Il Panfilo nel mondo – 23 ottobre 2023
Armenia, non restiamo in silenzio -Intervista a Giuseppe Dal Bianco
A casa ha oltre trecento fiati, per uno strumentario che copre tutto il mondo. Giuseppe Dal Bianco, flautista e polistrumentista di livello internazionale, si è occupato della parte musicale dell’evento, accompagnando tutti i presenti, sulle ali delle note di strumenti lontani, lungo la strada percorsa da Gayane.
Cosa proporrai quest’oggi?
«Oggi siamo qui per l’Armenia, quindi suonerò brani armeni con uno strumento che è il più importante strumento armeno: il duduk. Eseguirò brani della tradizione armena, molto conosciuti nel paese di Gayane. Suonerò anche un piccolo flauto armeno, lo shvi. Tutti in legno di albicocco.
Ma non solo…
«No, quando Gayane descriverà la sua vita in Cina, suonerò uno strumento cinese, l’Hulusi. Appena lo ascolti, ti porta immediatamente in Cina.
Ed infine, leggerò una poesia del poeta Daniel Varujan, visto che si assaggerà il pane armeno. La poesia è una sorta benedizione del pane armeno; molto bella, composta di quattro versi che narrano della natura, del raccolto».
Oltre al significato della poesia, è un tema sicuramente attuale, vista la situazione degli approvvigionamenti. Tornando alla musica, a cosa ti sei ispirato per l’interpretazione?
«Ho ascoltato molto, e mi sono ispirato ai grandi interpreti. Il mio modo di suonare frose sarà un po’ diverso, a causa mio modo di soffiare da flautista, gli armeni sono più delicati. Inoltre, la musica armena tradizionale per duduk richiede un secondo duduk, che fa una nota singola, bordone, una caratteristica fondamentale. Non disponendo di un altro dudukista mi sono creato un bordone elettronico che secondo me dà un buon respiro».
È stato difficile imparare a suonare il duduk?
«Il duduk non è facile, ho cominciato moltissimi anni fa quando ancora neanche si sapeva cos’era… ed era difficile trovare soprattutto le ance. In generale uno strumento complicato, soprattutto per il controllo dell’ancia, e per i semitoni. Poi, con il tempo, anche grazie ai corsi e seminari in fondazione Cini a Venezia, ho imparato. Ad ogni modo, sono fondamentalmente autodidatta».
E d’altra parte oggi non è la prima volta che affronti la musica armena, ma la hai frequentata in diversi luoghi della tua opera…
«Sì, ho suonato un brano armeno già nel mio album “Noi siamo stelle”, in cui interpreto brani da tutto il mondo. Nel mio ultimo album, Aeternitas, interpreto “No potho reposare”, brano tradizionale sardo, proprio con il duduk armeno (https://www.youtube.com/watch?v=FcYajcOcnpY ). Ed infine, il brano “Il silenzio di Komitas”, dedicata a padre Komitas ed al genocidio del grande, e sfortunato, popolo armeno».
