Attualità – 28 febbraio 2025
Un futuro sbilanciato: il prezzo della crescita squilibrata
La globalizzazione ha comportato unificazioni nei mercati, favorendo il flusso di beni, capitali e informazioni. Tuttavia, questo fenomeno ha avuto anche effetti contrastanti. Da un lato, ha stimolato la crescita di molte economie, ma dall’altro ha aumentato le disuguaglianze sociali ed economiche. La globalizzazione ha consentito l’accumulo di ricchezze da parte di pochi, mentre ha minato le possibilità di miglioramento per ampie fasce di popolazione. In passato, esistevano meccanismi che permettevano la mobilità sociale, ma questi sono venuti meno. Questa perdita di opportunità di ascesa sociale ha portato al ridimensionamento dei sistemi di welfare, aggravando la situazione delle classi medie e lavoratrici. Oggi molti patrimoni, accumulati durante una vita di lavoro, sono utilizzati per garantire la sopravvivenza delle generazioni future piuttosto che essere investiti in nuovi progetti o iniziative. In Italia, i patrimoni delle classi medie e produttive rappresentano l’ultimo ammortizzatore sociale, ma quando anche questi si esauriranno, la situazione diventerà insostenibile.
Oxfam, una confederazione internazionale di organizzazioni non-profit che combatte la povertà, promuove la giustizia sociale ed economica e monitora ogni anno le disuguaglianze attraverso un rapporto.
Il Rapporto Oxfam 2025 evidenzia come la ricchezza dei miliardari sia aumentata di 2.000 miliardi di dollari nel 2024, un incremento che corrisponde a circa 5,7 miliardi al giorno, tre volte più rispetto all’anno precedente. Al contempo, la povertà estrema è rimasta invariata rispetto al 1990. Se questa tendenza persiste, ci vorrebbero oltre cento anni per sradicare completamente la povertà. In Italia, il 5% più ricco possiede quasi la metà della ricchezza nazionale, evidenziando una crescente disuguaglianza.
Le disuguaglianze sociali ed economiche non sono il risultato di eventi casuali né inevitabili, ma sono il frutto di scelte politiche ed economiche che hanno ridistribuito in modo diseguale risorse, opportunità e potere. L’attuale sistema economico globale è incapace di garantire un benessere collettivo sufficiente e tende a premiare in modo sproporzionato chi già possiede ricchezze, consolidando così un ciclo di disuguaglianza. Questo sistema si giustifica spesso attraverso la retorica della meritocrazia, secondo cui i ricchi sono tali perché meritano di esserlo, mentre i poveri sono privi di merito. Tuttavia, gran parte della ricchezza dei miliardari – circa il 36% – proviene da eredità e non da sforzi individuali o attività imprenditoriali. Questo dato evidenzia come la distribuzione delle fortune sia più legata alla trasmissione intergenerazionale di patrimoni che al talento o al duro lavoro.
Secondo il rapporto annuale della rivista Forbes, tra la fine di novembre 2023 e la fine di novembre 2024 la ricchezza complessiva dei miliardari è aumentata di 2.000 miliardi di dollari, con un incremento che ha visto crescere il numero dei miliardari di 204 unità, pari a quasi quattro nuovi miliardari ogni settimana. Durante questo periodo, i miliardari hanno visto crescere i loro patrimoni a un ritmo di 2 milioni di dollari al giorno. L’incremento dei patrimoni dei dieci miliardari più ricchi è stato ancora più significativo, con un aumento di circa 100 milioni di dollari al giorno.
Nonostante questi numeri impressionanti, oltre un terzo della ricchezza dei miliardari proviene da eredità, e nel 2023, per la prima volta, la quota di ricchezza derivante da eredità ha superato quella generata dall’attività imprenditoriale. In sostanza, molti patrimoni miliardari vivono una vita propria, slegata da attività produttive o da investimenti che potrebbero generare nuova ricchezza per la società. Questo fenomeno evidenzia come la ricchezza non provenga più solo dall’imprenditorialità o dal lavoro, ma piuttosto dalla perpetuazione di patrimoni già esistenti.
