Panfilosophia – 15 gennaio 2024

Addio a Toni Negri, attivo maestro

È passato un mese dalla morte di Toni Negri, che ci ha lasciato lo scorso 16 dicembre a Parigi. Se ne è scritto poco e per fortuna, visto che se ne è scritto così male. Qui ci limitiamo a un piccolo saluto, che non basta e che, anticipiamo, non può per millanta motivi restituire puntualmente la ricchezza, il valore ed il rigore dell’opera filosofica e politica di Negri. Purtuttavia, almeno questo: ci si permette di non scadere nella miseria delle cronache italiane. È certo, di Toni Negri bisogna parlare anche della storia politica, ma che ciò «avvenga – con le parole di Cacciari – all’altezza delle tragedie dell’epoca che ha, e abbiamo, attraversato tra anni Sessanta e Ottanta, senza tirare ancora in ballo le follie giuridico-storiografiche di chi lo indicò come ispiratore, se non addirittura “grande vecchio”, del terrorismo brigatista. Follie che gli costarono anni di galera e di esilio – e ad altri anche peggio». Per la bassura, non solo giornalistica, in cui siamo immersi basti rilevare che pressoché tutti i principali quotidiani, l’indomani della morte, titolarono “cattivo maestro”. Considerate le penne, per Toni Negri ciò sarebbe suonato a merito. Ma noi abbiamo preferito il titolo del Manifesto, che abbiamo riportato in sottotitolo a quest’articolo: attivo maestro.

Di seguito, ci limiteremo a un breve accenno al suo modo di intendere la vita filosofica ed a guardare, tra la sua costellazione di pensieri, a uno forse tra i più lucenti, che non vogliam dimenticare: il potere costituente.

