Attualità – 28 marzo 2025

Una provincia per vecchi - Il libro bianco sulla montagna, e oltre

È recentemente uscito Libro Bianco sulla Montagna, edito da Rubbettino e curato da UNIMONT – Università degli Studi di Milano. Si tratta di uno studio scientifico che offre un’analisi approfondita e multidisciplinare delle aree montane italiane, in particolar modo ponendo in esame diversi aspetti ambientali, socioeconomici e di governance, con l’intento di delineare anche alcune tra le principali sfide per tali territori. In questo articolo ce ne serviremo come punto d’appoggio iniziale, in particolare dal punto di vista demografico e socio-economico, per inquadrare la crisi bellunese nel contesto nazionale.

 

In che senso libro bianco
Il termine “Bianco” del titolo rinvia alla connotazione di tipo scientifico, ufficiale e analitico del rapporto, condotto su incarico del Dipartimento Affari Regionali e le Autonomie della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Se i dati vogliono riflettere “in bianco”, quindi in misura quanto più neutrale, il panorama delle aree montane in oggetto, non può tuttavia essere in bianco le considerazioni e le interpretazioni in margine che si avanzeranno qui.

 

I dati nazionali sulle aree montane
Ma cominciamo dai dati. Secondo la classificazione Istat, su cui si basano le analisi del volume, in Italia vi sono 2.487 comuni montani, che coprono circa il 35% della superficie nazionale. Ovviamente, la distribuzione delle montagne varia significativamente tra le regioni: 100% in Trentino-Alto Adige (Provincie autonome) e Valle d’Aosta, 1,5% in Puglia. L’eterogeneità implica che l’analisi sia necessariamente declinata e dettagliata regione per regione, altrimenti non si comprenderebbero specificità locali e relative criticità.

Ciò che il volume evidenzia con maggiore preoccupazione è il fenomeno trasversale dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione nelle zone montane. Anzitutto va riportato questo dato: negli ultimi dieci anni, la popolazione montana è diminuita del 5%, rispetto a una media nazionale dell’1,8%.

Nonostante alcune regioni, come le province autonome di Trento e Bolzano, mostrino tendenze demografiche più positive, con un incremento del 3,5% della popolazione montana nello stesso periodo, la situazione per quanto riguarda le terre alte è veramente drammatico. Dallo spopolamento e dall’invecchiamento consegue una diminuzione del 3,3% delle imprese nelle aree montane, anche qui un calo maggiore rispetto alla media nazionale. Ancora, stando ai dati, nei comuni montani, l’indice di vecchiaia è pari a 215,6, superiore al 184 dei comuni non montani. L’invecchiamento “in quota” è significativamente più marcato. Ancora, il tasso di incremento naturale (differenza tra nascite e decessi) nei comuni montani è di -6,72‰, peggiore rispetto al -4,88‰ dei comuni non montani. Il 90,1% dei comuni montani ha meno di 5.000 abitanti, rispetto al 70% dei comuni non montani. Dal punto di vista economico, il reddito medio per contribuente nelle aree montane è di 24.868 €, inferiore del 6,5% rispetto ai 26.611 € delle aree non montane. Meno persone, meno economia, meno servizi.

La disponibilità di posti letto ospedalieri è di 0,43 per mille abitanti nelle aree montane, rispetto ai 3,48 per mille nelle aree non montane.

Almeno un dato “positivo”, il tasso di disoccupazione nelle aree montane è dell’8%, inferiore anche se di poco all’8,8% delle aree non montane.

 

Risposte (le solite)
Per rispondere alle criticità, valorizzare il territorio e salvare chi abita la montagna, le opportunità identificate dal Libro Bianco sono pressoché le stesse, le solite, che qui e altrove ci si ripete da anni: innovazione nella governance, adozione di tecnologie avanzate per l’erogazione dei servizi essenziali, implementazione di modelli di sviluppo basati sulla sostenibilità ambientale e sulla valorizzazione delle risorse locali, sempre preservando l’ambiente.
Certo, strategie fondamentali per contrastare lo spopolamento e migliorare la qualità della vita, ma cosa si è fatto? Cosa si vuole fare?