Nel contesto globale, le economie avanzate hanno visto un afflusso netto di redditi da capitale provenienti dal Sud del mondo. Nel 2023, questa “estrazione” ha raggiunto quasi 1.000 miliardi di dollari, beneficiando principalmente l’1% della popolazione più ricca del Nord globale, che ha ottenuto oltre 30 milioni di dollari all’ora. Questo flusso di risorse verso i Paesi ricchi ha ulteriormente ampliato il divario tra le nazioni ricche e quelle povere, contribuendo a consolidare le disuguaglianze globali.
Nel contempo, la povertà continua a crescere. Secondo la Banca Mondiale, il ritmo di riduzione della povertà estrema si è notevolmente rallentato negli ultimi anni, con l’incidenza della povertà nei Paesi a basso reddito addirittura superiore rispetto ai livelli precedenti la pandemia di Covid-19.
Nel suo ultimo rapporto sulla povertà, la Banca Mondiale ha sottolineato che senza una crescita economica più solida e inclusiva, ci vorranno decenni per eliminare la povertà estrema, quella condizione in cui una persona vive con meno di 2,15 dollari al giorno. Inoltre, se la situazione attuale persiste, potrebbero essere necessari oltre 100 anni per sollevare l’intera popolazione globale sopra la soglia di povertà di 6,85 dollari al giorno, che è un livello generalmente riconosciuto nei Paesi a reddito medio-alto.
Mentre tra il 2013 e il 2019 circa 150 milioni di persone sono riuscite a uscire dalla povertà estrema, si stima che tra il 2024 e il 2030 solo 69 milioni di persone avranno la possibilità di farlo. Il numero totale di persone che vivono in condizioni di povertà estrema potrebbe quindi scendere da circa 700 milioni a 622 milioni, ma la percentuale della popolazione globale che vive in povertà rimarrà comunque alta, pari al 7,3% della popolazione mondiale. Questo scenario evidenzia la difficoltà di affrontare e ridurre le disuguaglianze globali e la povertà in un sistema economico che continua a favorire le élite e penalizzare le fasce più vulnerabili della popolazione.
Le previsioni attuali suggeriscono che non sarà possibile raggiungere l’obiettivo fissato nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, sottoscritta nel 2015 dai 193 governi dei Paesi membri delle Nazioni Unite, che prevede di eliminare la povertà estrema entro il 2030. Questo obiettivo, che sembrava alla portata di mano, è sempre più difficile da raggiungere, dato il persistente livello di povertà e disuguaglianza, e la necessità di un cambiamento nelle politiche economiche mondiali per ridurre significativamente la povertà.
Inoltre, la popolazione globale che vive in povertà estrema è estremamente eterogenea e presenta caratteristiche differenti a seconda della regione in cui si trova. Due terzi di coloro che vivono in povertà estrema si trovano nell’Africa subsahariana, e questa proporzione raggiunge il 75% se si includono altri Paesi vulnerabili e colpiti da conflitti. Le persone che vivono in queste aree sono anche quelle che alimentano i flussi migratori legati alle condizioni ambientali difficili e alla mancanza di opportunità economiche.
Un altro aspetto importante è che l’incidenza della povertà estrema colpisce in misura maggiore le donne. Una donna su dieci nel mondo vive in condizioni di estrema povertà, una proporzione significativamente più alta rispetto agli uomini, con un gap di circa 24,3 milioni in termini assoluti. La povertà, infatti, non riguarda solo l’accesso alle risorse economiche, ma si estende a settori fondamentali come la sanità, l’istruzione e l’accesso all’acqua pulita. In molti casi, la povertà significa anche soffrire la fame, e i dati globali sono allarmanti. Attualmente, 733 milioni di persone soffrono la fame nel mondo, un aumento di 152 milioni rispetto al 2019.
Per ridurre la povertà estrema, sarebbe necessario rafforzare e rendere più inclusiva la crescita del reddito, una politica che, però, trova molte resistenze tra i ceti più benestanti. La Banca Mondiale sottolinea che le disuguaglianze elevate costituiscono un ostacolo significativo per l’uscita dalla povertà di ampie fasce della popolazione. Al contrario, una crescita economica moderata, se accompagnata da una riduzione delle disuguaglianze, potrebbe portare a risultati migliori nella lotta contro la povertà estrema rispetto a un’incessante ricerca di crescita economica senza misure di giustizia sociale.
