Tentabundi – 8 gennaio 2024
Contro il mondo Grave - Tutamèia Naròsole
Tutameia è una parola portoghese che indica due cose tra loro opposte, eppure unite insieme: tutto di me, le cose più importanti, l’essenza e al tempo stesso facezie, cose inutili, vane. Di Narosole, dirò qui sotto.
Ci sono parole che rimangono solo nella lingua dei vecchi, poi passano e si perdono. Sono, per lo più, di due tipi: vecchi desueti attrezzi da lavoro e toponimi. Non mi interessa dei primi, perché sono stramanòn, e capirei poco. Mi interessano i secondi, i nomi di luoghi. Nomi che non ci sono più, posti che ci sono ancora. Già questo è così strano. Passano tanti tramonti a ovest, oltre la collina, finché la collina cambia nome.
Uno sforzo forse inutile di salvare le parole, quei nomi, ho provato a farlo qualche tempo fa. Forse perché sentivo che anche mia nonna, che conosceva quel vocabolario in dissoluzione, si stava volgendo oltre la collina. Da quando non c’è più, non li sento più. Così ho provato a buttarli nelle conversazioni, ma non ce ne faceva niente nessuno. Scadevano nella curiosità, peggio ancora se da storici, “ma sai che qui lo chiamavano…?”. Quasi aneddotica. No, quei nomi hanno una vita vera, non sono una voce su vocabolari di anticaglie. Né tantomeno sono parole da conversazione, da salotto colto o, nulla cambia, da osteria. Perciò li ho custoditi, appuntati sul foglietto con cui interrogavo la nonna, con tanto di piantina disegnata divenuta incomprensibile anni dopo.
Allora, mi scoprivo conoscere i nomi antichi di quelli che chiamavano “quartieri” al mio paese, Villabruna. Centro, Fosse, Ment, Napaol, Narosole, Valone, Strigòi. I Strigoi stavano su, appartati sulle Vize; le storie su di loro meritano un tentabundo a parte. Fosse appena sotto, verso il centro. Tradotto: destra del stradon e della strada, crosera, verso i bosc. Insomma, tra l’acquedotto ed il centro. Dal centro si attraversa, senza rientrare ad ovest: i Ment. Di là, verso est, Col dei Moros, Salgarda, Col dei Gris. Verso il cimitero invece Napaol, e se si riattraversa la strada finalmente ci siamo: Narosole. «Narosole?» «Sì, ti te starìe a Narosole». Ricordo ancora, eravamo seduti uno a fianco all’altro sul divano. Le gambe stanche, i dolori, le mani strette che son freda ingrotolida e quello sguardo fisso degli ultimi anni. Lei abitava tra Fosse e il Centro, mentre allora io stavo a Naròsole.
Una volta a Naròsole non c’era niente, o meglio non c’erano case, ma campi, campi, campi fino alla Val Morta, per noi le Valone ’pena prima della Grasanega, quel colle tut rosegá. Questo lo ricordo anch’io, perché ci sono andato a vivere a circa otto anni, in un quartiere nuovo nuovo, e lì vicino avevamo il campo da molto tempo prima. Avevano provato, mio padre e mia nonna, ad avviare me e mio fratello ai lavori contadini. Ma a me piaceva solo mangiar lamponi, tirare su carote e giù ciliegie, mentre odiavo le mani di terra per le patate. Ogni due minuti a lavarle nel secchio d’acqua marrone, non era cosa per me. E poi ne inforcavo troppe. In quel campo ci avevamo fissato una porta da calcio, così al minimo sforzo contadinesco facevamo corrispondere almeno mezzora di sbalonade. Ci sembrava di meritarlo. Vicino a quel campo, le ruspe hanno attaccato un lotto di terra e ci hanno costruito sopra il nostro abitato. Diciotto villette a schiera colorate. Così ho potuto vedere coi miei occhi un centro abitato ergersi in Naròsole, e sono andato a viverci. Anni dopo ho scoperto il vero nome del posto in cui abitavo. «Naròsole?» «Sì, ti te starìe a Naròsole».
