Pansatyrikon – 2 dicembre 2024
Die lichtscheue Macht
Colmo è di bontà. Ma nessuno comprende
Da solo Dio.
Ma dove è il pericolo, cresce
Anche ciò che dà salvezza.
Nelle tenebre dimorano
Le aquile, e senza paura vanno
I figli delle Alpi oltre l’abisso
Su ponti costruiti leggeri.
E dunque, poiché intorno al chiarore si accumulano
Le vette del tempo,
E i più cari dimorano vicini, languendo sulle
Più remote montagne,
Da’, acqua innocente,
Da’ a noi ali, per andare
E ritornare con il senso più fedele.
F. Holderlin, Patmos
Lichtscheue Macht. La potenza che ha in orrore la luce. Così Hegel definisce, in pagine invero poco lette della Fenomenologia dello Spirito, l’altro che si nasconde nel medesimo, confondendosi con esso. Una potenza oscura che mina e resiste all’identità, alla luminosità del sapere assoluto e che, come la natura eraclitea, ama nascondersi. La luce, ombra dell’ombra, e di contro le tenebre della potenza che ha in orrore la luce, die lichtscheue Macht. Qui sta lo scontro essenziale, questi i nemici.
Ma come ci ricordano i più vecchi, Dio ci salvi dagli amici. Anche perché, a giudicare dai nostri nemici, possiamo dormire sogni tranquilli. E infatti abbiamo dormito un bel po’ nell’ultimo periodo, e di questo ci scusiamo. Ad ogni modo, siamo qui. L’unica spassionata raccomandazione che facciamo a quelli che si sono dichiarati nostri nemici è quella di bere un po’ più d’acqua durante l’estate e di non uscire nelle ore più calde, onde evitare insolazioni alla testa e le connesse figure imbarazzanti di quest’anno. A una certa età, lo consiglia anche il medico, non solo il Panfilo.
Sempre ad una certa età, si prendono le cose un po’ troppo seriamente, forse perché a navigare per i mari estremi manca l’aria, fondamentale per far funzionare bene la testa. E così il linguaggio dei tempi ultimi si fa necessariamente, ridicolmente, sempre più apocalittico, scomodando Tenebre e Luce, Profondità dello Spirito e Abissi di Satana. Insomma, da Veggente di Patmos o, più realisticamente, da trombone dell’Apocalisse. (Piccolo codicillo: impegnati in letture più alte e, come dire, per non deludere le aspettative, ci siamo limitati a leggere un titolo, quindi non sappiamo come va a finire quest’alta riflessione escatologica).
O forse le cose si prendono troppo seriamente perché, semplicemente, non si hanno più (o non si hanno mai avuto) gli strumenti mentali per capirle, né per comprendere ciò che ci circonda. Accade così la più antica e tremenda tragicommedia della condizione umana: da una parte la Santa Indignazione Inquisizione del Vecchio, inutile e affannata, dall’altra la crudele compassionevole indifferenza del Giovane. Cosa unisce chi sbraita isterico, istorico, e chi è già altrove, alto, indifferente? Una strana, atavica reciproca invidia. Chi è più giovane ha molto più tempo davanti, quindi è invidiato dal più vecchio; il più vecchio però, annoiato pensionato, ha molto più tempo da sprecare, e perciò è invidiato a sua volta dal più giovane. Ciascuno vorrebbe il tempo dell’altro: il tempo da vivere o il tempo da buttare. Ma non vogliamoci male, e amiamo i nostri nemici. Pan-filìa, amiamo tutto.
Concediamo quindi ai nostri cari più anziani di contemplare quel loro mondo che non è più, senza aspettarci che, ormai, possano comprendere questo. Come cantava Guccini, ora vecchio pur senz’esser invecchiato male:
I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,
non sanno distinguere il vero dai sogni;
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
distinguer nei sogni il falso dal vero.
