La ricreazione è finita
Di Dario Ferrari
Sellerio editore Palermo
2023
È nota la tendenza a considerare l’università un luogo di prestigio assoluto, nel quale le conoscenze dovrebbero essere circolari, non ovattate, un continuo dipanarsi di argomenti, questioni, dibattiti inaccessibili ai più e gelosamente coltivate da quei pochi che possono intrattenersi in lunghi viaggi metafisici. Lezioni, dibattiti, seminari, tesi, antitesi: il tutto alla pari, professori e studenti che diventano un unicum, quasi fossero legati da vincoli d’amicizia o di affetto reciproco. In realtà, l’università è tutt’altro: luogo mal progettato (e sto scrivendo da una biblioteca ideata da Renzo Piano, nella quale gli spazi sono organizzati malamente e piove dentro dal tetto in vetro), mal pensato, evoluzione al contrario di ciò che rappresentava, luogo che tende ad abbracciare ed esercitare le stesse logiche di mercato (produzione, velocità, risultato… ripetere) e che non si mostra per quello che è: un continuo simposio mancato nel quale non avanzano i più bravi, ma chi riesce a non impazzire senza fare affidamento alle scorte di Lexotan, per seguire canoni globalizzanti. Ma possiamo continuare ad ignorare questi aspetti, far finta che vada tutto bene, che non ci siano problemi, che i duecento casi annui di suicidio tra gli under 24 (fonte ISTAT) non siano di grande rilevanza come non siano di grande rilevanza i casi di depressione (27%) e i casi di attacchi d’ansia o di panico (33%). Poi, possiamo pure far finta di non vedere e di non conoscere almeno uno studioso cacciato dopo anni di precariato, possiamo far finta che i giochi di potere non ci siano e che, quel professore a contratto con oltre ottanta pubblicazioni all’attivo su riviste internazionali, nonché uno tra i massimi esperti mondiali di Ernesto De Martino (antropologo italiano, fondatore con Pavese della collana viola Einaudi), abbia deciso di sua spontanea volontà di perdere un concorso da professore associato per lasciare il posto al collega, con settanta pubblicazioni in meno, ma con il professore della sua tesi di dottorato (per l’amor del cielo: un capolavoro!) in commissione d’esame. Possiamo far finta che non sia vero il dato secondo il quale i figli di operai studiano, in rapporto 8/10, negli istituti professionali e che, di questi, il 98,2% finisca, ancora, a fare l’operaio per tutta la vita, contro l’1,8% che riesce a laurearsi. Possiamo far finta che vadano bene i sermoni come l’Amaca di Michele Serra del 20/4/2018 nella quale si sosteneva che il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di appartenenza, e che da questo non c’è via di scampo. Possiamo far finta che tutta questa sia malafede, come se le frustrazioni dei giovani studenti non fossero un cancro letale per il nostro Bel Paese, ed andare avanti.
Certo, tutto possibile. Però, poi, capitano romanzi come La ricreazione è finita di Dario Ferrari (Sellerio, Palermo, 2023) e la storia che viene raccontata è perfettamente aderente a questa mia disamina, tanto da ritrovare l’esperienza universitaria collassata pagina dopo pagina. Ma, insofferenza biliare a parte, raccontiamo la storia. Marcello Gori è un trentenne, ex studente fuoricorso di Lettere, laureato con una lunga tesi su Franz Kafka che tenta, per non finire a lavorare nel bar del padre, il concorso di dottorato. Ci prova non perché si senta particolarmente pronto od avvezzo ad una vita da studioso, no: ci prova perché così tira il vento, e Marcello è abituato a procrastinare per pigrizia le sue scelte da un lato, e a buttarsi in nuove esperienze stimolanti dall’altro. Tuttavia, non è mai stato uno studente eccellente, quindi ha un certo timore di riuscire ad entrarvi, vedendo le schiere di candidati, ognuno dei quali esperto in qualcosa. Capita che, per il rotto della cuffia come si suol dire, egli riesca ad essere ripescato e venga preso, anche se non graditamente, sotto l’ala del professor Raffaele Sacrosanti, uno di quei classici professori ordinari che vengono rappresentati come dei cultori di una materia, con carattere brusco e potere di vita o di morte presso i suoi sottomessi. Il romanzo si divide in quattro parti: Anno 0, nel quale il protagonista si racconta e arriva sino ai risultati del concorso per la borsa da dottorato.
