Attualità – 18 dicembre 2023
Pensieri freddi sul finire del Ventitré
Finisce l’anno Ventitré. Orribile, come ogni altro. Ne parlo dal punto di vista della politica e così da quell’orribile si scende, e di molto.
Il giovanilismo è per vecchi
Siamo un paese di vecchi. E per vecchi. L’età mediana aumenta e per i giovani c’è sempre meno spazio. Una notizia di fine estate diceva che gli under 35 andranno in pensione a 74 anni con meno di 1600 euro lordi. Quindi i giovani in Italia o non lavorano o, se lavorano, lavoreranno per tutta la vita. Perché restare? Per chi restare?
La maggior parte dell’elettorato è anziano, e questo si vede chiaramente nelle scelte: ben che vada conservazione, altrimenti reazione. Incapacità di comprendere le direzioni fondamentali del nostro tempo, disinteresse per il futuro. Quest’ultimo, poi, moltiplica esponenzialmente il disinteresse per l’ambiente. Perché preoccuparcene? I nostri ragazzi avranno tempo per sistemare le cose. D’altra parte, lavoreranno fino a 74 anni.
Così anche il Veneto è una regione per vecchi, solo che non lo diciamo. Perché qui non possiamo lamentarci, altrimenti si passa per terroni, ed anche perché i vecchi fanno ancora a finta di essere giovani. Sia perché possono permetterselo, sia perché non hanno ancora avuto il coraggio di fare outing e confessare di essere diventati adulti, se non di più.
Il 2023 conferma alcuni trend del 2022 se non addirittura li aggrava. 1 giovane under 30 su 3 lavora in nero, in un quadro generale per cui gli stipendi in Italia sono gli unici in Europa a essere diminuiti negli ultimi 30 anni (fonti Istat ADAPT, Unipolis). Mi raccomando però: i giovani non hanno voglia di fare nulla, non è mica il mondo del lavoro a non offrire loro le opportunità che meritano.
L’unica cosa che rimane da fare ai giovani è continuare a formarsi, confidando nella previsione per cui nel 2030 svolgeranno un lavoro che oggi non esiste. Secondo l’Institute for the Future, infatti, nel giro di 7 anni l’85% degli attuali studenti svolgerà una professione che non c’è ancora. Entro il 2030, AI, VR e AR saranno fondamentali per molte professioni. Ma è possibile continuare a formarsi in un paese che ti toglie l’opportunità di mettere in pratica ciò che hai imparato? No. Hanno ragione i giovani che scrivono “noi, a questo Stato, non dobbiamo niente”. E partono.
Belluno è caso emblematico: la provincia del Nord da cui fuggono più under 30. Più di 16mila sono all’estero. I dati generali indicano che l’Italia ha perso quasi 239mila giovani negli ultimi 10 anni. Se consideriamo che questi dati arrivano dall’Aire, ma che non tutte le persone che si trasferiscono all’estero si iscrivono ad esso, il numero, secondo gli esperti, va almeno raddoppiato. Dati certi: a fronte di 5,8 milioni di cittadini italiani di tutte le età iscritti all’Aire, la provincia italiana da cui gli under 30 scappano di più è Enna, Belluno è ottava tra Caltanissetta e Avellino. In quattro anni (2019-2023) si è riscontrato un aumento di bellunesi del 9,9%. Al 1° gennaio 2023 erano 57.988, invero il 29,2 % dei bellunesi è iscritto all’Aire, cioè uno su 3. Aspettiamo il dato al 1° gennaio 2024. È una provincia da cui si scappa ed una provincia per vecchi, non serve la gerontocrazia feltrina a confermarlo.
