Il Panfilo nel mondo – 10 dicembre 2023

Fra un anno, a Gerusalemme - Chi è ebreo? Parte II

Nel 1959 un carmelitano polacco, frate Daniel Maria, del convento della Stella Maris di Haifa, nel nord di Israele, depositò le pratiche per richiedere la cittadinanza israeliana. Era nato col nome di Oswald Rufeisen, nel 1921 a Zadziel, località oggi non più esistente, perché sommersa dalle acque del lago artificiale di Żywiec, creato con uno sbarramento sulla Soła, un affluente della Vistola, nel 1966. Żywiec è una città di 30mila abitanti, nel voivodato della Slesia, a non molti chilometri del confine a sud della Polonia con la Slovacchia: il corso della Soła, una cinquantina di chilometri più a nord, passa per la città di Oświęcim, nella Piccola Polonia, luogo tristemente famoso perché i nazisti vi insediarono il campo di concentramento di Auschwitz (nome tedesco della stessa città). I Rufeisen erano una famiglia ebrea. I figli riuscirono comunque a scampare ai rastrellamenti e, alla fine, si separarono. Se Oswald rimase in Polonia e si convertì alla religione cattolica, entrando nel Carmelo teresiano col nome di Daniel Maria, suo fratello Aryeh fuggì nel mandato britannico di Palestina. Nel corso degli anni Cinquanta, padre Rufeisen inoltrò numerose richieste al governo filosovietico della Polonia – che manteneva i religiosi sotto strettissima sorveglianza – per ottenere il permesso di espatriare legalmente nel convento di Haifa, dove aveva già ottenuto la possibilità di trasferirsi da parte dei suoi superiori. Nel 1959, finalmente, arrivò il via libera, a condizione che, arrivato in Oriente, vi rinunciasse alla cittadinanza polacca, il che si impegnò a fare. Israele gli concesse un permesso per il ricongiungimento col fratello, che non vedeva da tanto tempo, ma per un solo anno. Nei fatti, era un apolide o un futuro apolide. Fu così che Rufeisen decise di appellarsi alla legge sull’aliyah e chiese la naturalizzazione come oleh, ma il Ministero dell’interno, dopo un esame del caso, la rifiutò. Ricorso in appello, fra Daniel Maria cercò di risolvere la vertenza con l’aiuto della Suprema corte. I giudici, tuttavia, meditarono lungamente e decisero nel 1962 di considerare cassata l’istanza perché, come letteralmente dissero, non era lecito considerare ebreo un apostata.

Rufeisen, che aveva comunque maturato, di dilazione in dilazione, la possibilità di farsi naturalizzare per residenza, non aveva in realtà molto da difendere: s’era comunque impegnato col governo polacco a rinunciare alla precedente cittadinanza e avrebbe di buon grado accettato lo stato di cittadino israeliano non ebreo, per quello che gli conveniva. La parola data, se tradita, avrebbe potuto mettere nei guai i suoi superiori e i confratelli polacchi, il che non voleva fare. Quello che padre Daniel Maria voleva difendere era tutt’altro: un patrimonio ideale, perché egli continuava a sentirsi e dirsi felicemente ebreo, di cultura, identità, appartenenza serenamente ebraica, anche se di altra religione. Il diniego della Corte suprema sollevò un vespaio di polemiche: nei fatti, la giurisprudenza seguente ha continuato a seguire quest’orientamento che il supremo tribunale dello stato conferì all’interpretazione della normativa a partire dagli anni Sessanta. La vicenda di Rufeisen, insomma, rimase un caso simbolico e lo stesso frate fu incoraggiato, a quanto si può immaginare, dai Carmelitani e forse dalla Santa Sede (sono pur sempre gli anni dei rapporti, in nettissimo miglioramento, tra cattolicesimo e mondo ebraico in tutte le sue declinazioni: un merito di papa Giovanni XXIII). È un episodio interessante, ancora citato nelle università israeliane per lo studio della legislazione sulla cittadinanza: e utile a introdurre il brusco cambiamento, inevitabile, tra l’argomento precedente, la base religiosa dell’identità ebrea, e quella culturale, in senso lato.

