Il Panfilo racconta – 30 ottobre 2023

La Lega, il Barbarossa e Alberto da Giussano

Con l’avvento del governo Meloni è tornato d’attualità il tema dell’“autonomia” in salsa leghista, dopo le frenate, i balzi in avanti e i ripensamenti degli ultimi anni. Per quanto concerne la Lega, non più Nord, la sua origine, oltre che alla naturale filiazione dalla Repubblica di Venezia e alle “reminiscenze” celtiche, viene ascritta alle guerre che per un trentennio, nel lontano XII secolo, sconvolsero l’Italia del Nord, contrapponendo i Comuni all’ l’imperatore Federico Barbarossa. Pontida, il luogo dove secondo la tradizione i comuni lombardi si unirono per fronteggiare l’Hohenstaufen, è assurto a riferimento identitario della Lega, nonostante le enormi incertezze che inficiano la storicità di questo evento storico.

Al centro di tale mitizzazione, operata prima da Umberto Bossi ed ora da Matteo Salvini – fede ne faccia anche l’emblematica bandiera-, campeggia simbolicamente la figura di Alberto da Giussano, guida della Lega Lombarda, vincitrice delle forze imperiali nella battaglia di Legnano, nel maggio del 1176.

Ciò che questo breve testo intende mostrare è come i dati storici oggettivi, relativi alla complessa situazione di quel periodo, siano stati utilizzati in modo quantomeno approssimativo, al fine di supportare una idea politica che ha ben poco a che vedere con la realtà del Medioevo.

Partiamo da un dato di fatto: Alberto da Giussano e la “compagnia della morte” non sono mai esistiti. Essi vengono citati per la prima volta dal frate dominicano Galvano Fiamma, vissuto a metà del XIV secolo, nella sua Chronica Galvanica. Nessuna fonte coeva ai fatti parla di Alberto o di un qualsiasi altro membro della famiglia Giussano. Secondo Paolo Grillo, professore di Storia Medievale all’università di Milano, l’autore trecentesco avrebbe messo su carta storie e leggende che già da qualche tempo venivano tramandate oralmente in ambito milanese. Il bisogno di contrapporre alla carismatica figura del Barbarossa un personaggio altrettanto importante, alla guida del movimento lombardo, creò il mito di Alberto, che con la sua compagnia di 900 cavalieri avrebbe difeso da solo il Carroccio, simbolo del comune di Milano, dall’assalto delle soldataglie imperiali nella battaglia di Legnano.

Ma chi sono dunque i due contendenti di questo epico scontro?

Da una parte troviamo uno dei più importanti imperatori del Medioevo: Federico I di Hohenstaufen (1122-1190). La carica di imperatore non era ereditaria, come molti potrebbero pensare. L’elezione avveniva nel contesto di grandi riunioni della nobiltà tedesca, nelle quali i diversi aspiranti cercavano di procacciarsi il maggior numero di voti con donativi di vario tipo. Il Barbarossa si trovò dunque ad essere il primus inter pares, in una società controllata da una aristocrazia fondiaria molto radicata sul territorio. La forza dell’imperatore consisteva nella sua capacità di legare a sé, tramite giuramenti di fedeltà, il maggior numero possibile di “nobili”, con concessioni di cariche ecclesiastiche o di territori; il sovrano era in continuo pellegrinaggio, per cementare le sue amicizie, in un paese vastissimo. Per questo motivo non esisteva, come in altri stati del tempo (Francia, Inghilterra), una capitale. Federico fu il primo imperatore, dopo la fine della dinastia di Franconia, che si estinse con la morte di Enrico V (+1125), ad estendere la sua influenza a quasi tutta la Germania, ad esclusione della Baviera e della Sassonia, controllate dal cugino Enrico il Leone, con cui strinse vari accordi di aiuto reciproco. Lo stesso soprannome di questo importante aristocratico (il Leone) ci fa comprendere come i valori che muovevano il ceto dirigente tedesco fossero quelli della cavalleria, legati alla prodezza del combattente a cavallo, all’onore e alla fedeltà al proprio sovrano. A simbolo, dunque, di questo mondo d’oltralpe, possiamo assumere la forte cavalleria teutonica, che con la sua carica con le lance in resta aveva sconfitto molti e terribili nemici.

L’altro fronte presenta, invece, una situazione ben diversa. Da almeno un cinquantennio le città del Nord Italia avevano avuto uno sviluppo straordinario isolando il vescovo, detentore del potere fino a quel momento, ed inglobando all’interno delle mura cittadine la maggioranza della nobiltà territoriale. Il grande sviluppo politico e sociale della società comunale nei secoli XII-XIII durante la Lotta per le investiture (1075-1122), e nel periodo immediatamente successivo, consentirà al ceto dirigente cittadino, grazie al sistema corporativo, di governarsi senza il bisogno di nessun tipo di conferma papale o imperiale. Questa grande novità venne in parte accettata e ratificata dai vari imperatori che si erano susseguiti prima del Barbarossa, i quali, di fatto, conferirono legittimità al sistema. Fulcro e cardine di questo ordinamento era la militia cittadina, asse portante del corpo civico, che comprendeva sia l’antica nobiltà di schiatta, sia una serie di persone di estrazione sociale molto alta, che poteva permettersi di combattere a cavallo. Questa compagine, unita al resto della cittadinanza che andava a costituire la fanteria, formava, nel momento del bisogno, un esercito eccezionale, che nella stagione estiva scendeva in campo contro gli eguali eserciti degli altri comuni.

