghese. Appena dopo, con una decisione lucida e straziata, Lucia e Giuseppe si uccidono gettandosi nelle acque del Tevere. 

Quando il corpo di Lucia viene ritrovato, vestiva un costume. Così si pensa subito ad un bagno al fiume finito in tragedia. Una teoria che però non ha senso, un’ipotesi da scartare. Perché Lucia, nel gesto estremo, d’amore per la figlia e di odio per la società, indossa un costume per pudore:

«Entro nella mente, allora raziocinante, di mia madre, entro nella sua anima pensante: Lucia considera che anche un vestitino scuro come quello che ha scelto per morire, una volta impregnato d’acqua, diventa trasparente, si solleva in maniere ormai incontrollabili e scomposte, o aderisce al corpo, sagomandone la forma come per nudità, e decide di serbare il proprio contegno infilando, in vece della propria biancheria, il costume comprato due anni prima per le sue cure di fertilità. […]

Indossare il costume da bagno sotto il vestito è il gesto sacro di una donna che non vuole essere sconcia, neanche da morta. Indossare il costume da bagno sotto il vestito è l’ultimo gesto di rispetto per sé e per il proprio corpo, di chi pure lo sta accompagnando a morire. Ma con dignità. Provo un grande e commosso rispetto per la sua decisione».

Si suppone che i due si siano gettati nei pressi di ponte Pietro Nenni. Il corpo di Lucia viene ritrovato all’incirca all’Eur, mentre quello del padre qualche kilometro oltre. Anche Giuseppe aveva indossato il suo vestito migliore. Non un vestito da ricco, ma il meglio che aveva, perché quello era un giorno dignitoso. 

«Per andare a morire, entrambi hanno indossato gli abiti della domenica, quelli che, secondo il guardiamacchine, fanno di loro una coppia “quasi certamente di contadini”. Quei due vestiti, scelti magari in un mattino di sole, prima dello sferragliare della Vita Nuova, contengono la solitudine della materia caduta nel disincanto, il pianto della materia disabitata».

Questo fatto di cronaca all’epoca scosse l’opinione pubblica e, senza l’attenzione che l’Unità allora assicurava alla povera gente, nulla si sarebbe saputo di Lucia e Giuseppe.

Maria Grazia Calandrone si documenta, parla con le persone che hanno conosciuto Lucia e Giuseppe, tenta di ricostruire la loro storia e le loro ultime ore di vita. In questo modo Dove non mi hai portata diventa un libro affatto speciale ed emozionante che unisce la ricostruzione minuziosa di un fatto di cronaca con una narrazione profondamente intima, autobiografica.

Lucia era in trappola. La morte, unica uscita. L’unico atto d’amore possibile per la figlia. E Maria Grazia era davvero figlia dell’amore, l’unico conosciuto in una vita ingiusta, decisa da altri.

La colpa è solo di una società profondamente maschilista, opprimente, a cui Lucia si è ribellata invano. O ha provato a farlo, invano. No, non invano, se Maria Grazia ha potuto testimoniare la sua storia.

È un libro anzitutto d’amore, intimo, vero. Ma è anche un libro di denuncia sociale. Un libro contro un’epoca in cui le donne erano bestie da lavoro, da matrimonio, da figli. Ci si chiede se questa sia un’epoca così distante. No. Ed era solo pochi decenni fa. Non sono passati cinquant’anni da questa storia, da questa cultura, da questo uomo. Dal padre, da Luigi, dal paese, dalla società. Ma per fortuna anche da Giuseppe.

Eppure purtroppo, guardandoci attorno, oggi siamo ancora quella cosa lì.

Giuseppe Gris
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