Tentabundi – 4 ottobre 2023
La cicala della Val Canzoi
Gentilissimo Signor Gobbi,
domenica venti agosto son salito sui Piani Eterni con mia cugina Stella. Lasciata l’auto in fondo alla Valle di Canzoi all’alba, della salita lungo la carrareccia e poi sul troi del Porzìl neanche parlarne; fatica noiosa e chiacchiere in confidenza.
Raggiunta la sella che svela i Piani Eterni l’occhio finalmente si perde nella vasta piana e mi risveglia mille storie e ricordi e curiosità ancora da soddisfare: i Còi de Oregne con le loro creste che promettono il tuffo sulla Val del Mis, le doline bianche di pietre corrose e verdi di mughi, il massiccio Colsent tozzo e smisurato, dietro il quale si nascondono meraviglie di creste e cime e valloni difficilmente raggiungibili.
Tante volte, spesso solo, mi son ingegnato a raggiungere quei posti selvaggi e ancora non ne ho abbastanza.
Quel giorno decidemmo di salire subito verso nord per canali erbosi seguendo tracce di animali o percorrendo a fantasia le pendici del monte Brendòl fino alle creste ad est del Pass dell’Om.
Le belle fioriture estive erano ormai passate, solo le Stelle Alpine ci avevano aspettato imbalsamate. Un muflone attraversò in alto, camosci invisibili fischiarono; una vipera scatenò Stella in un gran salto, ma a ben guardare erano due, una davvero grande.
Da lassù, ben oltre i duemila metri, si vedono le Pale di San Martino e, non bastasse, schiere e schiere di montagne che non saprei nominare.
Seduti lassù finalmente fummo soddisfatti e decidemmo di ridiscendere perché erano giorni torridi di un’estate che a lungo si era nascosta con piogge e nuvoloni ma che da qualche settimana ci tostava per bene nelle giornate nel fondovalle e invero anche a quell’altitudine il sole e la calura non lasciavano gran tregua.
E allora giù e ‘proviam se di qua si passa’ e ‘prendiam questa traccia’ e ‘tagliam giù dritti per sto prato’ che le gambe non ci mancano, fino a raggiungere malga Erera a mangiare polenta e gulash. Ci sdraiammo poi sulle prime lastre del Colsent a chiacchierare.
Raccontandoci di escursioni invernali, quando la neve negli anni più fortunati lassù copre sassi mughe e pendane, lasciandoti il dubbio di quanto sia alto quel larice che spunta per tre metri dal manto ma che, chissà, il vento ha sepolto di altrettanta neve, scivolai nel sonno, lusso estremo per una mia giornata in montagna.
Lusso breve che mi riportò ad infilare gli scarponi e a risalire in breve per la mulattiera che percorremmo poi giù per Pinea verso il fondovalle.
La discesa ripida e noiosa ci portò verso quel caldo che avevam sfuggito al mattino e che ora ci aspettava aumentato dal solleone feroce e in breve ricominciai a grondare sudore quanto e più che durante l’ascesa. Non saprei dirvi che rumore faccia il caldo, ma quel giorno d’improvviso lo seppi quando raggiungemmo il fondovalle e la strada che lo percorre: rumore di cicala. Proprio dove la mulattiera per Erera si immette nella strada sterrata che riporta al lago, dagli alberi che costeggiano l’altra sponda del Caorame proveniva il frinire di una cicala. Le assicuro che se fossi stato solo questa storia non avrei avuto l’ardire di raccontarla, tanto mi sembra inconcepibile; una cicala in fondo alla Valle di Canzoi, ad un’altitudine di più di settecento metri.
Ma c’era Stella, anche lei attenta osservatrice della natura.
“Robe da matti, una cicala” commentò.
In verità nei giorni precedenti ne avevo sentito qualcuna frinire lontana nelle nostre campagne, ma timidamente, e pure mi era sembrato un miraggio.
Ma questa friniva violenta, sembrava minacciare le crode stesse di risommergerle in un bel mare tropicale. Ricordo quando da bambino con i miei genitori andammo al mare in Toscana per la prima volta: sceso dall’auto in un viale di pini marittimi restai sbigottito dal frastuono delle cicale che mi sembrò talmente potente da spazzar via ogni altra percezione fin quasi a travolgermi.