Abbiamo delineato sin qui la fisionomia di due mondi opposti, che solo una figura forte come quella del Barbarossa poteva far collidere. Federico fu subito conscio, dopo la sua ascesa al trono nel 1152, della forza economica delle città italiane e sperava, con l’aiuto della nobiltà tedesca, di ristabilire il potere imperiale nel nord Italia, per poi farsi incoronare dal Papa a Roma. Nella sua concezione politica il Sacro Romano Impero, voluto da Dio, e comprendente una larga fascia dell’Europa centro meridionale, dalla Germania all’Italia, era l’unico e solo garante della pace e l’unica entità statale atta a fare delle concessioni a livello politico ed istituzionale. A suo modo di vedere il comune che “auto creava” dal basso, tramite elezione, la propria autonomia, era un affronto all’ honor imperiale. Innumerevoli eventi si susseguirono dopo la prima discesa in Italia di Federico (1159), dal già citato e mai provato giuramento di Pontida (1167), con il quale i comuni ostili al Barbarossa si unirono nella famosa Lega Lombarda per fronteggiarlo, fino alla pace di Costanza (1183).  Sembra qui opportuno descrivere rapidamente la battaglia che mise fine al progetto di restaurazione imperiale dell’Hohenstaufen, avvenuta a Legnano il 29 maggio del 1176.

Lo scontro non fu casuale. Le truppe coalizzate della Lega, infatti, si schierarono a battaglia vicino a Legnano, per bloccare il ricongiungimento delle truppe imperiali con le forze di Pavia e del Marchese del Monferrato, alleate del Barbarossa. La cavalleria teutonica, dopo aver messo in fuga l’avanguardia a cavallo dei comuni, trovò sulla propria strada l’esercito comunale, che vedeva schierati sia fanti che cavalieri appiedati, tutti uniti in un muro impenetrabile davanti al Carroccio. Era, questo, un carro trainato da buoi sul quale svettava il gonfalone del comune di Milano, guida della Lega. I cavalieri del Barbarossa, fidandosi della superiorità, per loro anche culturale e sociale, nonché militare, di chi combatte a cavallo, si lanciarono contro il nemico in successive ondate non riuscendo però a sfondare il muro. Il ritorno dell’avanguardia milanese prese alla sprovvista i tedeschi che volsero in fuga. Lo stesso Federico rischiò di essere catturato, ma riuscì a raggiungere Pavia indenne.

Legnano ben rappresenta i due mondi che qui si fronteggiarono.  La duttilità, il pragmatismo e la forte unione interna della militia cittadina riuscirono a sconfiggere la forte e prode cavalleria tedesca, che vedeva in quell’esercito di appiedati una massa di armati facili da volgere in fuga.

Dopo questo scontro, per lui fallimentare, l’imperatore dovette abbandonare la spada contro i Comuni, passando alla diplomazia e alla ricerca di un accordo. La pace di Costanza sancì l’autonomia dei Comuni, lasciando all’Impero solo il ruolo di garante dell’ordine costituito. In realtà la guerra tra Comuni ed Impero non finirà qui, ma andrà avanti ancora almeno fino all’esecuzione di Corradino di Svevia, ultimo discendente del Barbarossa, avvenuta, dopo la disfatta tedesca nella battaglia di Tagliacozzo nel 1268, per volere di Carlo I D’Angiò e di Papa Clemente IV.

Alla base dello scontro che abbiamo sopra descritto ci sono due modi diversi di intendere l’origine della libertà comunale. Dal basso, tramite elezione, per le città italiane; dall’alto, come concessione, per l’imperatore tedesco. Non si deve però credere che le città del nord Italia abbiano cercato una autonomia piena e totale dall’Impero. È errato, come è stato fatto nel Risorgimento e come fanno Calderoli e compagni oggi, vedere in Pontida l’inizio di un nuovo stato italiano o padano che sia. Le città italiane si erano unite, neanche tutte, per difendersi dal comune nemico, avendo ravvisato nei soprusi degli emissari del Barbarossa una rottura con la tradizione di concessioni operate dagli imperatori precedenti. Per Milano, Verona, Brescia e tutte le altre città era impossibile pensare ad un mondo senza il Sacro Romano Impero, del quale facevano parte, in una struttura incontrovertibile e prettamente medievale. La fine dell’Impero o l’estromissione da esso avrebbe significato la fine stessa dei loro diritti, dal momento che, dal punto di vista giuridico, era sempre l’imperatore che concedeva l’autonomia alle città del Nord.

Lo stesso Dante, più di un secolo dopo, chiamerà l’Italia “il giardino de lo Impero”, testimoniando come ancora, in una parte della società italiana, fosse forte il concetto di Impero cristiano. A riprova di ciò basti pensare agli eventi che seguirono la morte del Barbarossa, avvenuta in Turchia nel 1190: il sistema creato a Pontida si dissolse e ricominciò tutta quella serie di lotte, della cui memoria saranno costellate le cronache cittadine fino al XIV secolo inoltrato.

Quindi, per piacere, lasciamo la storia al proprio posto ed evitiamo di mettere in bocca al Braveheart o Raz Degan di turno la parola libertà. Spendiamo i soldi pubblici non per confezionare orrendi film di propaganda, ma per far riscoprire alle giovani generazioni la storia complessa di un paese come l’Italia.

Ridiamo alla statua di Alberto da Giussano il suo vero nome e il suo vero significato. Io la re-intitolerei “Monumento al miles di Legnano”, a simbolo della grandezza e del coraggio non del singolo cavaliere, ma del gruppo anonimo di cives che insieme avevano combattuto per la propria autonomia, sancita dalla legge.

Jacopo De Pasquale
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