Il Panfilo nel mondo – 23 ottobre 2023
Armenia, non rimaniamo in silenzio - Le riflessioni di Anahit e di suo marito
Conosciamo Anahit e suo marito Lorenzo, due persone molto simpatiche e al tempo stesso risolute, che iniziano a parlarci del motivo della loro partecipazione all’evento spiegandoci anzitutto il loro rapporto con la protagonista, Gayane. Inizia la riflessione Anait, in Italia da una decina di anni con il suo sorriso ed italiano perfetto:
«Conosco Gayane da molto ed ho capito che chiedeva continuamente a sé stessa: “Chi sono io?”. Allora le ho detto di mettiti a scrivere, provare a utilizzare le parole per rispondere. E così un giorno mi ha letto una sua lettera, uno sfogo importante, un’autoanalisi feroce ed un momento di sofferta autocoscienza».
La domanda che si pone sulla propria vita è la stessa che si pone sulle sue radici, sul suo essere armena e quindi sul destino del suo Paese…
«Sì. La sua armenità è così, è forte, è una domanda che vive e la impegna continuamente. Una riflessione esistenziale sulle proprie radici. Per me che sono vissuta in Armenia fino a 30 anni è una domanda che c’è, ma che devo dire non mi sono posta al pari di lei».
Ma anche tu ti impegni molto per unire la comunità armena in Italia.
«Già, nel mio piccolo, con altre amiche abbiamo fondato un gruppo “Noi armene” che cerca di riunire le persone anche a livello di amicizia. Anzi, proprio a partire da quello, dai legami personali. Ed è una fucina di idee e progetti, per persone coraggiose come Gayane, ed un’occasione di supporto per chi ha idee da proporre, spirito di comunità».
Com’è stato il tuo arrivo in Italia e come ti ha accolto il nostro paese?
«Sono arrivata nel 2012 e l’accoglienza in Italia è stata ottima, non mi sono mai sentita straniera qui. Mi sento a casa, e questo grazie a voi. Forse anche per la vicinanza dei nostri popoli, per quanto l’Italia conosca poco l’Armenia e la situazione che sta vivendo».
Ecco, passiamo proprio alla situazione in Armenia, ed in particolare in Nagorno-Karabakh. Cosa ne pensate di ciò che sta succedendo in Armenia? Facendoci aiutare in particolare dal marito, iniziamo una preziosa discussione sui fatti dell’Artsakh.
«Un argomento delicato» inizia l’esposizione il marito, «in primo luogo, merita una comprensione di ciò che è accaduto, che in Italia non c’è, per ora. Perché qui in Italia abbiamo assunto delle posizioni sostanzialmente filo-azere, per ragioni economiche. Anche i media ne parlano troppo poco. Tenterei di descriverla nella maniera più asettica possibile, per dare un quadro complessivo. La guerra tra Armenia e Azerbaigian è una guerra rimasta congelata da 30 anni, dal 1994 con la guerra del Nagorno-Karabakh. Una regione popolata prevalentemente da armeni e, per decisione di Stalin, aggregata all’Azerbaijan. Una decisione che informa la sorte comune di diverse ex repubbliche sovietiche, che hanno problemi di minoranze etniche, per ragioni imposizioni, diciamo così, “artificiali”. Allora, il quadro giuridico internazionale era il seguente: in URSS, l’Artsakh, una regione montuosa quasi ai confini con l’Armenia, era stata dichiarata regione autonoma dell’Azerbaijan ed aveva diritto, in caso di secessione dell’Azerbaigian dall’Unione Sovietica, a fare a sua volta una secessione dall’Azerbaigian. Un diritto costituzionale. Nell’87-88 l’Azerbaigian inizia a reprimere le autonomie degli armeni, e così molti di loro decidono di andarsene, ed infatti nel 1989 vi sono dei pogrom anti-armeni. Con la fine dell’URSS, l’Azerbaijan esce dalla sfera sovietica ed il Nagorno-Karabakh esercita il proprio diritto di secessione. Così scoppia la guerra. Una guerra vinta dagli armeni, da cui nasce una situazione per cui il Nagorno-Karabakh, sebbene venga riconosciuta come regione dell’Azerbaigian, in essa gli armeni governano secondo il principio ed il diritto di autodeterminazione dei popoli. In seguito, però, l’Azerbaigian, che negli anni conosce un’importante crescita economica, nel settembre 2020 decide di riprendersi la zona e così prende parte del territorio. Di qui, si arriva ad un cessate il fuoco per cui, alla fine, gli armeni devono cedere tutti i territori che circondano il Nagorno-Karabakh, e viene deciso di fare un passaggio tra la Repubblica d’Armenia e il Nagorno-Karabakh per garantire gli approvvigionamenti, affidato ai peacekeepers russi. Successivamente però, dal dicembre 2022, l’Azerbaigian assedia ancora la zona finché, oggi, in particolare la situazione è peggiorata dal 19 settembre 2023, non arrivano più cibo ed approvvigionamenti, se non quelli di contrabbando, che quindi hanno costi insostenibili. Dove non c’è l’autoproduzione, quindi in particolare in città, si patisce la fame. Questo dura da giugno, quando c’è stata la chiusura dei generi alimentari e nel settembre l’Azerbaigian ha attaccato militarmente. Dopo un giorno, il Nagorno-Karabakh proclama la resa (essendo in territorio dell’Azerbaigian, l’esercito armeno non può entrare) e, nel giro di una settimana, gran parte della popolazione del Nagorno-Karabakh abbandona le proprie case. Nel silenzio generale.
Ecco, ciò che a me interessa è che nel silenzio generale, ad eccezione bisogna dirlo dei francesi, nel Caucaso sta succedendo tutto questo. Nessuno dice niente dell’assedio, della fame. È ora che in Occidente questo venga sollevato».
Cosa sapete dirci della situazione umanitaria odierna, in Nagorno-Karabakh ed in Armenia?
«La questione umanitaria è così composta. Una nazione di neanche 3 milioni di abitanti ha dovuto accogliere in una settimana 120mila persone, vale a dire una porzione rilevante rispetto a un così piccolo territorio, ed anche rispetto allo spazio abitabile. Comunque, l’accoglienza è stata organizzata ed è stata anche buona, ma c’è bisogno di aiuti importanti. Ancora molte persone sono senza casa e senza servizi minimi: l’Armenia deve essere aiutata dalla comunità internazionale».
La Russia avrebbe dovuto fare da garante per l’Armenia…
«Secondo me, la Russia ha de facto autorizzato l’Azerbaigian a fare ciò, non aiutando a livello diplomatico l’Armenia. Perché? Probabilmente perché la Russia ha cambiato politica nella regione per rimanere inclusa nel progetto turco di una nuova via della seta».
Così anche l’ambiguità occidentale deriva proprio dalla posizione e dalle mire della Turchia…
«Esatto, e nel nostro caso allo stesso momento anche della Russia! La situazione di abbandono totale nasce da questo. Siamo in una posizione di inimicizia de facto con la Russia, ma sia il mondo occidentale che quello russo sono in una situazione di estremo interesse commerciale in riferimento alla Turchia, quindi… degli armeni? Chi se ne occupa davvero?»
Nel nostro piccolo, cosa possiamo fare da qui, oggi?
«Parlarne, oggi e domani, in particolare della situazione umanitaria. Ti ripeto: molte persone sono senza casa e senza servizi minimi, l’Armenia deve essere aiutata dalla comunità internazionale».