Non sono uno di quelli che ce l’hanno scritta nel DNA, la carriera accademica. A parte l’abitudine alla lettura (che ho mantenuto nonostante non la condividessi con nessuno dei miei amici e nonostante mio padre le fosse apertamente ostile), sono stato uno studente universitario piuttosto mediocre. La mia unica forza era il mestiere. Intuivo fin dall’inizio quello che un professore voleva sentirsi dire, e studiavi solo le cose che mi servivano per dire esattamente quello, non una parola di più.
La seconda parte (Anno 1, Le cose) si apre con una caratterizzazione di quella che apprendiamo essere la fidanzata di Marcello, una studentessa di medicina che si alterna tra lezioni e reparto, di nome Lucrezia. Lei ci viene descritta come molto decisa, intransigente, loquace. Una riccioli d’oro sempre pronta a fare un resoconto della sua giornata, con una voce abbastanza gradevole da tenere sempre accesa e, tuttavia, forse troppo dedita alla sua vita per occuparsi agli affetti e all’amore con Marcello:
Niente di che, questo amore che facciamo. Non è mai stata un’esperienza da strapparsi i capelli, nemmeno all’inizio. Per quanto mi riguarda, il sesso è sempre stata una cosa che quando non la potevo praticare mi sembrava che la vita non valesse la pena di essere vissuta, ma che poi nei periodi in cui l’ho avuta a portata di mano ho sempre pensato che tutto sommato ne avrei potuto tranquillamente fare a meno. Certo, il sesso con Letizia a tratti è piacevole, ma per lo più è un’attività piuttosto marginale nel nostro rapporto e nelle nostre vite. […]Quanto a me confesso che tutta la faccenda del sesso mi pare un po’ ridicola. Tutti i gesti, le smorfie, i rantoletti, i gemitini, le lingue nelle orecchie l’eccesso di saliva, il sudore d’estate e le mani gelide d’inverno, le sconcezze biascicate, la finzione che gli organi genitali siano belli: mi sembra tutta una goffa simulazione.
Questa parte prosegue, poi, con il primo incontro privato tra il professor Sacrosanti e Marcello: il professore non è particolarmente contento della nomina del giovane e, durante questa chiacchierata, essi delineano il tema della ricerca di dottorato: Marcello dovrà occuparsi di Tito Sella, ex terrorista di sinistra, viareggino e scrittore. Ecco come si conclude il primo anno di Marcello: Anno 1, Le cose. Le cose sono i fatti che riesce a raccogliere della vita di Sella, tramite sentenze, inchieste e articoli di giornale.
Alla fine degli anni Settanta il filosofo francese Michel Foucault progettava di scrivere una raccolta di testi intitolata La vita degli uomini infami, che avrebbe dovuto essere costituita dalle biografie di internati psichiatrici tra Sei e Settecento. Il progetto non vedrà mai la luce, e di esso ci resta solo l’introduzione, in cui è interessante vedere l’uso che fa il filosofo del termine «infame»: colui che ha cattiva fama – perché si è macchiato di una colpa – ma anche colui che è senza voce (in greco: pheme). L’intenzione è quella di dare voce a coloro che non ce l’hanno, tanto per motivi individuali (sono pazzi, e dunque non sanno parlare come si deve) quanto per motivi sociali (sono stati esclusi dalla società, reclusi in uno spazio che le è esterno). Se il progetto di Foucault si arena, e dagli anni Ottanta il filosofo prenderà altre strade, lasciando sullo sfondo le questioni dell’internamento e della società disciplinare, si può dire che a raccogliere la sfida sia stato, tra gli altri, Tito Sella, nella sua prima opera, Agiografie infami: il suo testo più fortunato, incessantemente pubblicato dal 1983 (anno della sua scomparsa) ad oggi.