Son passati a spanne quarant’anni e non ricordo di averle mai sentite prima, seppure ognuna delle estati precedenti avessi trascorso qualche settimana di ferie al mare; ma fino all’anno precedente eravamo restati nell’alto Adriatico. Parlandone con amici nei giorni seguenti scoprii altre storie: quest’anno si son fatte sentire anche sull’altopiano di Asiago. Negli anni Sessanta per alcune estati lungo il Piave a Fener, nel basso feltrino, si fecero sentire. Poi come erano arrivate così scomparvero nel mistero delle loro insondabili ragioni. Ma le storie sono buone solo a tirar notte, mi piacerebbe saperne qualcosa di più.
Sarei curioso di chiederle se ci sono studi e conoscenze che ci permettono di ricostruire questo ampliamento dell’areale occupato delle cicale. Se quella cicala può essere un’esploratrice singola arrivata da lontano o se debba essere nata qui nei pressi, anche perché la valle che abita è lunga almeno sette chilometri e ben separata dalla vallata feltrina. Se potrebbe stabilirsi qui una popolazione di questi insetti considerando che la temperatura minima d’inverno raggiunge facilmente i dieci gradi sotto lo zero.
La ringrazio molto,
gt
Gentile Sig. GT,
la ringrazio per avermi contattato e soprattutto per avermi dato l’opportunità di leggere il suo piacevolissimo racconto. Quanto lei riporta è di sicuro interesse. Ho trovato un recente articolo dell’ANSA: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2023/08/30/clima-le-cicale-cantano-a-1.700-metri-tra-i-mughi-del-baldo_770d92ab-80ba-4409-90d8-a5fc20dc103a.html. All’interno dell’articolo c’è anche una breve intervista al collega Buzzetti del Museo di Rovereto, che su tale argomento è sicuramente più aggiornato rispetto a me poiché io mi occupo principalmente di coleotteri.
Le lascio il suo contatto e-mail nel caso avesse piacere di contattarlo.
Grazie ancora, un cordiale saluto.
Mauro
Caro gt,
grazie del messaggio e complimenti per il testo che mi ha riportato ad un’escursione fatta anni fa sui Piani Eterni, faticosa ma premiata dal panorama mozzafiato. Sono felice dell’attenzione che ha destato il canto delle cicale a quote non usuali: significa che c’è ancora chi ascolta la Natura, lo stupore per l’Esistenza è ancora vivo e magari può richiamare l’attenzione di chi ad un primo acchito non si cura del proprio. Io mi occupo di bioacustica di grilli e cavallette, non sono quindi un esperto di cicale e non ho competenza sulla distribuzione delle specie in Italia.
Da una breve ricerca online si desume che non sono molti gli studi sulla mobilità delle cicale: uno su Cicada orni (proprio la specie che ci interessa) afferma che gli adulti si muovono in media al massimo di 150m nella loro vita, mentre uno su fauna del Giappone afferma che là le cicale si spostano lontano grazie ai tifoni che le trasportano. Entrambi gli articoli sono in allegato.
Ciò detto, credo che gli esemplari che cominciano a sentirsi a quote e in aree dove prima non erano presenti possano essere nati in loco o “pionieri”, ma dimostrano in entrambi i casi che c’è un cambiamento nell’areale delle specie. Solo studi diffusi sul territorio e prolungati su più anni potrebbero confermare se la variazione di areale e altitudinale sia stabile o meno.
Spero di aver risposto almeno in parte ai tuoi dubbi e ti saluto cordialmente.
Filippo
Sitografia:
L’articolo di S. Osozawa, K. Kanai, H. Fukuda, J. Wakabayashi, Phylogeography of Ryukyu insular cicadas: Extensive vicariance by island isolation vs accidental dispersal by super typhoon, presente in “Plos One” 5/5/2021, è consultabile al seguente link: https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0244342
L’articolo di P.C. Simões e J. A. Quartau, On the dispersal of males of Cicada orni in Portugal (Hemiptera: Cicadidae), presente in “Etimologia Generalis”, n. 1/2007, è scaricaribile in PDF al seguente link: https://www.researchgate.net/publication/235340079_On_the_dispersal_of_males_of_Cicada_orni_in_Portugal_Hemiptera_Cicadidae