 

Un deserto bianco
Per quanto riguarda, ad esempio, questa provincia, come abbiamo scritto nel precedente numero del Panfilo, il tasso di suicidi è oltre la media nazionale. La montagna è ormai per chi non la vive, per chi vuol venirci in vacanza. Chi ci abita scappa, quando va bene. I giovani che tornano a stare qui? Come nel caso di Feltre, se non lo fanno perché costretti da cause maggiori, non vivono comunque la “città” come vorrebbero, anzi non la vivono affatto. Perché? Semplicemente perché non c’è nulla da fare. Ci tornano per andare a dormire; non c’è altro, se non una gara di corsa ogni weekend. A questo si limita l’offerta di un territorio, feltrino e bellunese, la cui popolazione è sempre più vecchia, tant’è vero che ci si emoziona e si festeggia quando l’amministrazione copre due buche di una strada secondaria, mentre passa in cavalleria il vuoto di una (fu) cittadina. Un deserto bianco, oggettivo.

 

Dati provinciali, oltre il libro bianco
Guardiamo infatti ai dati oggettivi sulla nostra provincia, anche oltre quanto emerso dal Libro Bianco, riferendoci comunque a dati Istat.
La natalità è in crisi: 1075 nati nel 2023, 200 in meno rispetto a cinque anni prima. Solo il saldo migratorio positivo supplisce al calo delle nascite: riferendoci ancora al 2023, la provincia ha visto l’ingresso di 1429 stranieri, per un saldo positivo di 820 persone.
Negli ultimi due anni, ovvero tra il 2023 e il 2024, la provincia di Belluno ha continuato a registrare un invecchiamento demografico significativo, consolidando la tendenza già in atto da anni, forse ormai irreversibile senza politiche per i giovani e che incentivino l’immigrazione. I dati più aggiornati e ufficiali disponibili parlano chiaro. Tra gli indicatori demografici, l’indice di vecchiaia rappresenta il grado di invecchiamento di una popolazione, ed è il rapporto percentuale tra il numero degli over 65enni ed il numero dei giovani fino ai 14 anni. Ebbene, nel 2024 l’indice di vecchiaia per la provincia di Belluno dice che ci sono 265,3 anziani ogni 100 giovani.

Vi è poi l’indice di dipendenza strutturale, che rappresenta il carico sociale ed economico della popolazione non attiva (0-14 anni e 65 anni e oltre) su quella attiva (15-64 anni). Rispetto a questo, teoricamente, in provincia di Belluno nel 2024 ci sono 63,1 individui a carico, ogni 100 che lavorano (in età lavorativa, quindi fino a 64 anni).

Per quanto riguarda il comune capoluogo si sale a 62,9. L’indice di ricambio della popolazione attiva è 171,3 per il comune di Belluno ed arriva a 175 per la Provincia, dati che indicano un elevato squilibrio tra la fascia di popolazione prossima alla pensione (60-64 anni) e quella che sta per entrare nel mondo del lavoro (15-19 anni). Precisando velocemente questo dato, secondo questo indicatore la popolazione attiva è tanto più giovane quanto più l’indicatore è minore di 100, quindi, nel caso di Belluno, è evidente che la popolazione in età lavorativa sia sempre più anziana. Questo dato va letto anche alla luce di una tendenza negativa, rispetto ad esempio agli ultimi tre anni; infatti, questi i dati ufficiali sul comune capoluogo: 2022, 158,9; 2023: 162,4; 2024: 171,3. Questi invece sulla Provincia: 165,1; 171,3; 175. L’età media è in continua crescita riflette un invecchiamento demografico progressivo.
In Provincia, nel 2005 l’età media era di 44,7 anni, nel 2022 48,5; nel 2023 48,7; nel 2024 48,9, 0,2 oltre la media nazionale.
Un aumento di oltre 4 anni in due decenni. Tra il 2023 e il 2024, i dati sulla popolazione residente indicano una variazione negativa, pur lieve, di 317 abitanti (2023: 198.105 abitanti; 2024: 197.788 abitanti; -0,16%). Indicativa la struttura per fasce di età:

0-14 anni: 21.548 nel 2023, 20950 nel 2024,
ovvero -598;
15-64 anni 121.559 nel 23, 121.252 nel 24,
quindi -307;
oltre i 65 anni: 54.998 nel 23, 55.586 nel 24,
quindi +588.

