Il Panfilo nel mondo – 23 ottobre 2023

Armenia, non restiamo in silenzio - Il quadro generale

Comprendere ciò che è successo e sta succedendo in Armenia non è semplice e impone, anzitutto a noi europei, un’importante autocritica. L’Armenia si trova in una posizione quanto mai sciagurata rispetto agli interessi economici e geostrategici dei paesi vicini, ma in modo particolare risente degli effetti collaterali dello stravolgimento degli equilibri mondiali in seguito alla guerra d’Ucraina. Infatti, dopo che la Russia ha deciso di invadere il territorio ucraino e di concentrare nel frangente occidentale il grosso dei suoi sforzi, a farne le spese è stato il fronte caucasico, dove Mosca doveva essere garante per l’Armenia, segnatamente per l’Artsakh, exclave armeno in Azerbaigian. Le mire espansionistiche dell’Azerbaijan non sono mai state veramente sopite o soddisfatte, e così Baku non ha perso l’occasione dello stravolgimento globale per riprendere il conto lasciato in sospeso nel 2020. Perciò è di fatto iniziata una nuova guerra in Nagorno-Karabakh, persa dagli armeni, affamati e costretti a emigrare in massa verso l’Armenia.

La guerra per il Nagorno-Karabakh si è riproposta più volte nella storia recente, dopo la caduta dell’Unione Sovietica: la prima 88-94, la seconda nel 1014-2016, la terza nel 2020 ed infine nel 2023. Dapprima vinta dagli armeni, che ottennero per la regione il riconoscimento internazionale, pur all’interno dell’Azerbaigian, del diritto all’autodeterminazione e all’autogoverno, in seguito il governo di Baku ha ottenuto sempre più territori e, soprattutto, ha recentemente bloccato il corridoio grazie al quale gli abitanti dell’Artsakh avevano accesso agli approvvigionamenti essenziali. Oltre alla crisi umanitaria in corso, la domanda che si pongono gli armeni e non vuol porsi la comunità internazionale è la seguente: fino a dove si spingeranno le mire di Baku? Vorranno anche la parte meridionale dell’Armenia? In questo modo, infatti, l’Azerbaigian riuscirebbe a congiungersi con l’altro attore principale della vicenda, la Turchia. Per la Turchia ed il suo espansionismo politico ed economico, è quanto mai conveniente congiungersi all’Azerbaigian, e di qui il sostegno militare fornito da Erdogan per la riconquista del Nagorno-Karabakh da parte di Baku. Ma non solo Ankara, anche Gerusalemme ha giocato un ruolo determinante a favore degli azerbaigiani (termine che si riferisce agli abitanti dell’Azerbaijan, mentre con azeri si intende un’etnia presente anche in altri paesi, su tutti in Iran). Infatti, Israele, muovendosi insieme alla Turchia, è riuscito in questo modo a diminuire l’influenza dell’Iran nel Caucaso meridionale. Secondo l’analista geopolitico Daniele Santoro, lo Stato ebraico avrebbe infatti «fornito alla repubblica caucasica i due terzi degli armamenti acquistati nel quinquennio precedente all’inizio del conflitto con l’Armenia» ed in questo modo Baku sarebbe «riuscita a restaurare la sua integrità territoriale». Di contro, o meglio, in aggiunta a scapito degli armeni, l’Iran ha siglato con l’Azerbaigian un accordo infrastrutturale per ricongiungere Baku alla Repubblica autonoma del Naxçıvan. Dunque, chi sta con gli armeni?

Dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia, si è detto, si è sostanzialmente disinteressata del Caucaso, lasciando campo aperto all’Azerbaigian. A ciò si aggiunge la volontà cinese di raggiungere la Turchia con le vie della seta passando proprio di lì. Sembra pertanto un drammatico puzzle di interessi in cui, in base all’angolazione prospettica, a farne le spese è da principio l’Armenia.

Perciò gli armeni non hanno potuto che guardare ad Occidente, ma per interloquire fattivamente con Europa e Stati Uniti, gli interessi del gigante turco sono sicuramente ostacoli non facili da superare. I passi che sta compiendo l’Armenia iniziano dalla recente entrata nel CPI. L’Assemblea nazionale dell’Armenia ha infatti ratificato lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. Ratifica avvenuta in seguito al mancato intervento di Mosca a sostegno dell’Artsakh e che ha determinato l’ira di Mosca, avendo il tribunale dell’Aia spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti di Putin. Su tutti, l’ira e le parole di Medvedev informano della collera e del disinteresse di Mosca per le sorti degli armeni. Ancora: chi sta con gli armeni? 

Il caos del Nagorno-Karabakh e dell’Armenia ci impone almeno una riflessione. Sicuramente, da una parte, i paesi occidentali non potranno stare a guardare ed accomodarsi nella solita posizione economicistica, ormai neanche più così comoda. Quindi una mossa, qualora Baku aggravasse la crisi caucasica, sarà necessaria, almeno da parte degli Stati Uniti, se l’Unione Europea non vuol proprio saperne. 

Ecco, appunto, l’Europa. Qualsiasi cosa essa sia. Ciò che è successo e sta succedendo in Nagorno-Karabakh ed Armenia è una crisi umanitaria, di cui solo la Francia sembra essersi accorta. Continueremo a far finta di niente, nel silenzio generale? Solo perché, apparentemente, non ci conviene? Perché sembra tutto così lontano mentre non lo è per niente? Come senza esitazione ci siamo schierati in difesa di altri popoli invasi ingiustamente, perché non aiutare la popolazione armena? I diritti universali dell’uomo valgono per ogni uomo. Quindi non restiamo in silenzio su quanto accade in Armenia.

Giuseppe Gris
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