Un altro aspetto che contribuisce a perpetuare le disuguaglianze è la ricchezza “estratta” da sistemi economici globali disfunzionali, piuttosto che creata attraverso l’iniziativa imprenditoriale. L’idea che i miliardari siano ricchi grazie al loro impegno personale, al rischio imprenditoriale e alla propensione all’innovazione è una convinzione diffusa ma errata. In realtà, una parte consistente delle fortune dei miliardari proviene da eredità, clientelismo e potere monopolistico delle imprese che controllano o dirigono. Come abbiamo visto, il 36% della ricchezza dei miliardari è ereditata: un livello record destinato a crescere ulteriormente. Questo processo di trasmissione intergenerazionale di ricchezza sta creando una nuova aristocrazia globale, che sostiene un sistema economico estremamente ingiusto e concentrato nelle mani di pochi.
Oggi, tutti i miliardari sotto i 30 anni hanno ereditato i loro patrimoni, in quello che è stato definito “il grande trasferimento di ricchezza”. Si prevede che nei prossimi due o tre decenni più di 1.000 miliardari lasceranno ai propri eredi oltre 5.200 miliardi di dollari. Questo trasferimento sarà in gran parte esente da tassazione, in quanto, secondo un’analisi di Oxfam, due terzi dei Paesi non tassano i lasciti ai discendenti diretti, e metà dei miliardari vivono in Paesi dove non esiste una tassa di successione.
Inoltre, i legami familiari e di amicizia tra le élite imprenditoriali rafforzano ulteriormente il loro potere e la loro influenza. Un tentativo di quantificare la ricchezza dei miliardari derivante da relazioni clientelari è stato fatto dall’Economist, che ha rilevato che tra il 1998 e il 2023 la ricchezza dei “crony-capitalists, cioè quei capitalisti che operano in un sistema in cui il successo negli affari dipende da strette relazioni tra uomini d’affari e funzionari pubblici, a discapito della libertà di impresa e della concorrenza, è passata da 315 miliardi di dollari a 3.000 miliardi di dollari, ovvero dal 1% al 3% del PIL globale.
La crescita della ricchezza dei miliardari è strettamente legata al potere di mercato esercitato dalle grandi imprese che controllano o dirigono. Queste imprese monopolistiche ottengono rendite immerse e, al contempo, contribuiscono ad accrescere le disuguaglianze economiche. I ricavi combinati delle cinque maggiori aziende al mondo superano il reddito aggregato dei due miliardi di persone più povere del pianeta, il che mette in evidenza l’asimmetria nei benefici economici derivanti dal mercato globale.
Le aziende monopolistiche limitano l’accesso ai mercati da parte di nuovi concorrenti e soffocano l’innovazione. Il loro potere si estende anche al mercato del lavoro, dove la concentrazione dell’occupazione in poche imprese riduce la concorrenza tra di esse, diminuendo le alternative per i lavoratori. Di conseguenza, soprattutto i lavoratori meno qualificati vedono ridursi il loro potere contrattuale e i salari. I monopoli, in pratica, determinano una “redistribuzione alla rovescia”, trasferendo risorse dai lavoratori ai detentori del capitale e rafforzando così un sistema economico che avvantaggia una ristretta élite a scapito della maggioranza della popolazione mondiale, in particolare nel Sud del mondo.
Nel corso della storia, le società hanno cercato di giustificare le disuguaglianze attraverso argomentazioni morali. Oggi, però, ci si affida a due concetti interconnessi che riguardano il “valore” e il “merito”. In particolare, il mondo imprenditoriale, che comprende settori come la finanza, l’industria farmaceutica e le startup, sostiene con forza che la sua attività contribuisce in modo sostanziale all’economia. La loro affermazione è che il loro operato genera ricchezza, comporta rischi considerevoli e, di conseguenza, meritano compensi elevati. Questo argomento si basa sul concetto di “creazione di valore”, ma è spesso vago e ambiguo. Ad esempio, il valore viene comunemente definito dal prezzo, ma questa definizione non distingue tra attività che effettivamente creano valore (generando profitti) e quelle che semplicemente estraggono valore (creando rendite). Quando non si riesce a fare questa distinzione, diventa difficile capire chi stia davvero creando valore e chi, invece, stia solo sfruttando il sistema.