Questo fatto mi interrogava. Quello era il luogo più abitato di Villabruna, il posto con la percentuale di popolazione più giovane, pieno di bambini e ragazzi. Eppure nessuno sapeva il suo nome. Quando erano campi, quando era lavoro, un nome specifico ce l’aveva, anche se i confini erano sfumati. Ora no. Cemento, case e recinti squadrati, siepi, macchine, famiglie. Prima pensavo che nominare le cose fosse una violenza dell’uomo sulla natura. Invece, ora mi sembrava che non nominarle, non chiamarle per nome, quello fosse violenza, fosse un dimenticare qualcosa di loro. Di intimo e naturale. Anche se lì era solo lavoro, quindi ancora era l’uomo; anche se, o perché, lì era solo natura, campagna.
Dai, mi sto perdendo per le parole, questi sono filosofemi, ci lavoravano la terra e io ho sostituito il pallone con mezzora di filosofia. Semplicemente, un mondo vecchio lascia spazio ad un altro e l’abbandono di un paese, e lo si abbandona anche quando lo si amplia, comporta questo. Dimenticanza. E poi non è mica un nome a cambiare le cose, cosa c’entrano le cose con le parole. È vero, sono facezie, fissazioni sulle radici che non rilevano nulla. Esiste solo la storia che si scrive, non è esistita la storia che non si è scritta. Così per le parole, se non si usano più non esistono, e se si perdono, peggio per loro.
Bene, ma non ci sto. Colpa di Cratilo. Ci sono tanti nomi perduti che meritano di tornare con noi, ma non per ragioni sentimentali o ricordi personali. E neanche per una loro presunta utilità. Semmai il contrario, per la loro inerte inutilità. E per un’altra cosa ancora. Perché le cose sono in un modo perché le parole le dicono in quel modo; perché dalle cose vengono le parole ma anche le cose vengono dalle parole. E ce ne sono alcune di belle, e di giuste, e di vere. Ce ne sono altre di brutte, e di false. Che mi spiegassero tutti i nomi che a me non piacciono. Eccolo il tentabundo. Sono finito lontano. Ma sì, ci sono. Perché si chiamano così? Da dove arrivano? E perché non cambiarli?
Oh, ecco, eccone uno che io vorrei cambiare, da sempre. Perché da dove la vedo io, da Narosole, quella montagna là non ha senso che si chiami così. Non ci crede nessuno. Non mi convinceranno mai che quella montagna ha un nome da maschio. Monte Grave? Ma dai. Non ci crede nessuno che si chiama così. E infatti i vecchi la chiamavano, e chiamano, montagna d’Arson. Da dov’è saltato fuori a un certo punto, monte Grave? Non ci crede nessuno che si chiama così. Lo vedono tutti, limpido come il cielo che si staglia blu sopra le Vette i primi di ottobre, lo vedono tutti che è una donna che appoggia dolce la testa sulla spalla del suo San Mauro. È stanca, innamorata, protetta e al sicuro. Anche il giro delle nebbie di novembre la mattina ne rispetta il riposo, e quasi languido avvolge e non disturba gli innamorati. Smettetela di chiamarla così, vi sbagliate.
Dite, perché Grave? E poi cambiamo.
gg
La domanda di questo tentabundo rimane aperta e ora si rivolge a tutti, perché nelle intenzioni iniziali, ancora ottobrine, voleva porsi ad una ed una sola persona che di queste montagne e questi nomi tutto conosce. Purtroppo, ora sta poco bene. Siamo sicuri ci avrebbe compiutamente e gentilmente risposto. Quindi noi, la sua risposta, la attendiamo lo stesso.
Fosse anche una risposta nascosta tra le righe di un suo libro o in un racconto fatto a qualcun altro. Sappiamo, arriverà.