Anno 2 si intitola Le parole, e qui Marcello comincia davvero ad occuparsi di Sella oltre le sentenze e gli articoli: legge, studia, commenta le opere, cercando di scrivere degli articoli che siano al contempo dignitosi ed epurati dai riferimenti alle politiche interne dell’università (in questo caso il riferimento è allo scontro tra Sacrosanti e un altro professore, tale Martesana, due giganti della critica letteraria italiana), partecipa ed organizza barbosi seminari, seguendo tutti gli ordini del suo mentore. Marcello matura l’esigenza di doversi recare all’archivio Sella di Parigi, per cercare le tracce di un’opera mancante, la Fantasima, autobiografia selliana mai ritrovata. È proprio da questa terza parte che a Marcello accade quello che accade ad ogni studioso che si concentri sull’opera di un certo autore: si scorgono quei parallelismi tra una vita e l’altra, tra gli stati emozionali, tra le metafore indirette: Marcello, per certi versi, si sente Tito Sella, coglie il suo pathos. Il terzo capitolo si intitola La Fantasima. Per 142 pagine continuative entriamo nella storia autobiografica di Tito Sella, completata solo nell’ultima parte da Marcello sulla base degli appunti di Sella stesso. Riusciamo a cogliere per filo e per segno il succedersi degli eventi, le amicizie, gli amori e la fine di quella che era cominciata come una lotta di classe, per terminare nel sangue e nelle sentenze dei tribunali. L’ultima parte del testo, che credo sia quella che mi è piaciuta meno, si intitola Anno 3, i Fantasmi e si muove tra due registri, legati l’un l’altro: il primo è quello della completa trasformazione, oramai avvenuta, tra il protagonista e Tito Sella, che si ritrova pure nella proiezione, idealistica, dell’amore sfortunato dell’ex terrorista con la sfortunata Emma; il secondo è quello del cambiamento, totale, di Marcello che diventa cosciente dei suoi mezzi e dello schifoso mondo che ha, tra le altre cose, portato al suicidio il suo amico Carlo. Così, Marcello decide di rinunciare alla borsa di dottorato e termina la storia.
Un romanzo strepitoso, forse il più bel romanzo uscito in Italia nell’ultimo anno, e ne consiglio vivamente a tutti la lettura. Il linguaggio è di facile comprensione, molto attuale, per certi versi pop e, tuttavia, è tale da cogliere le sottotrame di una realtà, quella universitaria, molto spesso mal compresa, nella quale niente è ciò che sembra, e le parole stesse hanno numerosi significanti.
«Sarà… ma secondo me è solo narcisismo. Il vostro, dico. Quando voi leggete Gadda non è che godete per quello che scrive, ma godete nel pensare quanto siete fichi perché voi siete in grado di apprezzarlo. È tutto un ammicco e contro-ammicco. Lui è un genio che scrive in maniera miracolosamente complessa e allora io che lo capisco sono per questo ammesso nel club dei geni. Gadda è solo il piacere di scoprirsi intelligenti, del saper cogliere le citazioni, decifrare i neologismi e via dicendo. Non c’entra nulla, o molto poco, col piacere della lettura. […]E infatti secondo me è una perversione, questa di scrivere solo per i letterati studiati. Omero lo capivano tutti… Dante sembrava persino sciatto, perché usava il volgare… le opere di Shakespeare le andavano a vedere anche gli analfabeti… Cervantes ha scritto un bestseller… Delitto e castigo usciva a puntate come un romanzo d’appendice. Poi a un certo punto hanno deciso che la letteratura doveva essere roba da intellettuali. E allora è diventata una roba borghese e masturbatoria.»