Da questo dato, le proiezioni fatte rispetto al 2031 sono chiare: si prevede che la popolazione over 65 superi il 31% della popolazione provinciale, con un aumento di circa 6.000 unità. Di qui si prevede una contrazione di circa 9.000 unità in età lavorativa (Osservatorio economico e sociale di Treviso e Belluno – Mamprin). Quanto alla fascia 15-39? Può rimanere stabile soltanto grazie all’apporto dell’immigrazione e sperando nel leggero aumento della fecondità registrato tra il 2005 e il 2015. Citando un altro studio, stavolta condotto dalla Cisl (“Il ricambio generazionale nel mercato del lavoro nelle Province di Treviso e Belluno”, maggio 2023), entro il 2037 la provincia potrebbe registrare una carenza di circa 17.000 lavoratori, a causa dell’uscita dal mercato del lavoro dei baby boomer e della limitata immissione di giovani. (Non che il Veneto di Zaia se la passi molto meglio: Fondazione Corazzin, centro studi della Cisl Veneto, ha previsto che, entro il 2037, mantendo invariati i tassi di occupazione attuale, il Veneto potrebbe registrare un deficit di circa 317.000 lavoratori).
Tornando alle stime previsionali al 2031 dell’Osservatorio, esse offrono un altro dato preoccupante, che riguarda le aree montane, in particolare Cadore e Agordino, le aree più colpite dallo spopolamento e dall’invecchiamento: si prevede che nel 2031 solo un residente su quattro del Bellunese risiederà nelle terre alte, mentre la Valbelluna concentrerà il 48% della popolazione provinciale. Anche rispetto a questo dato, può Feltre continuare a pensarsi nulla più di un grande paesone? Può ancora la Valbelluna permettersi una piccola amministrazione dell’ordinario, quando è destinata ad ospitare metà provincia? Aggiungiamo a questi quesiti alcuni dati del 2025 (Corriere delle Alpi, Cason 21/2/2025) su servizi e infrastrutture, per i quali la situazione appare ancora più drammatica. La provincia è ultima in Veneto per l’offerta di servizi educativi per la prima infanzia, con solo il 28% dei bambini da 0 a 2 anni che ha accesso a tali servizi; la copertura della banda larga è inferiore alla media regionale, con solo il 59% dei comuni raggiunti da connessioni ultraveloci (+100 Mbps); il numero di esercizi commerciali è carente, con una media di 6 negozi alimentari per comune, rispetto agli 11 della media regionale.

 

Una provincia o in pensione o per gli altri
Concludendo, questa provincia si spopola e invecchia. Una politica sempre più vecchia, fatta su misura per vecchi. Del resto, quando sul totale dei residenti (197.788 al 1° gennaio 2024), la percentuale tra i 18 e i 34 anni arriva appena al 16%, “contro” il 27,8% degli over 65 (con proiezioni al 2033 oltre il 32%), come far sentire la voce dei giovani, anche rispetto al peso elettorale? Tanto più se la fascia mediana (35-65 anni, 42%, con la fascia 35-40 al 4,9%) a stento va a votare o partecipa? Anzi, proprio questa fascia dovrebbe mobilitarsi per i giovani, per garantire un futuro ai propri figli, altrimenti costretti a scappare da questa realtà gerontocratica con sempre meno opportunità, servizi, speranze.
Il bianco neutrale del Libro sulla montagna, qui ci sembra il bianco dei capelli degli abitanti di una Provincia che sta diventando un grande circolo per anziani, vuoto, riempito solamente da turisti di passaggio.

Forse non è possibile salvare la montagna, in un mondo in cui entro il 2050 circa il 68% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane, con un incremento di 2,5 miliardi di persone nelle città (Proiezioni ONU). In un mondo che sta spospolando le aree interne e rurali, come ci dicono le stime delle Nazioni Unite, per le quali la popolazione rurale passerà dal 45% attuale al 30% entro il 2050. In un mondo in cui i cambiamenti climatici stanno facendo migrare milioni di persone verso le città. Ma se è ancora possibile, in un mondo come questo, salvare la montagna, la nostra montagna, deve partire dalla voce dei giovani e da quella fascia mediana, ad ora di indifferenti, che si imponga di non vendere la montagna agli interessi della pianura; di non cedere allo smantellamento dei servizi; di non cadere nella trappola di chi dà la colpa agli stranieri, perché si è visto, questa montagna si salva solo con l’immigrazione; di non rassegnarsi a tornare alle proprie radici, soltanto per dormire.