Vi sono due modi di intendere la filosofia. O si ricerca il punto che circonda la terra, la parola che da ogni lato squadra l’anima, il mondo, l’intero e lo risolve in un sistema, oppure si ricerca di oltrepassare il mero vivere per il ben vivere, per il vivere giusto, tra gli altri. L’una via, inaugurata da Parmenide, è quella della grande filosofia, quella della sola ragione su cui si deve regolare l’esperienza, e se questa non attesta ciò che dimostra il logos, tanto peggio per lei, tanto peggio per i fatti, tanto peggio per gli uomini. L’altra via è intrapresa da Platone, dalla Repubblica, per cui non conta il vivere ma l’euzén, il ben vivere, invero di nuovo il vivere tra gli altri. Si tratta di scegliere con quale modo filosofare, senza per che questo indichi l’uno come migliore dell’altro. Anche perché per ciascun modo vale il medesimo inizio, il medesimo corso, la medesima fine. Ciascuna filosofia nasce con il “no”, con il rifiuto del dato, del dogma, dell’esperienza, dell’esistente. Ciascuna filosofia prosegue come prassi, perché uno è il vivere e il pensare, quando si è veramente filosofi. Ciascuna, infine, termina con la morte, e qualunque filosofo, come chiunque, muore solo in balìa di sé stesso.
Toni Negri ha scelto la strada dell’euzén. Non della Filosofia Prima ma della Filosofia Politica. Il grande “no” di Negri è anzitutto rivolto alla chimera dell’obbiettività astratta, dell’imparzialità: ogni pensiero se è tale è anche radicale, è parziale, è il proprio punto di vista. Parziale non significa relativo, ma di parte, che parteggia, dunque che sceglie. Il pensiero radicale lavora la cosa fino ad arrivarne al fondo, ri-crea la cosa ponendola come tale e perciò è azione. Il pensiero è nella sua stessa essenza azione, prassi. Il no è la potenza assoluta e selvaggia del pensiero sempre ri-creante, nella locuzione negriana: costituente. Pensare significa eccedere ogni stato determinato, ogni dato, ogni determinazione statuale, ogni potere preformato, costituito. Per Negri, il pensiero costituente non potrà mai esaurirsi, il pensiero rivoluzionario è sempre possibile. Perché natura dell’uomo è, con Spinoza, il conatus che sempre smuove e turba sé stessa, la natura umana non è se non vuole. L’essenza dell’uomo è l’incondizionato, la rivoluzione, la libertà.
Nel saggio del 1992 Il potere costituente Negri rompe definitivamente con un altro grande maestro di libertà, Mario Tronti. Verso dove, infatti, volgere lo sguardo rivoluzionario e agire? Terminata l’egemonia del modello fordista, il conflitto non si situa più in fabbrica, o per lo meno questa non è l’unico terreno di scontro, e nemmeno quello privilegiato. Se per Tronti il conflitto doveva essere riproposto all’interno dello Stato, per Negri il conflitto è nella società: dall’operaio massa all’operaio sociale. Invero per Tronti la politica borghese dev’essere analizzata e contrasta dall’interno, con i suoi stessi mezzi; per Negri, invece, e qui sta uno degli avanzamenti più importanti, essa è già stata sconfitta con l’affermazione del mercato globale. I lavoratori sono posti all’esterno dei confini tradizionali della classe operaia, in quanto al lavoro ora non vi sono solamente corpi, ma anche competenze linguistiche e cognitive. Il soggetto antagonista non rimane esclusivamente nell’ambito della produzione, ma è sparso e disperso, è ovunque, in ogni ambito della società. Di qui, l’unica autonomia possibile può tradursi necessariamente solo come assoluta estraneità al sistema produttivo. Perciò, l’avversario ora non dev’essere nemmeno riconosciuto in negativo: la lotta non è più nella fabbrica e non può nemmeno essere nello Stato, ma si conduce solo sottraendosi a qualsiasi logica del potere costituito. Fuori, dunque, anche da ogni dialettica. Come scrive Negri in Marx oltre Marx: «La logica antagonistica smette di svolgersi su un ritmo binario, smette anche di accettare la realtà fantasmatica dell’avversario sul suo orizzonte. Cancella la dialettica anche solo come orizzonte». Ma quale il soggetto possibile, se ogni dialettica va cancellata? La soggettività pensata da Negri è la moltitudine, e in questo concetto si rivela l’autore senza il quale Negri rimane un libro chiuso: Spinoza. La moltitudine è un soggetto proteiforme, il cui movimento è sempre creativo e imprevedibile, è il demos del mondo, espropriato di ogni bene comune dalle forme costituite che va via via prendendo l’Impero. Le leggi dello scambio e del mercato imprigionano la moltitudine, ma non per questo essa non potrà liberarsene, non potrà essere creatrice. La moltitudine è infatti per Negri quella soggettività in grado creare e distruggere ogni potere costituito. Pensata come potere costituente, la moltitudine è il soggetto dotato di un’attività onnipotente ed espansiva, in grado di resistere ad ogni meccanismo giuridico, ad ogni norma. Da ciò, inoltre, Negri desume l’opposizione tra costituzionalismo e democrazia, forse tra i pensieri più interessanti ed insieme problematici del filosofo. Il costituzionalismo, infatti, limita la potenza espansiva della democrazia, «anche la democrazia resiste alla propria costituzionalizzazione: la democrazia, infatti, è teoria del governo assoluto mentre il costituzionalismo è teoria del governo limitato, quindi pratica della limitazione della democrazia». In questo senso Negri è un democratico radicale, per il quale il concetto di democrazia ha senso e vivrà sempre in quanto si costituisce dialetticamente con il sistema costituito. Anche questa volta, dietro questa concezione della democrazia, si trova Spinoza, e Negri non manca di rilevarlo: «l’idea di democrazia e quella di eternità si toccano, si misurano l’un l’altra».
E oggi? Per Negri, con Hardt, la globalizzazione è Impero economico finanziario, religione del progresso indefinito da scopo a scopo, più grande di ogni sovranità statuale e nazionale. Vi sono nell’Impero contraddizioni tali da produrre nuove rivoluzioni? Per Negri, per la moltitudine, per il potere sempre costituente questo è sempre possibile. Qui il dire di Toni Negri diviene forse predittivo, profetico, o forse richiama e indovina solo una speranza. Non è un caso che il grande contesto in cui vada letta la sua opera sia quella del tramonto (o compimento) della teologia politica, insieme, e da pari, a Carl Schmitt e Walter Benjamin.

La filosofia di Negri ha un altro grande valore, credo il più grande: quello di porsi radicalmente il problema della pensabilità dell’immanentismo assoluto. La domanda filosofica più importante, la domanda filosofica di Spinoza.
E con un pensiero a quel Maledetto Spinoza diciamo addio a Toni Negri, rubandogli le parole:

“Noi siamo tutti degli spinozisti. Per noi la morte non c’è”.

Toni Negri

GG