Sopra si diceva della formazione continua dei giovani, forse l’unica loro speranza… o condanna. Ma quanto costa studiare? Dai dati del maggio ’23 emerge come in Italia, se la famiglia non può pagare gli studi, l’aiuto che si può ricevere è ben poco. L’Italia è infatti tra i Paesi con la più bassa percentuale di studenti che ricevono una borsa di studio o un prestito garantito dallo Stato per studiare. Mentre in Gran Bretagna quasi la totalità degli studenti riceve un prestito garantito dallo Stato, l’Italia, come la Francia, non arriva al 40%. Quindi, ancora: perché restare? Per chi restare?
Qui da noi, al Nord? La verità è che alla narrazione del Super Veneto di Zaia, della super Provincia dolomitica di Cortina, fa da contraltare la realtà che si continua a non dire e a non voler vedere: che i giovani da qui scappano. Perché è una terra di e per vecchi, e che della festa del prosecco, del triathlon con la porchetta e del radicchio ai giovani, per fortuna, non interessa nulla.
Eppure, anzi proprio per questi motivi, siamo un Paese ed una terra terribilmente giovanilista. In che senso? Nel senso che il giovanilismo è per definizione per vecchi. Per chi giovane non lo è più, per chi i giovani non li vede, non li conosce, non li capisce. E quindi ne fa un mito, solo che per sé stesso. Nei fatti li ignora, e si riempie la bocca di giovani, giovani, giovani. Un giovanilismo ipocrita che ai giovani dà solamente la nausea.
La politica nera tra Meloni, Schlein e di nuovo Trump
Un anno e passa di Meloni e ci siamo liberati sia di Berlusconi che di Salvini. Il tentativo di quest’ultimo di ricicciarsi ancora più a destra finirà forse con un buco nell’acqua, perché la destra la tiene bene in pugno (aperto) Giorgia da Roma, donnamadrecristiana. Una destra sempre più reazionaria, sovranista ma sostanzialmente incapace di mettere a terra qualsivoglia riforma che cambi concretamente le cose. L’aspirazione sociale rimane a parole, e la politica economica assomiglia più a quella degli anni d’oro del forzismo che alle ricette di Giorgia Underdog, (vedi sanità pubblica), pur riuscendo al contempo, paradossalmente, a scontentare gli industriali. Non un buon inizio, ma agli italiani per ora poco importa. La luna nera di miele è ancora in corso, e durerà a lungo. Questo sono oggi gli italiani, o almeno la maggior parte.
Certo, nella trasformazione dell’Italia nell’Ungheria orbaniana aiuta bene un TG1 che manda spot di Atreju, ma aiuta più d’ogni altra cosa che il segretario del principale partito di opposizione sia Elly Schlein. Il paradosso di Schlein consiste nell’aver perso il congresso nell’esatto momento in cui lo ha vinto. In che senso? Nel senso che ha vinto il congresso di un partito che non la voleva, votata da altri, esterni (una cosa che non si è mai vista, e per cui ancora vien da ridere) e che quindi una volta salita al Nazareno ha dovuto introvertirsi, guardare e rispondere al suo-non-suo partito. Per alcuni, dovendo fare così, ha impostato la sordina, e la rivoluzionaria che pareva essere, che sognava d’essere, si è sciolta come neve al sole, spenta da mezza battuta di Lilli Gruber, sostanzialmente ignorata ed auto-silenziata dalla sua stessa retorica. Per altri, o almeno per me, non ha messo la sordina perché ha dovuto (in)volgersi al partito, ma perché in realtà, come previsto, non aveva nulla da dire. Un vuoto pneumatico, che ha vinto il congresso con l’amichettismo da liceo, le borse di tela e le citazioni di Alda Merini. Un armamentario che difficilmente scalfisce il melonismo e che, invero, nemmeno aveva smosso il PD. Per questo bisogna replicare ai calenrenziani che Elly Schlein non è per niente massimalista come dicono, ma è semmai il massimamente vuoto.