Ricapitolando quanto si era detto: l’ebraismo, inteso come religione, è sempre stato chiamato in causa quando lo stato di Israele ha dovuto dotarsi di una legislazione positiva sul corpo dei suoi concittadini. In questo, se si vuole, e il caso Rufeisen ne è una dimostrazione tra le più celebri, il sionismo non riuscì a realizzare quanto s’era promesso di fare a metà e fine Ottocento: non ha costruito una risposta laica, secolare, aconfessionale, alla domanda chi è ebreo? o, perlomeno, i successi che ha potuto avere finora, non sono stati coronati dalla realizzazione di uno stato nazionale come Theodor Herzl e i padri del movimento patriottico ebraico l’avevano immaginato. Nello stato di Israele non è ancor oggi previsto il matrimonio civile, e si trascrivono negli atti dello stato civile eventuali celebrazioni avvenute all’estero: altrimenti, fa fede la sola celebrazione rabbinica: questo è un piccolo saggio di come la massima di Cavour, libera chiesa in libero stato, non si può tradurre in libera sinagoga in libero Israele, perché entrambi i poteri, secolare e religioso, continuano a intrecciarsi.

Rufeisen era esponente di una linea di pensiero che oggi si affanna a far sentire la propria voce: appartenere al popolo di Israele (nel senso di una comunità di tradizioni, di partecipazioni, di spiriti tra tutti gli ebrei della terra) in virtù di una radice culturale, in senso lato. Si può essere ebrei se non si crede in Adonai? Se si adora il Dio cristiano? Se, soltanto, ci si sente parte di una tradizione e cultura (anche senza magari esservi nati)? Se sì, tutto si appoggia su una definizione vaga, impalpabile di identità ebraica: ma le ragioni del suo successo stanno forse proprio qui. Una parola dai confini leggeri può adattarsi a molte situazioni, e quindi, idealmente, ad abbracciare i sentimenti di tutti. Amos Oz, con quell’ironia che si chiama, generalmente, ebraica, pungola: “chi è un ebreo? Uno che è abbastanza matto da chiamarsi ebreo è un ebreo”. Una recente riflessione sulla ebraicità nel cinema di Woody Allen: ha proposto una scanzonata indagine sul regista newyorchese e su come uno degli autori più celebri degli ultimi decenni abbia presentato la condizione dell’ebreo al mondo. Un punto fermo: Allen è un ebreo che non si prende sul serio, che fa una parodia di sé stesso, del suo mondo e della sua storia familiare. In Broadway Danny Rose (1984) assistiamo a un garbato apologo religioso: frasi divenute cult come “Grazie a Dio sono ateo”, o certe altre espressioni del protagonista (interpretato da Allen) che cerca di temporeggiare con gli scagnozzi della mafia che ha alle calcagna ci restituiscono quest’atmosfera: i detti di sapore ebraicizzante sono sempre lì a suonare goffi e fuori registro in situazioni di pericolo, gli improvvisi e spontanei “per Dio”, i mille riferimenti al “cielo”, “i giusti” e via dicendo tradiscono, insomma, una sentita, recondita, partecipata religiosità del protagonista, che non si distacca, e non lo vuole affatto fare, dal suo modo d’essere ebreo, in primis nel parlare da ebreo praticante (anche se poi lo scalcinato agente teatrale Danny Rose fa tutt’altro). È una bella favola sulla riconciliazione, il perdono, la saggezza, l’amicizia uomo-donna, la convinzione che si possa essere buoni e riporre fiducia nell’uomo, che i torti, le balordaggini, le cattiverie dalla gente, si possano provare a superare, con lo sforzo dell’ascolto, la compassione: senza moralismo e senza melensaggini, Allen ha confezionato una spassosa odissea nella metropoli-mondo, lasciando allo spettatore trarre le fila del racconto, malinconico, edificante senza passaggi subdoli e lezioncine da impartire. Un 8 e ½ kosher. Più irriverente, invece, il personaggio protagonista di Harry a pezzi (1997), quando si scontra con la sorellastra Doris (Caroline Aaron) che dice di avere riscoperto le sue origini ed esser diventata una pia ebrea: “se i nostri genitori si fossero convertiti un mese prima della nostra nascita ora saremmo cattolici”, ironizza Harry/Allen che non crede alle retoriche sull’identità familiare. 

