Il Panfilo nel mondo – 23 ottobre 2023

Armenia, non rimaniamo in silenzio. - Intervista al pittore Francesco De Florio

Francesco De Florio, ispirandosi alla storia di Gayane, ha dipinto una serie di quadri dedicati all’Armenia. I dipinti richiedono a chi li contempla grande concentrazione e silenzio, grazie ai quali immergersi nelle atmosfere armene, accompagnati dai particolari cromatismi ricercati da De Florio, artista che nasconde dietro ogni pennellata una ricerca seria e meticolosa. Eppure, dietro lo studio ed il rigore del pittore De Florio, si cela, a sua volta, una persona giocosa e divertente, uno spirito festoso, che abbiamo avuto il piacere di conoscere e che ci ha regalato una preziosa intrusione nei suoi pensieri prima ancora che nel suo impegno per l’Armenia.

Come hai preparato questi dipinti?

«Ho fatto una vera e propria full immersion, ascoltando musica e documentandomi, scritti, poesie, letture storiche e quant’altro. Ma soprattutto, la musica e la danza. Non potevo non immergermi in una misura totale, perché attualmente l’Armenia sta affrontando un dramma piuttosto rilevante, ed esigeva, da parte mia, la massima sincerità e sensibilità.

In modo particolare, o meglio esistenziale, il progetto artistico ha una fonte personale: conosco Gayane, vicina di casa, e la vedevo molto spesso, quasi quotidianamente dei periodi, con gli occhi rossi. Il fatto di essere vecchio, mi faceva sentire quasi come un padre, e allora le chiedevo il perché degli occhi rossi. Lei mi rispondeva che non aveva dormito bene. Invece stava soffrendo per la situazione in Armenia. Come tutti sappiamo, anzi, come tutti sappiamo fino a un certo punto, perché poche persone ne sono davvero a conoscenza… insomma, questo il motivo scatenante».

Quindi un motivo personale, per contribuire anche ad una causa collettiva…

«Sì. Io ho cercato di esprimere il mio disappunto per ciò che sta succedendo. Ed ho cercato di esprimere questo disappunto attraverso il linguaggio con cui credo di esprimere al meglio me stesso nella comunicazione, cioè nella pittura. Così è iniziata la preparazione di queste opere, con dei riferimenti sollecitati da momenti emozionanti. Non lo nascondo, anche fortemente emozionanti, perché ho cercato di impersonarmi in un armeno. Sono temi drammatici, come la fuga, lo sradicamento, l’abbandono. Per addentrarmi al meglio nel cuore e nella testa di un armeno, ho ascoltato moltissima musica armena, tutto il giorno. Mi sono immerso nel mio studio di Miane in una ricerca sull’Armenia».

Quindi le tue opere si può dire vadano dal suono, dalla musica, all’immagine…

«Sì. L’immagine è molto legata all’emozione e chiede subito concorso all’udito. Devo ammettere anche che c’è stato un momento in cui ho visto una danza armena, così bella, leggiadra ed elegante, che mi sono ritrovato a ballare anch’io, per simulare la stessa grazia, nonostante io sia un orso. Ma mi sono ritrovato a danzare, e mi sono sentito per un istante armeno».

Ritorna spesso il tema delle pietre armene, tanto nei tuoi dipinti quanto nelle poesie di Erika, c’è un motivo? E che tecnica hai usato per renderne l’essenza?

«Come tecnica, generalmente in tutte le mie tele ho fatto prevalere l’utilizzo dei colori, proprio perché la cromaticità che c’è nelle pietre armene è molto singolare, purissima. Così ho optato per l’impiego dei pigmenti puri, lavorati a stratificazione fino a raggiungere il cromo che mi interessa. Pochi i ritocchi con colori diciamo tradizionali». 

Immaginarsi l’Armenia dipingendo, ascoltando, danzando. Studiandone le pietre. Come mai quest’idea, visto anche che quello che proporrete oggi intreccia tutti questi codici espressivi?

«Ho pensato questo. Se una persona fosse completamente cieca, ma non dalla nascita, vivrebbe di ricordi. Come ci ha insegnato il poeta Andrea Zanzotto, l’emozione sta nel ricordo, chiudere gli occhi per un istante è come riprendere una situazione analoga a quella di non vedere, e non vendendo solo il suono, il tatto, il gusto può portare ad emozionarti. Gayane ci emoziona e scrive una lettera ad un amico, parlando dei suoi ricordi, di ciò che ha di più forte dentro di sé, parlando di ciò che rappresenta la sua patria: profumi, bellezza e gusti. Su tutto le albicocche armene (le ho assaggiate, sapessi che bontà!). Una sorta di racconto materializzato attraverso musica, quadri e poesie. Così tutto si collega, quasi in una grande sinestesia, per cercare di intuire e insieme raccontare, ognuno con i suoi strumenti espressivi, qualcosa di lontano, per noi, e di intimamente ed assolutamente vicino, come la sua vita, per Gayane».

Intervista a cura di
Giuseppe Gris