La “creazione di valore”, infatti, è un processo collettivo che coinvolge molteplici attori, come azionisti, manager, lavoratori e persino lo Stato, con i suoi investimenti. Il concetto di valore, inoltre, è strettamente legato agli obiettivi economici che una società si prefigge e a ciò che considera come fondamentale per la collettività. Creare valore non significa solo aumentare la ricchezza monetaria, ma anche valorizzare l’innovazione, il capitale umano e la sostenibilità ambientale. La creazione di valore passa anche attraverso scelte economiche che combattono la povertà, promuovono l’inclusione sociale e riducono le disuguaglianze economiche.
In Italia, le ultime stime, risalenti alla metà del 2024, rivelano ampie disparità nella distribuzione della ricchezza delle famiglie. Secondo un’analisi condotta dalla Banca d’Italia sui conti distributivi della ricchezza netta delle famiglie italiane, i dati mostrano una chiara concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Il 10% delle famiglie più ricche detiene quasi il 60% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera delle famiglie italiane detiene solo il 7,4% della ricchezza totale.
Se si confrontano le ricchezze dei diversi gruppi sociali a metà del 2024, emerge che il 10% delle famiglie più ricche ha una ricchezza superiore di oltre 8 volte a quella della metà più povera delle famiglie italiane, un divario che è aumentato rispetto al 2010, quando tale rapporto era pari a 6,3
Tra la fine del 2010 e la metà del 2024, si osserva una dinamica divergente tra la ricchezza detenuta dal 10% più ricco e quella posseduta dalla metà più povera della popolazione italiana. La quota del top 10% è aumentata significativamente, passando dal 52,5% alla fine del 2010 al 59,7% a metà del 2024, con un picco del 59,9% nel 2023. Al contrario, la quota della metà più povera è diminuita di quasi un punto percentuale, scendendo dall’8,3% del 2010 al 7,4% nel 2024. Questo evidenzia un trend crescente di concentrazione della ricchezza, che riflette un ulteriore ampliamento delle disuguaglianze economiche in Italia.
Il modello di sviluppo delle società occidentali, nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, si fondava su principi di Costituzioni liberaldemocratiche e su meccanismi di redistribuzione del reddito che miravano a garantire l’esistenza di una solida classe media. Questa classe era organizzata politicamente e socialmente, attraverso partiti, sindacati e associazioni che la rendevano partecipe delle decisioni collettive. Anche i settori lavorativi, come quelli industriali, agricoli e dei servizi, erano strutturati in modo simile, favorendo una forte organizzazione sociale. Inoltre, esistevano meccanismi di promozione sociale, come gli ascensori sociali, che offrivano opportunità di mobilità sociale, supportati da un sistema di welfare che era universalista, equo e ampiamente operante. I servizi come la scuola, la previdenza, la sanità e i servizi sociali erano accessibili, contribuendo alla riduzione delle disuguaglianze.
Oggi, però, questo modello appare in crisi. La struttura sociale si è evoluta, e la partecipazione attiva dei cittadini nei processi democratici è diminuita. Le forme di comunità che una volta favorivano l’inclusione e la solidarietà si sono indebolite, portando a una crescente disgregazione dei legami sociali. In un contesto che Zygmunt Bauman definisce come “liquido”, in cui la modernità e la socialità si sono smaterializzate, gli individui non sono più considerati come cittadini, ma piuttosto come solitudini che lottano per affermarsi in una competizione sociale sempre più spietata. In questa competizione, si sono affermati meccanismi di valutazione che legano il successo sociale a criteri come il “merito”, spesso ridotto al livello di reddito e di patrimonio posseduto.
Questa logica ha portato a una distorsione dei valori sociali, per cui la povertà e l’indigenza vengono percepite come una sorta di disvalore. La ricerca di “equità”, “universalismo” e “accesso ai diritti e alle cure” ha perso importanza e rilevanza. In effetti, la crescente enfasi sui parametri economici come il reddito e la ricchezza ha ridotto il valore sociale attribuito alla giustizia e all’uguaglianza di opportunità. I media e i decisori politici hanno cominciato a concentrarsi su concetti come il “merito”, che si traduce in una misurazione basata principalmente sul reddito o sui patrimoni posseduti.
