Pansatyrikon – 6 novembre 2023
Tognazzi e perché rivendicare il diritto alla cazzata
In questi giorni ci siamo accorti che sono passati 33 anni dalla morte di Ugo Tognazzi, avvenuta il 27 ottobre 1990. Non si può commemorarlo senza ricordare una delle tante perle che ha regalato a questo paese serioso e pagliaccesco. Di seguito, la preferita.
Nel 1979 Ugo Tognazzi prese parte a uno dei più clamorosi scherzi mediatici della storia italiana: accettò di essere fotografato ammanettato da finti carabinieri in quanto…capo delle Brigate Rosse. Si trattava di una burla predisposta dal settimanale satirico Il Male. Tre finte edizioni del Giorno, della Stampa e di Paese Sera uscirono con titoli che annunciavano l’arresto dell’attore, capo (“Grande vecchio”), delle BR. In sua difesa, rivendicò questo: il diritto alla cazzata.
Perché lo ricordiamo, e perché ci manca? Perché in un momento come questo, ricordare l’insegnamento più alto di Tognazzi, cioè che tutti abbiamo il diritto di sparare e fare una gran cazzata, è una panacea contro il brusio continuo e quotidiano delle osterie virtuali dette social, la mitomania collettiva, non patologica ma esigita ed esibita, continuamente, con analisi inaggirabili e incontrovertibili su tutto e tutti. Contro le morali, i life coach, le grandi inchieste, le grandi indignazioni, le grandi battaglie, le svolte epocali. Contro quelli che mettono d’accordo tutti, contro gli uomini per tutte le stagioni. Contro i tristoni, i perbenisti, i pedanti, i ragionieri delle passioni, i grandi censori di provincia, gli intellettuali di moda, gli egotici, i sempiterni offesi, gli allarmati, i boriosi, i salvatori della patria, i benpensanti, i sepolcri imbiancati. Gli ipocriti.
È vero, siamo anche un paese di pagliacci, dove è tanto bello dar fiato alle trombe e di cazzate se ne senton continuamente e di parecchie, dove se non sei accattivante, se non sei simpatico, se non combini qualcosa, non appari e quindi non esisti. Ma quelle non sono mica cazzate, e non sono le cazzate che ci ha insegnato a rivendicare Tognazzi. Quello è forse il conformismo vuoto, chiacchiericcio demenziale, che abitiamo, ma… ma lasciamo stare, qui ora si parla solo di cazzate.
Quindi grazie Tognazzi, perché ci ricordi quanto Guccini cantava nella sua vera Avvelenata, quella dal titolo Parole: «qui sul mio onore, smetterei di giocar con le parole, ma è un vizio antico e poi quando ci vuole per la battuta mi farei spellare». La cazzata è faccenda antica, e prima di tutto un diritto, cui non si deve, né si riesce, ad abdicare e per cui vale davvero la pena di farsi spellare. Come è impossibile rinunciare alla battuta su sé stessi. Dacché l’autoironia, ancorché mai capita dai noiosoni, è ancora la forma più alta e seria di disperazione.
Sempre grazie Tognazzi, per salvarci da tutta questa noia, da tutta quest’ansia e da tutti questi falsi oneri ed onori, rivendicando il diritto sacrosanto alle nostre grandi e clamorose cazzate.