Ma ne potremmo citare ancora molte altre, di vicende, di storie. La consapevolezza del sentirsi ebrei per cultura, per abitudini, per una certa verve, per un certo senso degli affari, è stata patrimonio anche della piccola gente, che non aveva magari grandi velleità artistiche o intellettuali: avremo modo di tornarci a proposito dei sefarditi in Spagna e Portogallo.  Come sono stati dipinti gli ebrei dagli altri registi? Vediamo gli aschenaziti della vecchia New York, di C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone: dopotutto Noodles e Max e la loro gang altro non sono che un gruppo di sbandati venuti su all’ombra di un quartiere difficile all’ombra della sinagoga. Il film comincia con un problema di sepolture in un cimitero ebraico, si arricchisce di citazioni dal Cantico dei cantici durante la preghiera di Deborah. Non saprei dire, e credo sarebbe un po’ ideologicamente sbagliato – perché gli attribuirebbe intenzioni non sue – cercare qualcosa di ebraico nel messaggio e la morale del film, che sono poi morale e messaggio del regista Sergio Leone. Leone certamente non era un credente e sceglieva l’ambientazione ebrea, credo, per dare un tocco di esotismo. Non credo manchi anche qualche punta di ironia tra il nero e il macabro sugli usi giudaici come la circoncisione (quando i protagonisti si abbassano i pantaloni davanti la ninfomane Carol interpretata da Tuesday Weld). Un’ultima citazione: nel suo Pastorale americana di Philip Roth, lo Svedese si impunta a non fare trascorrere troppo tempo alla figlia coi nonni irlandesi, che finirebbero certamente per convertirla. Passi che non è certo un devoto (“non sono un religioso” afferma un giorno, prima di dire, davanti i propri cari riuniti, di essere grato a Dio per quanto ha avuto: la sua famiglia), ma lasciare correre un po’ troppo è un insulto alla tradizione ebraica di casa. Insomma, varie volte è emerso dalle arti, il tema dell’identificarsi e sentirsi ebrei: magari in senso contraddittorio e in contrasto con qualsiasi altra sfaccettatura della propria vita. Da qui viene anche quel profondo interesse, radicato anche in Italia, per gli studia iudaica come si chiamavano una volta: cioè il desiderio di approfondire, leggere, scrutare le vicende tortuose del popolo ebraico, finendo magari per simpatizzare per chi ne fa parte, un po’ come si potesse essere ebrei ad honorem. La Society for Humanistic Judaism, che ha sede in Michigan, per esempio, è solo una delle tante realtà che ha formulato questa definizione di ebreo: qualcuno che s’identifica con la storia, la cultura, il destino del popolo ebreo (a voler dire che si può simpatizzare e diventare ebrei per questo).

Ma rimane una risposta estremamente vaga. Per quanto affascinante – e ha infatti colpito artisti di ogni epoca e stile – questo modo di ritrarre gli ebrei arriverebbe a inserire nello stesso calderone anche i loro amici. Mi pare, però, che l’identità ebraica di cui oggi la destra israeliana – che è assolutamente maggioritaria nel paese: e i ragionamenti dotti, fini, eruditi che si possono fare sulla cultura ebraica restano confinati a pochissimi ambiti, e a numeri ridottissimi – si fa portabandiera, sia tutt’altra cosa. Cos’è rimasto, poi, di questa cultura ebraica, là dove la forza della deculturazione è riuscita con maggiore fervore e potenza a cancellare abitudini, modi di essere e di pensare? Sostanzialmente poco altro che nomi e storie familiari tutto sommato innocue. La più grande operazione – direi riuscita – di cancellazione dell’identità ebraica fu compiuta dalla chiesa cattolica e dalle autorità civili nei paesi iberici tra il Quattro e il Settecento: a riprova che una cultura non può vivere solo della memoria di sé stessa, se i suoi spazi per crescere sono angusti. Chiusi i ghetti, in Europa gli ebrei non hanno avuto chissà che incrementi numerici: anzi, nel corso del secondo Ottocento e dell’epoca delle masse in politica, il sentimento antisemita toccò picchi di asprezza e crudeltà forse ignoti ai secoli passati (sulla carta, molto più liberticidi; nella pratica, meno sistematicamente violenti). Ma gli ebrei si conservarono come una forza politica e morale salda facendo quadrato attorno a un punto irrinunciabile della propria esperienza: la storia familiare, la genealogia, la discendenza.

Approfondimenti:
Sul caso Rufeisen:  Nicole Maor , David Ellenson, “Who is a Convert? ”. The Law of Return and the Legality of Reform and Conservative Conversions in Israel, in Israel Studies, Vol. 27, n. 2, Summer 2022, DOI: < 10.2979/israelstudies.27.2.04> consultato il 7 dicembre 2023.
Su Allen: Vincent Brook e Marat Grinberg, Woody on Rye. Jewishness in the Films and Plays of Woody Allen, Waltham, Brandeis University Press, 2014 e l’articolo già pubblicato sul Guardian: Andrew Pulver, My favourite film: Broadway Danny Rose, URL: <https://www.theguardian.com/film/filmblog/2011/oct/28/favourite-film-broadway-danny-rose> consultato il 7 dicembre 2023.



Eddy Benato
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