A ben vedere, una sola cosa va concessa a Schlein, se mai sia merito suo e non dei tempi interessanti. Radicalizzare il conflitto con la destra, sempre più nera, dire “noi siamo questa cosa qui e non siamo loro”, anche a costo di allearsi con i grillini. Insomma, davanti a una destra così, ci vogliono le barricate e scegliere da che parte stare. Dall’una o dall’altra, tertium non datur. Su questo sì, ha ragione.
Anche perché nel mondo in quest’anno Ventitré le cose non sono andate meglio. Putin continua con la barbara invasione dell’Ucraina e si è aggiunto il fronte mediorientale. I terroristi disumani di Hamas hanno costretto nella trappola perfetta Israele, che ora è però indifendibile, nel massacro che sta perpetuando a Gaza. E da qui, né America né ben che meno Europa-evanescente riescono ad arrestarlo. In Argentina ha vinto un pazzo, a conferma della crisi delle democrazie, mentre poco sopra Trump spaventa il mondo civile parlando di deportazione interna dei migranti, accusati di infettare il sangue statunitense. È un mondo che sta andando in una direzione precisa e chi non la pensa come Trump, Milei, Orban, Meloni è sempre più in minoranza. Non è dato ancora di sapere come finirà, né per noi incattiviti, né per quel continente sotto che sta sbarcando in casa nostra, né per la nostra casa Terra, che sta bruciando.
Venezia, Belluno, Feltre
Finisce il Ventitré anche qui vicino e in Veneto si parla di Zaia ter. Il governatore dello Zàiastàn, amministrato a sagre e pacche sulle spalle, vuole il terzo mandato. Peccato che in realtà sarebbe il quarto, e che prima era già stato vicepresidente della Regione Veneto per due volte. Quindi il monopolio c’è già, pressoché da un trentennio, ed è rodato alla grande. Una Regione a misura di Zaia e a sua stampa, immagine e somiglianza, che lo rivoterebbe subito senza pensare due volte, sebbene con una percentuale un poco più bassa del passato. Ma perché rimane, il nostro Luca? Perché ha fatto ancora poco in realtà, grandi opere non se ne sono viste, e perché ha capito che tra Milano e Roma non gli riesce di sfondare. Salviamo il soldato Zaia, ché gli rimaniamo noi, il prosecco, le sagre. Vediamo come finirà, intanto dal Veneto si scappa. Ma non ditelo. E contate i giorni all’autonomia.
La provincia di Belluno non va a elezione diretta, come in molti avevano invece pronosticato per il 2024. Per una serie di allineamenti magici di pianeti, costellazioni e legge Delrio, Padrin potrebbe rimanere in carica ancora per un bel po’. Solo che con una maggioranza sicuramente di destra, viste le novelle e fantastiche amministrazioni di Feltre e Belluno. Ma siamo sicuri: non perderà quell’inguaribile voglia di sorridere, anche tra Oscar e Viviana.
Ecco, passiamo a loro. Fusaro e De Pellegrin probabilmente sono in gara per chi regala il Natale più triste ai propri cittadini, e almeno per questo vanno sicuramente apprezzati. Grinch, misantropi, venite a trovarci in Largo Castaldi o in Piazza dei Martiri.
A Feltre qualcuno si è accorto che la campagna elettorale non è finita. Non per la minoranza, che se l’è finalmente messa via, ma per la maggioranza. Non è un caso si continui a dire che le cose non si fanno per colpa degli altri, che si dica catastrofico un vecchio bilancio in pareggio e fantasticherie varie. Giunta in campagna elettorale permanente, centro aperto alle macchine e chiuso ad ogni forma di vita, soprattutto se commerciale o social-mondana. Aria vecchia, desolazione, deserti. Un fallimento su tutti i fronti di cui però, ancora, forse poco importa ai più. Perché va bene così, in fondo siamo vecchi.
Eppure si resiste e qui, quando si può, ci si diverte. Perché forse l’unico insegnamento dell’anno Ventitré può essere questo: la cosa peggiore è abituarsi al torpore.
