Il Panfilo nel mondo – 22 gennaio 2024
A Davos, ma in miniera
“Baràca, baràca, sta vita è na baràca
e la se tol la màca i toc del me destìn.
Baràca, baràca che ’rento te ne spàca…”
Quest’articolo non vale più che il racconto di questa foto dalla storia impossibile a crederci, e per ricordare quando a Davos ci andavano i nostri nonni, ma in miniera.
Vedere ogni anno i più ricchi del mondo incontrarsi a Davos per raccontarsi di quanto sono stati bravi (furbi, fortunati), delle meravigliose sorti del tecno-capitalismo per l’umanità, di come fingere di voler far qualcosa per il clima mi ha sempre dato una certa nausea. Impossibile provare la passione triste dell’indifferenza verso i potenti del mondo, politici e soprattutto non politici.
Ma una cosa su tutte mi torna alla mente quando ogni gennaio sulle nevi di Davos sfilano luccicanti i Musk, Altman, politicanti e compagnia cantante. Penso a quando lì non ci andavano i più ricchi ma i più poveri, non gli sfruttatori ma gli sfruttati, non i primi ma gli ultimi, o penultimi, del mondo. Così risistemo gli album di cartoline e lettere di mio nonno, lì, proprio lì a Davos negli anni Sessanta, in miniera a mettere e accendere la dinamite. Trovo tante cartoline dalla Svizzera, quasi una ogni due mesi, destinata alla sua mamma, e solo per non farla preoccupare, “che anche se lo stipendio non è ancora arrivato, vedrai che arriva”. Su tutte, due in particolare mi rimangono in mente.
La prima è un deserto di neve, a chissà quale quota, bianco su bianco su bianco sotto un cielo ancora più bianco di freddo. In mezzo alla distesa di neve, un quadratino marrone, una capanna da quattro legni in croce buttati là. Sulla cartolina, disegnata a penna, una freccia che indica la baracca. La scritta: “dormire”. Lì dormivano, i minatori di Feltre, in mezzo ad un deserto di neve e poi giù in miniera. Proprio lì, dove oggi sciano, camminano, discorrono i grandi pavoni del mondo.
C’è poi un’altra foto su cui mi concentro, non fosse altro che per due ragioni. La prima è che si vede in faccia il nonno, dentro la miniera svizzera, secondo da sinistra, sorridente. La seconda è che ho scoperto da poco che in quella foto c’è una grande e curiosa storia – di quelle con la s minuscola, direbbero gli storici. Quindi di quelle che piacciono a me. Vi sono nella stessa foto due minatori di Umin, mio nonno Angelo Gris, e suo cugino, che si chiamava anche lui Angelo Gris – come praticamente tutti, tra Umin e Villabruna, in quegli anni – primo da destra. Due cugini per un nome e una miniera, e ancora per un destino che si intreccia a due tragedie. Angelo Gris veniva soprannominato “il Belga”, perché era minatore in Belgio e lì sopravvisse a Marcinelle, probabilmente insieme al fratello. L’altro Angelo, mio nonno, “Angelin”, poco distante da Davos invece sarebbe qualche anno più tardi sopravvissuto ad un altro disastro, quello di Mattmark, grazie ad un cambio turno dell’ultimo momento. Una foto da cui escono due storie, fortunate nella disgrazia e, ironia della sorte, unite nello stesso nome.
Ecco, sul nome ancora non ho detto tutto. Perché se sono riuscito a ricostruire queste piccole storie da una vecchia e sbiadita fotografia, lo devo a chi ha saputo tirar le fila del racconto ricordando le esistenze dietro i volti. Parlo della memoria storica di Umin, Grum e Villabruna, Nino Gris. E che in realtà si chiama come gli altri due: Angelo Gris.
