Attualità – 31 marzo 2025

“Da soli, non ce la facciamo”

Prima di capire il senso di questa frase, è necessario fare qualche passo indietro. Non è possibile infatti cogliere la drammaticità se non si analizzano i cambiamenti avvenuti negli ultimi 10-15 anni in materia di inclusione scolastica. Attenzione: non si intende qui ricostruire l’ennesima (e pedante) riflessione normativa sulla scuola (travolta costantemente dalle manie di grandezza e di riforma del ministro di turno), quanto piuttosto analizzare il rapporto tra scuola e mondo esterno da una prospettiva educativa e soprattutto.. educante.

Partiamo da un principio generale: nella scuola non ci sono più solo alunni ed insegnanti. Ci sono i genitori, che hanno visto sempre di più rafforzarsi il loro ruolo all’interno dell’istruzione (esperimento,come sostengono molti, miseramente fallito); ci sono, soprattutto negli ultimi anni, sempre più psicologi o psicoterapeuti, necessari per arginare i crescenti fenomeni ormai divenuti patologici nella fase adolescenziale (es. ansia, fobia scolastica, depressione, ecc); ci sono, infine, nei casi di alunni con disabilità, figure professionali o sanitarie che entrano nelle classi e che compartecipano alla progettazione della didattica. In termini burocratici, sono compartecipi alla stesura dei Piano Educativo Individualizzato (il famoso PEI).

Ci vogliamo concentrare, in questa riflessione, proprio su questo ultimo gruppo di alunni, i più fragili.

Da docente di sostegno, specializzato e formato per fare questo lavoro, ho notato negli anni tante criticità che all’inizio sembrano riguardare solo questo ambito così specifico e limitato; la consapevolezza e l’esperienza, anche solo di qualche anno insegnano, invece, che è proprio in questi alunni che si riflettono in modo amplificato i problemi non solo della scuola italiana, ma anche della società contemporanea.

Sul lato della didattica, recitiamo ormai come un salmo laico solo criticità: iper turnover dei docenti, mancanza di specializzazione, monte ore di sostegno inadeguato, strumenti inadatti e strutture poco accessibili, impreparazione dei docenti di materia nelle dinamiche dell’inclusione scolastica… potremmo andare avanti per ore.

Invece, fuori da scuola c’è tutto un mondo del quale si sa molto poco. Molto di questo mondo è fatto di frustrazione, senso di abbandono e, soprattutto, impotenza. Una visita specialistica può richiedere mesi se non anni, una rivalutazione degli apprendimenti deve essere prenotata con larghissimo anticipo e, solo in alcuni casi, esistono dei veri e propri progetti educativi portati avanti da équipe pedagogiche capaci ma oberate di lavoro. Esistono alternative? Certamente, private e quindi più costose, ma a volte, non bastano nemmeno quelle. Ci sarebbero, poi, anche altri enti, come i Comuni, che sulla carta dovrebbero occuparsi dei Progetti di Vita ma nella realtà non sanno nemmeno di cosa si stia parlando.

Inutile dire che, come nella migliore tradizione, esiste un insopportabile doppiopesismo che condanna la scuola ad ogni minimo errore, mentre tollera l’intollerabile menefreghismo di alcune istituzioni perché, di fatto, sarebbe come scontrarsi con un muro di gomma.

La scuola è fatta di persone riconoscibili, di sicurezze. Diventa valvola di sfogo e, purtroppo, a volte anche capro espiatorio di colpe che non ha.

Gli insegnanti, ormai sfiduciati e spesso inascoltati, da esperti della didattica si sono trasformati in grigi burocrati che, avendo perso il senso di meraviglia della conoscenza, ormai rispondono alle accuse a suon di normativa e carte bollate.

Nel frattempo deve essere anche psicologo, educatore, assistente, nei casi peggiori l’unico amico o, peggio ancora, l’adulto di riferimento.

Nessuno ti prepara a parlare di cosa c’è dopo la morte con un ragazzo o una ragazza consapevole di avere ancora poco tempo da passare in vita. Nessuno ti prepara a vedere un ragazzo o una ragazza che non capisce perché non è in grado di essere come i suoi pari. Nessuno ti prepara a vedere un ragazzo o una ragazza che si devono prendere cura dei genitori, perché con loro la vita non è stata clemente per mille e mila motivi. Nessuno ti prepara a sentire famiglie, uomini e donne, che in lacrime implorano un aiuto perché “da soli non ce la facciamo”.

Paulo Freire parlava di pedagogia degli oppressi, accusando il sistema educativo di essere strumento al servizio delle classi dominanti. Leggendo i fenomeni con questa chiave interpretativa, non possiamo negare una certa corrispondenza con la realtà. Il sistema non funziona come dovrebbe: da un lato si insiste sempre sulle mancanze di una parte, dall’altra si è docili e mansueti nei confronti di tutte le altre istituzioni. Come se la progettualità si esaurisse dopo le 13.00, al suono della campanella.

Cosa servirebbe, quindi, nella società di oggi?

In primis, che gli insegnanti tornino ad essere in primis insegnanti, ad occuparsi di didattica.

In secondo luogo, serve uscire dall’approccio “libro universitario”, dove l’inclusione è un mondo meraviglioso fatto di parole magiche e opportunità. L’inclusione è, invece, spesso frustrazione, sconfitta, fatica: un solo giorno sbagliato può rovinare mesi o anni di faticoso lavoro.

Dobbiamo superare l’idea che sia meglio fare qualcosa, qualsiasi cosa, piuttosto che non fare. Uno psicologo non può improvvisarsi docente, un docente non può improvvisarsi psicologo o educatore. Ad ognuno il suo ruolo, perché la confusione genera mostri e fraintendimenti.

D.N.
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