Attualità – 31 marzo 2025

Autodeterminazione e Sofferenza: La Montagna come Specchio delle Fragilità Contemporanee - Editoriale 3/2025

Le montagne del Bellunese, con le loro vette maestose e vallate silenziose, raccontano una storia duplice: quella di un’epidemia di suicidi che colpisce il doppio della media nazionale e quella di un Paese che fatica a tradurre in pratica il diritto all’autodeterminazione sancito dalla Legge 219/2017.

I due articoli che appaiono in questo numero – quello di Davide Mazzon sulla Legge 219/2017 relativa al consenso informato e alle disposizioni anticipate di trattamento e quello di Pier Paolo Faronato sull’allarmante tasso di suicidi nelle zone montane del Bellunese – offrono prospettive apparentemente distanti ma che, a uno sguardo più attento, rivelano un filo conduttore comune: la tensione tra l’autodeterminazione individuale e la responsabilità collettiva nei momenti di fragilità umana.

 

La provincia di Belluno, con un tasso di 12,8 suicidi ogni 100.000 abitanti, incarna il paradosso di un territorio idealizzato per la sua bellezza ma logorato da isolamento geografico, spopolamento e carenza di servizi. Come sottolinea Faronato, qui il disagio psicologico si scontra con una cultura che stigmatizza la vulnerabilità, mentre l’assenza di presidi sanitari costringe molti a rinunciare alle cure. Le comunità montane vivono una “intermittenza esistenziale”, sospese tra l’immagine turistica della montagna e la realtà di un progressivo abbandono, dove la solitudine diventa un fardello insostenibile per giovani e anziani.

 

Parallelamente, l’Italia naviga a vista nel dibattito sulle scelte di fine vita. La Legge 219, come ricostruito da Mazzon, ha introdotto strumenti rivoluzionari – dalle DAT alla pianificazione condivisa delle cure – ma sette anni dopo la sua approvazione solo 231.000 cittadini hanno formalizzato le proprie volontà. Questo dato non riflette solo una resistenza culturale al paternalismo medico, ma anche l’assenza di un quadro normativo completo su eutanasia e suicidio assistito. Il caso di DJ Fabo, costretto a cercare dignità nella morte oltreconfine, rimane una ferita aperta in un Paese che ancora criminalizza chi aiuta i malati terminali a porre fine alle proprie sofferenze.

 

Il nodo etico che unisce questi scenari è la tensione tra autonomia e prevenzione. Nel Bellunese, come in altre aree marginali, il suicidio spesso nasce da una disperazione che potrebbe essere alleviata con reti sociali robuste e servizi accessibili. Nelle stanze dei malati terminali, invece, il rifiuto delle cure non è un atto di resa ma l’esercizio di un diritto alla dignità. Come evidenziano entrambi gli autori, la differenza sta nel contesto: mentre il suicidio è spesso l’epilogo tragico di un dolore non affrontato, le scelte di fine vita rappresentano decisioni ponderate in contesti di malattia irreversibile.

 

La risposta a entrambe le sfide risiede nella capacità della comunità di farsi carico della fragilità senza negare l’autodeterminazione. Nelle zone montane il potenziamento dei centri di ascolto e la formazione di medici di base sulla salute mentale possono ridurre il rischio suicidario. Sul fronte legislativo, l’esempio di Paesi come il Belgio mostra come sia possibile regolamentare l’eutanasia senza banalizzare il valore della vita, purché affiancata da un’offerta solida di cure palliative.

 

Questa doppia prospettiva impone scelte coraggiose: investire nella sanità di prossimità per le aree marginali, dove il 40% dei comuni non dispone di presidi medici fissi; aggiornare la Legge 219 per colmare i vuoti sull’aiuto al suicidio; lanciare campagne nazionali contro lo stigma della malattia mentale. Come ricordano Faronato e Mazzon, non si tratta di contrapporre libertà individuale e tutela collettiva, ma di riconoscere che una scelta è autenticamente libera solo quando compiuta in assenza di costrizioni esterne – siano esse la mancanza di alternative terapeutiche o il peso di un isolamento geografico ed esistenziale.

 

Le montagne, con la loro durezza e bellezza, ci insegnano che nessuna società può dirsi civile se abbandona i propri cittadini alla solitudine della sofferenza. Che si tratti di accompagnare un malato terminale o di prevenire il suicidio di un agricoltore in difficoltà, il principio guida deve essere lo stesso: costruire reti di supporto che trasformino la fragilità da condanna individuale a sfida collettiva. Solo così l’autodeterminazione cesserà di essere un privilegio di pochi per diventare il fondamento di una comunità realmente solidale.

 

Il silenzio che avvolge questi temi deve trasformarsi in dialogo aperto e in azione concreta. Potremo così costruire comunità realmente inclusive, in cui l’isolamento geografico non si traduce in isolamento esistenziale e dove la libertà di scelta sia garantita fino all’ultimo respiro.

Il suicidio e le scelte di fine vita non sono questioni marginali, ma temi che riguardano il cuore stesso della nostra umanità. Affrontarli con coraggio e responsabilità significa costruire una società più giusta, in cui nessuno venga lasciato solo davanti alla propria sofferenza e in cui il rispetto della persona sia il principio guida di ogni decisione.

 

Nel perseguire questo equilibrio, la società è chiamata a una riflessione profonda su cosa significhi veramente rispettare la dignità della persona umana in tutte le fasi della vita, compresa quella finale. Solo così potremo costruire una comunità capace di accogliere la fragilità senza negarla, di rispettare le scelte individuali senza abbandonare chi si trova in difficoltà, di accompagnare con umanità e competenza ogni persona nel suo unico e irripetibile cammino esistenziale.