Il Panfilo nel mondo – 23 ottobre 2023
Armenia, non restiamo in silenzio - La vita di Gayane
Caro Massimo,
anche quest’anno le albicocche armene saranno le più dolci al mondo. Qui splende il sole e alla sera, passeggiando per i frutteti, si odono i canti del mio popolo e come tu ben sai, questo è il miglior cibo per il mio cuore!
Inizia così, dapprima letto in armeno e successivamente in italiano, Una vita armena il racconto di Gayane Sahakyan, sabato scorso a Dosson di Treviso presso la sede dell’associazione Art&Care. Un evento che ha raccolto una grande partecipazione di ascoltatori e che ha rivelato un’importante occasione per riflettere su quanto sta succedendo oggi in Armenia ed in Artsakh. Alla lettura della lettera di Gayane, che ha vissuto la diaspora del proprio popolo e che continuamente si domanda l’essenza del suo essere armena, l’impegno che le impongono le sue radici, si sono alternati momenti di musica armena, eseguiti dal maestro Giuseppe Dal Bianco, momenti di contemplazione di dipinti ispirati all’Armenia di Francesco De Florio e di poesia, ancora ispirate al popolo armeno, scritte dalla bellunese Erika De Bortoli. Infine, anche una digressione storica sui conflitti nel Caucaso, una danza armena e l’assaggio di prodotti tipici.Un pomeriggio di grande emozione e di assoluto raccoglimento, che vogliamo testimoniare con una serie di articoli anche per rinnovare l’attenzione su quanto sta succedendo in Artsakh e di cui, colpevolmente, non si vuol parlare.
Ma, anzitutto, la protagonista principale, la storia di Gayane. Una vita che ha percorso le strade di tanti paesi e parlato altrettante e più lingue, sempre in corsa, sempre buona nonostante la cattiveria del mondo e sempre alla ricerca delle proprie radici, dei profumi, suoni e colori delle proprie origini. Ne riportiamo alcuni passaggi.
Non riesco ad immaginare una vita senza questi profumi, suoni, luci, che mi evocano ricordi indimenticabili e gioiosi, pieni di bellezza. La mia Patria è l’Armenia, ma sin dalla nascita mio padre mi ha parlato in russo; questo è il motivo per cui ogni mio pensiero transita nella mia mente in questa lingua. A sei anni mi trovavo in Mongolia e i miei compagni provenivano da ogni luogo delle repubbliche dell’Unione Sovietica; noi non avevamo la percezione di cosa fosse la nazionalità, avevamo imparato a familiarizzare, convivendo in amicizia. E fu così che l’armena Gayane crebbe in Mongolia, pensando che il suo nome fosse molto raro. Solo più tardi, arrivando a Erevan con un volo partito da Mosca, appresi che il mio nome è molto diffuso in Armenia e questo mi fece capire che ero tornata a casa!
Nelle estati mongole come nel freddo invernale della steppa, sentirsi una minoranza era Gayane motivo di forza, orgoglio e coraggio.
Nel villaggio dove vivevo, c’erano solamente due famiglie armene. Eravamo in minoranza, ma nessun armeno potrà mai rinunciare ad essere tale. Ogni luogo in cui ti trovi, inesorabilmente ti conduce alle tue origini e per quanto le condizioni atmosferiche o la morfologia del territorio siano diverse dalla tua patria, gli occhi che la guardano sono armeni ed in un solo filo d’ erba la tua forza mentale ti conduce in luoghi a te cari! I miei genitori mi hanno trasmesso “l’Armenità” e uno smisurato amore verso il nostro paese. Ogni estate attendevo di tornare in Armenia e seduta sui prati secchi in Mongolia.
Sempre, in mente, il desiderio di volare verso la propria terra: «Il popolo armeno è un po’ come uno stormo di rondini che puntualmente garrendo, riempiono i cieli a primavera. […] Là il sole riscalda di più, le chiese sono silenziose, si vede l’Ararat da ogni dove, là mi sono sempre sentita me stessa». Poi arriva il 1994, quindi il primo conflitto con l’Azerbaigian, Gayane è bambina e come tutti i bambini coglie l’assurdità delle guerre.
Nella mia classe c’era un bambino azero, andavamo a scuola assieme, lui mi portava la cartella, io preparavo dei dolci con la sua mamma. Suo padre, ci faceva spesso dei regali, ci volevamo bene. Nella mente di bambini non esiste un modo capace di spiegare la guerra e noi eravamo in grande difficoltà a tentare di capirla. I nostri genitori alla sera guardavano assieme i notiziari e piangevano. Con questa esperienza capii che la guerra è la rappresentazione del lato peggiore degli esseri umani. Procurare dolore e paura ai tuoi simili non ha niente di positivo e non serve a nessuno!
Ad Erevan, dieci anni dopo, Gayane ci riesce finalmente a tornare stabilmente, ma le cose sono cambiate. Il tempo, i luoghi e le esperienze cambiano le persone.
Ero cambiata. Un continuo conflitto tra le mie palesi origini e la mia idea di concepire la vita, mi impediva di accettare il modo di vivere in quella terra ed in quel momento. Avvertivo chiaro il richiamo degli antenati, ma le esperienze accumulate in Mongolia, erano state importanti per la formazione della mia personalità e sarebbe stato impossibile cancellarle come, rinunciare un po’ alla mia vita.