Un esempio concreto di queste disuguaglianze emerge dai dati presentati da ISTAT nel 2023, secondo i quali il 7,6% della popolazione italiana ha rinunciato a curarsi, un dato che segna un aumento rispetto al 6,3% registrato nel 2019, prima della pandemia. Queste persone, in gran parte anziane e residenti in aree rurali o nelle periferie urbane, sono particolarmente vulnerabili a causa delle difficoltà economiche che affrontano. Lo stesso anno, circa 2,2 milioni di famiglie italiane vivevano in condizione di povertà assoluta (pari all’8,4% del totale delle famiglie), mentre quasi 5,7 milioni di individui erano in povertà (9,7% della popolazione residente), con una distribuzione geografica della povertà che è fortemente concentrata nelle regioni del Mezzogiorno e nelle zone di deindustrializzazione del Nord.
Le disuguaglianze economiche si riflettono anche nelle condizioni di salute. La povertà è spesso un indicatore di fragilità sociale ed economica, e una delle sue conseguenze dirette è la cronicizzazione delle malattie, con il rischio di sviluppare patologie complesse che richiedono cure prolungate. La solitudine, inoltre, è un altro fenomeno che si manifesta in questa fase di degrado sociale, un fattore che è strettamente legato a disturbi mentali e psichici. La difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari e sociali contribuisce ad aggravare questa situazione di disagio, e i tagli ai fondi destinati ai servizi sociali non fanno che peggiorare la qualità della vita delle persone vulnerabili. I Comuni e le associazioni locali sono costretti a delegare i servizi sociali alle ASL, ma queste ultime spesso rispondono con un approccio sanitario più che sociale, riducendo ulteriormente l’efficacia dell’assistenza.
Il rischio di questo processo è che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) si veda ridotto in termini di quantità e qualità delle prestazioni, creando un sistema sanitario a “universalismo selettivo”, in cui le persone con maggiori risorse economiche possano rivolgersi alla sanità privata, mentre le persone meno abbienti siano costrette a fare affidamento su un SSN ridotto e sovraccarico. Già oggi, i dati sulla mobilità sanitaria mostrano che molte persone, soprattutto quelle provenienti dalle regioni meridionali, si rivolgono alle strutture sanitarie del Centro-Nord, spesso pagando viaggi e soggiorni per accedere a cure migliori. Questa disuguaglianza territoriale nell’accesso ai servizi sanitari è testimoniata dai dati sulla mobilità sanitaria, secondo cui la Lombardia, l’Emilia-Romagna e il Veneto attirano la maggior parte dei pazienti provenienti da altre regioni. Allo stesso tempo, le regioni con maggiori difficoltà, come la Campania, la Puglia e la Sicilia, devono far fronte a un saldo negativo significativo nei pagamenti per le cure ricevute dai propri residenti in altre regioni.
In questo contesto, la sfida per il futuro è quella di ripristinare il legame tra equità e sostenibilità. Come sottolinea Enrico Desideri, questi due principi non sono separabili, ma devono essere trattati come due facce della stessa medaglia. La sostenibilità sociale e sanitaria non può essere raggiunta se si tollerano disuguaglianze, né tantomeno se si accetta l’idea che le persone più ricche possano non accedere a determinate prestazioni del SSN perché in grado di provvedere autonomamente. Questo non è solo ingiusto, ma indebolisce l’intero sistema sanitario, privandolo delle competenze necessarie e riducendo la sua capacità di innovare. La via per un futuro più giusto e sostenibile è quindi quella di ridare valore ai principi di equità e universalismo, non attraverso modelli obsoleti, ma utilizzando gli strumenti e le tecnologie moderne per rispondere alle esigenze di tutti i cittadini, in una visione di salute integrata e globale, la “One Health”, nella quale coesistono salute umana, animale e dell’ambiente.
Nonostante le difficoltà, esistono segnali positivi che indicano una possibile rinascita del sistema sanitario e sociale, a livello sia istituzionale che comunitario. La chiave per affrontare questi problemi risiede nella volontà di superare visioni egoistiche e divisive, di rinunciare a rendite di posizione e di mettere al centro le persone e la società nel loro complesso. Se saremo in grado di unire le forze, di guardare con attenzione alle problematiche sociali e sanitarie, senza pregiudizi, potremo rinnovare le migliori pratiche del SSN e correggere quelle che non funzionano. La sfida non sta nelle competenze, ma nella determinazione di affrontare le problematiche con il coraggio di introdurre innovazioni profonde.
