Attualità – 31 marzo 2025
La società senza dolore - Un invito alla lettura
In una società terrorizzata dalla sofferenza e dalla paura di essa, una lettura che consigliamo per smarcarsi almeno un poco da una gabbia dove ci impastiamo di paura, è La società senza dolore di Byung-Chul Han. Non si tratta, ovviamente, di una glorificazione del dolore, bensì di una riflessione sul senso del dolore, senza il quale la nostra esistenza sarebbe incompleta.
La società palliativa
L’ermeneutica del dolore diviene per Han lo strumento privilegiato per una critica del presente: il nostro rapporto con il dolore rivela la società in cui viviamo. E questa è una società algofobica. Algofobia, la paura generalizzata del dolore, ha come conseguenza un’anestesia permanente vorrebbe permetterci di sfuggire quanto prima dal dolore: «persino le pene d’amore sono diventate sospette», scrive Han, e se le sofferenze vengono lasciate solo alla medicina, per tornare al tema di questo numero, ci sfugge il loro carattere di segni. Segni, ovvero le sofferenze sono le cifre di un codice che ci permette di leggere e comprendere la società, e quindi anche chi siamo come singoli individui.
Sempre rimanendo nei pressi dell’ambito medico, anche la psicologia risente di questa algofobia. In una società della positività, per cui bisogna fare di tutto per sbarazzarsi del negativo, e il dolore è la negatività assoluta, anche la psicologia muta i propri paradigmi passando «da una psicologia della sofferenza alla psicologia positiva, che si occupa del benessere, della felicità, dell’ottimismo. La felicità quale missione della psicologia positiva è strettamente legata alla promessa di un’oasi di benessere ottenibile per via medica». Esempio di questo è la crisi statunitense degli oppioidi: «solo un’ideologia del benessere permanente può far sì che farmaci originariamente utilizzati nella medicina vengano impiegati in grande stile su persone sane».
La società di oggi è la società della prestazione ma anche la società palliativa. Ed infatti questi due caratteri si vanno combinando l’un l’altro, tant’è vero che il dolore viene interpretato come un segno di debolezza, qualcosa da nascondere, eliminare, in nome dell’ottimizzazione, della continua esposizione “pubblicitaria” del sé. Il dolore è incompatibile con la performance. La società del poter fare non ha tempo della passività della sofferenza, così come la società del voler piacere, la società del mi piace, non può lasciare che il dolore scrosti la patina lucida e finta di bella vita che pubblichiamo di noi stessi. «Il like è l’emblema, il vero e proprio analgesico della contemporaneità. Nulla deve far più male. Non solo l’arte, ma anche la vita stessa deve essere instagrammabile, ovvero priva di angoli e spigoli, di conflitti e di contraddizioni che potrebbero provocare dolore». Il dolore purifica, ma non per noi, non più per noi e per la nostra cultura della compiacenza, cui manca la possibilità della catarsi.
La società palliativa è la società neoliberista iperindividualista. Infatti, viviamo una spoliticizzazione del dolore attraverso la sua privatizzazione e medicalizzazione: in questo modo, ciò che viene radicalmente repressa è la dimensione sociale del dolore. Se la coazione sociale alla felicità non funziona, meglio se soffri da solo. Anzi, devi soffrire da solo: «la stanchezza nella società neoliberista della prestazione è apolitica in quanto rappresenta una stanchezza dell’Io. È sintomo del soggetto di prestazione narcisistico e sfibrato. Essa isola gli esseri umani invece di riunirli in un Noi. Va quindi distinta da quella stanchezza del Noi capace di stimolare una comunità. La stanchezza dell’Io è la miglior profilassi contro la rivoluzione».
Sopravvivere
Oggi, sostiene Han, la sopravvivenza assume un valore assoluto, quasi fossimo costantemente in guerra: tutte le energie vitali vengono adoperate per allungare la vita. Per questo, la società palliativa si rivela una società della sopravvivenza e più la vita è sopravvivenza, più si ha paura della morte. L’algofobia come tanatofobia fa sì che la società della sopravvivenza perda del tutto il senso della buona vita. Infatti, anche «il godimento viene sacrificato nel nome di una salute elevata a fine in sé. La rigorosità del divieto di fumare dimostra in maniera esemplare l’isteria della sopravvivenza. Anche il godimento deve cedere il passo alla sopravvivenza. L’allungamento della vita a ogni costo avanza a livello globale diventando il valore più alto, che mette tutti gli altri in secondo piano. Nel nome della sopravvivenza sacrifichiamo volentieri tutto ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta».
Si tratta di un’ideologia della salute, d’un isteria della sopravvivenza che rende spesso la vita radicalmente effimera, ovvero ridotta a un mero processo biologico da ottimizzare. Di qui un campionario di psicopatologie collettive, quali il culto dell’auto-tracciamento, l’ipocondria digitale, la costante auto-misurazione mediante app per la salute e il fitness. La vita è degrada a una funzione, e nulla più. Nessuna narrazione di senso, solo quantificazione di dati.
Così questa vita nuda, priva di senso e oscena, è difficile anche oltrepassarla con dignità: «Oggi morire ci risulta particolarmente difficile poiché non è più possibile concludere la vita in maniera sensata. Viene terminata al momento meno opportuno. Chi non riesce a morire al momento giusto è costretto a morire in quello sbagliato. Invecchiamo senza diventare anziani».
Assolutizzando la sopravvivenza, al capitalismo palliativo manca la narrazione della buona vita. In fin dei conti, ecco una nuova formula economica: più capitale uguale meno morte. «Il capitale viene accumulato contro la morte. In quanto patrimonio, viene immaginato in termini di sopravvivenza». Nulla di più assurdo, considerata la finitudine dell’esistenza. In questa costellazione ci siamo ridotti ad assomigliare al virus, a quel virus che ci ha spaventati e bloccati per anni: «nella preoccupazione esclusivamente rivolta alla sopravvivenza noi siamo uguali al virus, questa creatura non morta che si limita a moltiplicarsi, quindi a sopravvivere, senza vivere».
Preoccupati di sopravvivere, di non soffrire, viviamo di più ma non viviamo più. Con Montale: «si può vivere non esistendo». Con Han: «La preoccupazione per la buona vita va contrapposta alla lotta per la sopravvivenza. La società dominata dall’isteria della sopravvivenza è una società di non morti. Siamo troppo vivi per morire e troppo morti per vivere».