Così via, di nuovo, verso la Cina. I cinesi non sapevano nemmeno dove fosse l’Armenia, racconta Gayane, finché però non trova altri connazionali lì, come lei così lontani, ed è finalmente felice.
Sapete che l’Armenia la si può creare, basta solo trovare un altro armeno, da qualche parte, ed è subito festa. La nostra forza sta nelle risorse individuali, è per questo che siamo capaci di smuovere le montagne! Un giorno conobbi degli armeni e così, come in tutte le comunità armene nel mondo, eravamo pochi, ma, molto uniti.
In Cina Gayane conosce di nuovo il dolore smisurato della guerra, infatti nel 2014, ancora in Artsakh, si riapre il conflitto: «Il dolore ed il senso di impotenza ci accompagnava quotidianamente, questa sensazione di attesa e sofferenza non dava tregua a nessuno di noi. Tutti volevano agire, ognuno si diede da fare, furono allestiti dei container con generi di prima necessità, nessuno lesinò sul denaro e sulle proprie forze».
Un salto di dieci anni, in Italia dove è arrivata per amore.
L’amore mi ha condotta in Italia, in un’altra dimensione, ogni cosa ha un suo senso, tutto assume un significato elevato e irripetibile e la vita stessa ha un valore inestimabile. Nello scrigno delle lingue si è aggiunto l’italiano, adesso sono in grado di comunicare anche emozionalmente e questo mi fa sentire protagonista della mia vita. […] Continuo la mia opera di promulgazione della cultura armena. Io non smetto di parlare della mia Patria, è un bisogno che non riesco a colmare. Ho deciso di raccontare la storia della mia vita, ma nello stesso tempo questa è la storia di una armena qualsiasi. Oggigiorno ci sono tra i dieci e i dodici milioni di armeni nel mondo, di cui solo tre milioni vivono in Armenia.
Infine, la lettura della poesia scritta dal marito “Io non devo odiare”, cifra di come Gayane e la sua famiglia intendano il proprio essere nel mondo nonostante ciò che ha passato Gayane, la sua famiglia d’origine ed il suo popolo. Un pomeriggio in cui l’intreccio tra racconto, poesia, danze, dipinti e musica ci ha permesso di entrare nelle atmosfere armene, coglierne le suggestioni più dolci ed anche i drammi più neri. Dal genocidio alla diaspora, fino ad una guerra che non vuol smettere di ricominciare. Gayane ci concede un’intervista sulle condizioni del popolo armeno e sul valore di testimoniare la propria storia per richiamare l’attenzione di tutti su fatti apparentemente così lontani.
Com’è stato parlare oggi della tua storia?
Ero di sicuro molto emozionata perché non riuscivo a trattenere le emozioni, anche perché, grazie alla musica di Giuseppe Dal Bianco, entravo nella mia memoria, in ciò che mi manca e in ciò che ho scritto. Da una parte mi faceva male, ma al tempo stesso contenta perché vedevo le persone intorno a me molto interessate alla mia cultura. Non ero solo io emozionata. E questa è stata una grande soddisfazione.
Quale il valore dell’evento di oggi, anche in relazione a ciò che succede in Nagorno-Karabakh? Cosa possiamo fare da qui?
Non è la prima volta che noi ci troviamo in una situazione simile. Non è la prima volta che cerchiamo di essere uniti. L’evento è stato organizzato molto prima della guerra, neanche la immaginavamo. E invece è successo e quindi non potevamo che parlare anche del conflitto, come il video che abbiamo mostrato testimonia. Noi non solo promuoviamo la cultura armena ma anche, essendo pochi, cerchiamo di starci vicini per stare insieme, per aiutarci e aiutare i nostri connazionali in Armenia. Ora dobbiamo aiutare le famiglie uscite dall’Artsakh. Io seguo diverse famiglie, molto numerose, e sono davvero in difficoltà. Sono numerose perché abitavano in villaggi, ci sono tantissimi bambini. Intanto vogliamo capire come aiutare. Da parte mia, ho partecipato a diversi eventi per cercare di sensibilizzare su questo dramma e per raccogliere fondi da donare in Armenia. Stiamo facendo il possibile, almeno perché se ne parli. Perché se ne parla troppo poco. Ad esempio, io sono contro la guerra in Ucraina, ho tanti amici ucraini e ho sostenuto la causa. Allora se ne parlava tanto, perché non si è parlato anche dell’Artsakh? Capisco che ci sono degli interessi in gioco e quelli prevalgono sempre. Ma noi siamo in grande difficoltà e abbiamo bisogno di aiuto. Abbiamo capito che siamo soli e non ci saranno aiuti. Ma non ci siamo rassegnati. L’unica cosa che possiamo fare è unirci, e questa cosa la sappiamo fare.
Voglio ringraziare Erika, Giuseppe, Francesco, Massimo e tutti gli altri per l’evento di oggi. Sono riusciti a seguirmi figurativamente fino in Armenia, e mi hanno fatto emozionare tanto. Grazie.
