Recensioni - 23 ottobre 2023
Cronorifugio
Di Georgi Gospodinov
Voland
Anno 2021
«Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia.». Così scriveva Louis-Ferdinand Céline nel famoso incipit di Viaggio al termine della notte da un lato, forse, per sottrarsi alla censura e alle critiche della stampa del tempo; dall’altro per ricordarci cosa sia, effettivamente, un romanzo: una storia fittizia, nel bene e nel male. Fittizia non significa, tuttavia, inventata, non direttamente esperibile, ma tutt’altro: il racconto è un fantasma che accompagna la vita, che c’è, ma dall’altra parte della vita, come scriveva l’autore francese. Questa premessa credo ci possa introdurre nel pieno pathos di Cronorifugio (traduzione letterale di Vremeubezište, vincitore del premio Stega Europeo 2021), testo che si colloca perfettamente nella categoria del romanzo, da un lato nel versante quasi fantascientifico, dall’altro in quello distopico.
A un certo punto quando decisero di calcolare quando fosse cominciato il tempo e quando precisamente fosse stata creata la terra. Il vescovo irlandese Ussher, della metà del XVII secolo, calcolò non soltanto l’anno preciso, ma anche la data d’inizio: il 22 ottobre del 4004 avanti Cristo. Era di sabato, ovvio. Secondo alcuni Ussher indica anche l’ora esatta, le 6 del pomeriggio. Sabato pomeriggio, non ho il minimo dubbio. In quale altro momento della settimana un annoiato creatore avrebbe cominciato a costruire il mondo e a cercare compagnia.
La storia è, all’apparenza, molto semplice: il protagonista incontra un uomo strampalato (tale Gaustìn), che ha una grande passione per il tempo: raccoglie libri, cimeli, giornali, sigarette e qualsiasi altro oggetto di una determinata epoca. Inaugura così, una “clinica del passato” – il rimando del testo sarà sempre volto all’opera La Montagna Incantata di Thomas Mann, per la quale Gospodinov sembra nutrire un certo debito, sia stilistico sia tematico, che lo porterà persino a collocare la prima clinica del passato proprio nella tanto amata Svizzera di Mann – che permette di accogliere le persone affette da malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer, per tentare, attraverso una specifica terapia (ogni stanza riproduce, esattamente e nel dettaglio, una precisa epoca storica) di far riaffiorare loro la memoria perduta.
Il passato si deposita nei pomeriggi, dove il tempo rallenta visibilmente, sonnecchia negli angoli, batte gli occhi come un gato di fronte alla luce che si diffonde attraverso tende sottili. È sempre pomeriggio quando ricordiamo qualcosa, o almeno per me è così. Tutto dipende dalla luce. So dai fotografi che la luce pomeridiana è la più appropriata per l’esposizione. Al mattino è ancora giovane, tagliente. Quella pomeridiana è una luce vecchia, stanca e lenta. La vera vita del mondo e dell’uomo può essere descritta attraverso alcuni pomeriggi, attraverso la luce di alcuni pomeriggi, che sono i pomeriggi del mondo.
Succede, però, che anche le persone perfettamente sane comincino a frequentare questa struttura e allora si crea una grossa problematica: tutti hanno bisogno del passato; tutti cercano rifugio in esso; tutti si infettano del ricordo. A questo punto, mentre inizialmente il cronorifugio veniva pensato come uno strumento positivo e terapeutico, la clinica diventa una sorta di prigione: una malattia – kierkegaardianamente intesa – per il ricordo.
Conseguenze della sindrome: malinconia, indifferenza o forte attaccamento al passato e idealizzazione di avvenimento accaduti in modo diverso o, il più delle volte, non accaduti. A confronto del passato, il presente all’improvviso si scolora, i pazienti sostengono di vedere letteralmente in bianco e nero, mentre i ricordi del passato sono sempre più colorati, anche se nei colori più pallidi delle polaroid.
Le cliniche si espandono a macchia d’olio, dalla Svizzera al mondo intero (climax del racconto) : viene indetto, in ogni Stato, un referendum sul passato per decretarne il decennio migliore. Con la regressione dell’umanità verso un tempo perduto, abbiamo la conseguente regressione del protagonista che tende, via via, a confondersi con Gaustìn, sino ad obliarsi a sua volta.
Abbiamo detto nella premessa che un romanzo è una storia fittizia che dice qualcosa di noi, te de fabula narratur: la genialità di questo testo si ritrova esattamente in questa costruzione. Da un lato, infatti, tutti noi siamo attraversati dal passato, che ci forma, ci intristisce, ci attanaglia e crea la nostra identità, di giorno in giorno; dall’altro lato, siamo costretti a vivere nel nostro presente storico, e non possiamo fare a meno di questo continuo vagare, sempre teso al domani. Sono tematiche che, anche se create dal Gospodinov e sostenute da un fine gioco di sostituzioni narrative, vivono e si esprimono nella nostra quotidianità, in quanto esseri umani, composti a nostra volta, anche dal lobo temporale, incapaci di rievocare concretamente un vissuto che ci appartiene e ci sfugge, e si confonde, e si oblia.
