Il Panfilo nel mondo – 23 ottobre 2023

Armenia, non restiamo in silenzio - La silloge poetica di Erika De Bortoli

Il racconto Io sono armena di Gayane ha ispirato la silloge poetica di Erika De Bortoli, dal titolo D’anima e di pietra

Mentre in Armenia imperversava la seconda guerra del Nagorno Karabakh (27 settembre- 9 novembre 2020) Gayane si trovava in Italia. Da qui tentava, per quanto possibile di aiutare il suo paese. Pertanto, in quel periodo l’amico pittore Francesco De Florio le suggerì di mettere per iscritto le sue emozioni: dolore, nostalgia, preoccupazione, speranza. Come abbiamo raccontato, la vita di Gayane è affatto interessante. Nata in Armenia, ma cresciuta in Mongolia, per studiare in Cina e infine sposare un italiano. Dallo scambio con De Florio ha preso forma l’idea di un evento dedicato all’Armenia, per farne conoscere la storia e la cultura. Una storia travagliata che prosegue in questi giorni nel dramma di migliaia di armeni costretti al lasciare l’amato Nagorno Karabakh, a ridosso della rigida stagione invernale.

Da qui l’opera poetica della feltrina Erika De Bortoli, che racconta: 

In primavera Gayane mi ha affidato la sua breve biografia chiedendomi, se me la fossi sentita, di scrivere delle poesie ad essa ispirate. Dopo aver letto poeti e letterati armeni, visionato video e fotografie, ascoltato musica armena ed essermi ripetutamente confrontata con Gayane Sahakyan ho composto una silloge dal titolo “D’anima e di pietra”. Il titolo rimanda alle innumerevoli pietre dal grande significato spirituale che costellano l’intero paese e le pendici del monte Ararat, oggi turco, ma da tempo immemore luogo sacro agli Armeni. Il popolo e la cultura armena sono altamente spirituali. M’è parso un titolo che li rispecchi nella loro più profonda essenza.

La raccolta si divide in quattro sezioni: Nostalgia, Preghiera, Armena, Armeni. I temi trattati sono l’esilio e la diaspora, lo spaesamento e la ricerca di una nuova identità, nonché la memoria di una cultura millenaria ripetutamente offesa insieme al suo universo simbolico, il senso d’appartenenza a una comunità frammentata, ma salda attorno ai propri valori. Molti anche i riferimenti letterari che accompagnano la poetessa feltrina nel viaggio, tra cui Antonia Arslan, Gregorio di Narek, Levond Alisan, Mkrtic Pesikthaslean, Mikayel Nalbandean, Gamar – Khathipa, Thovmas Therzean, Petros Durean e altri ancora. La silloge è impreziosita anche da diverse immagini, tra cui Julfa, invero diecimila pietre tombali di 1500 anni fa, distrutte a colpi di piccone dagli azerbaigiani. Alcune poesie presentate all’evento di sabato resteranno esposte fino al 30 novembre assieme alle opere pittoriche di pittore Francesco De Florio, alcune delle quali illustrano anche la raccolta poetica. 

Ciò che rende affatto interessanti le poesie di Erika De Bortoli non sta, solamente, per così dire, nel riuscire ad evocare alcune suggestioni tipiche di quanto Gayane definisce “armenità”. Sta anche, per chi scrive, nell’unire insieme ciò che è apparentemente inanimato, le pietre, all’anima. Torna alla mente la lettura che un grande poeta come Andrea Zanzotto fa del versetto del Vangelo (Luca 19,40): Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre. Lapides clamabunt. Per Zanzotto, qualcosa, nel più intimo della terra, risarcisce o risarcirà le vittime della storia, dell’ingiustizia della storia, ed allora le pietre grideranno. Così anche per il popolo armeno, che non a caso guarda proprio verso le sue particolarissime pietre, riconoscendovi un’anima, la loro anima e la loro forza. Anima che del resto i greci traducevano con psyché, la stessa parola che indica l’animale dotato della maggiore grazia rispetto ad ogni altro, ovvero la farfalla. Ecco il grido dolce, leggiadro e disperato di un popolo povero e raffinato, lontano dall’anima delle proprie pietre, grido che non può che farsi insieme poesia, disegno, danza e musica.

Giuseppe Gris
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